Ai confini del mondo

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di Giorgio Valdès Le considerazioni che seguono sono per buona parte tratte dal libro di Berni-Chiappelli “Haou-Nebout, i Popoli del mare”, che richiama a sua volta ciò che scrisse nel 1947 e nel 1949 il celebre egittologo francese Jean Vercoutter (“Les Haou-Nebout”). Haou-nebout è un’espressione molto antica, un termine geografico ed etnico riferito ai “Popoli del Mare”, considerato dagli egizi uno spazio di enormi dimensioni collocato agli estremi confini nord occidentali del mondo che comprendeva le isole del centro del grande verde (wad-wur). Gli stessi egizi indicavano come “nebout” una regione dell’altro mondo, un mondo infernale a cui si poteva accedere esclusivamente in barca, corrispondente all’Ade dei Greci e con il termine “Haou-nebout” nominavano quindi dei territori, sostanzialmente isole, ubicati al di là di una vasta area paludosa posta a settentrione ed estremamente lontana. Nella stele di Tuthmoses III a Gebel Barkal si legge “ho legato in fasci i Nove Archi, le isole che sono in mezzo al mare wad-wur (oceano), gli Haou-Nebout, i paesi stranieri ribelli”. La frase è tradotta dal grande egittologo Gardiner e a lui si deve l’interpretazione di wad-wur come oceano. Ma per gli egizi esisteva anche un altro oceano, il circolo d’acqua che circonda e delimita il mondo (“qui entourait le monde” – Vercoutter) da essi chiamato “sin-wur” e quindi distinto dal “wad-wur” che vi era compreso. Con il termine “nove archi” erano invece designati i paesi stranieri con i quali l’Egitto aveva avuto a che fare nel corso di alterne vicende, e nei celebri “Testi delle Piramidi” è scritto in particolare che come in cielo governano i nove dei (Atum Ra, Shu, Tefnut, Nut, Geb, Osiride, Iside, Seth e Neith), così in terra sono nove i popoli che dominano o da dominare. Tanto premesso, se s’ipotizza che il wad-wur poteva identificarsi con il Mediterraneo occidentale, teoria peraltro sostenuta anche dal nostro archeologo Giovanni Ugas, è altrettanto ragionevole sostenere che le isole dell’Haou-nebout fossero proprio quelle bagnate da questo mare, mentre è ugualmente probabile che l’”area paludosa” di cui parlavano gli egizi corrispondesse al Canale di Sicilia. A questo proposito ripropongo l’immagine di una pittura parietale risalente alla cultura di Naqada II (3500-3200 a.C.) già riportata in un precedente post (“Ancora sulle Colonne d’Ercole”), in cui è evidenziata, con una colorazione più chiara, una porzione di mare che parrebbe corrispondere al citato “Canale di Sicilia”. Tale differenza cromatica è interpretata, nel disegno allegato, come “mud flats” o distesa fangosa per quanto, a mio giudizio, il colore differente potrebbe invece riferirsi al fatto che essendo il livello marino di allora molto più basso rispetto all’attuale, il “canale” era sicuramente considerato particolarmente insidioso, anche per la presenza di grandi banchi di sabbia in prossimità della superficie. Tanto premesso, se il wad-wur corrispondeva effettivamente al Mediterraneo occidentale, è verosimile che tra le isole dell’Haou-nebout si annoverasse in particolare la Sardegna e che anzi fossero i popoli che provenivano dalla nostra isola a creare all’Egitto i peggiori grattacapi. A tale proposito, riporto la raffigurazione dei “nove archi” sempre tratta dal libro di Berni e Chiappelli, osservando prioritariamente che gli antichi Egiziani non lasciavano niente al caso e persino nell’elencazione dei personaggi seguivano una linea gerarchica, a iniziare da quelli più importanti, più potenti o più “pericolosi”.

 

Nel nostro caso la “striscia” in cui sono ritratti nove prigionieri provenienti da altrettanti paesi (nove archi) va letta, secondo i dettami della scrittura geroglifica, a cominciare da destra, perché è questa la direzione verso la quale sono rivolti i malcapitati. Su ognuno di essi è sovrapposto un “cartiglio” che ne indica il luogo d’origine e il primo di tutti proviene appunto dalle isole dell’Haou-nebout, mentre gli altri prigionieri sono rispettivamente originari: dell’Alta Nubia, Alto Egitto, Oasi, Basso Egitto, Deserto orientale, Libia, Nubia, Asia. E’ quindi ragionevole supporre che gli antichi egizi paventassero soprattutto le genti che provenivano dall’Haou-nebout, le isole poste al di là di un confine marittimo che si caratterizzava per i bassi ed insidiosi fondali e se, come probabile, questo confine era proprio il Canale di Sicilia, non mi pare astrusa l’ipotesi, già ventilata, che fossero proprio i nostri progenitori a caratterizzare il temutissimo Haou-nebout, considerato tra l’altro che sono storicamente provate le reciproche e antichissime frequentazioni tra la Sardegna e l’Egitto. A sostegno di questa tesi è quanto meno curioso notare come un petroglifo presente in una delle “domus” di Montessu (Villaperuccio), normalmente interpretato come protome taurina, rassomigli invece e in maniera straordinaria alle barche della pittura egizia, con le quale condivide in particolare il profilo dello scafo, la prua e il doppio naos eretto sulla coperta ( cfr. precedente post "Ancora sulle Colonne d’Ercole").