DELL’ORIGINE, FUNZIONE E UTILIZZO DEI NURAGHI? Torri, Foreste e  Navigazione: Una Sofisticata rete di Comunicazione Nuragica?

pubblicato in: Senza categoria | 0
Share

 

di Marco Chilosi

I Nuraghi sono migliaia, distribuiti in tutta la Sardegna con densità variabile, dalla costa alle montagne, di tipologia e dimensioni differenti, da giganteschi e compositi  a piccole torri. Nel suggestivo Geoportale  di Nurnet  (https://www.facebook.com/NURNET2013/photos/gm.520165765095229/1909960299082685/?type=3&theater, disponibile presso la mostra sulla Civiltà Sarda a Cagliari , i Nuraghi stupiscono quanti non ne conoscevano la straordinaria densità. La distribuzione, evidentemente collegata alla densità abitativa, permette anche di ipotizzarne la funzione?  La domanda, ancora senza risposte certe, continua a interessare, a suscitare dibattiti e anche polemiche. Fortezze militari, templi, abitazioni, osservatorio astronomico, regge di capo-clan o principi, punti di osservazione, avvistamento e controllo del territorio, stalle, depositi, accumulatori d’energia, etc, etc.

Recentemente su “Archaic Sardinia”  [1] il quesito sulla funzione dei Nuraghi ha suscitato interesse ed una varietà di risposte, molte originali (alcune forse troppo), ma comunque  testimonianza di interesse, vitalità e attualità dell’argomento.  In base alla distribuzione, tipologia, complessità e dimensione la logica suggerisce che quelle costruzioni che definiamo Nuraghi siano in effetti costruzioni “polifunzionali”, destinate a differenti funzioni, [2]. Ipotizzabile anche un “cambio d’uso” di alcuni Nuraghi nel tempo. Se è intuitivo immaginare un ruolo di “reggia” o grande santuario per costruzioni imponenti come Barumini , Losa, etc.,  resta un po’ difficile assegnare un ruolo “sacro”, o di particolare prestigio per la miriade di piccoli Nuraghi monotorre che costellano tutta l’Isola, spesso perduti tra i monti o in lande desolate. Il ruolo “militare”, una volta molto in auge, è attualmente contestato, anche per l’evidenza della irrazionalità tecnica delle strutture rispetto allo scopo. Se qualche Nuraghe è stato attrezzato come fortilizio con la costruzione di muraglie, è presumibilmente evoluzione tardiva, in secoli più critici per la difesa dall’esterno. E’ infatti scarsa o nulla l’evidenza di una Sardegna Nuragica sede di conflitti tribali o preda di invasioni  e scontri cruenti, se non tardivamente.

La costruzione dei Nuraghi si basa su principi di ingegneria, evoluti dal megalitismo, che hanno avuto nella realizzazione del tholos la soluzione del problema dell’elevazione, con la conseguente evoluzione dal Protonuraghe alla “torre” [figura 1].  

Nei secoli, i Nuragici hanno perfezionato la tecnica costruttiva realizzando opere  eccezionali per eleganza e dimensioni, fino agli splendidi Nuraghi-Reggia (con altezze che sfiorano i 30 metri). La stessa tecnologia è stata peraltro utilizzata nella realizzazione di  costruzioni più modeste (ma anch’essi capolavori di ingegneria), prevalentemente monotorre, che erano evidentemente funzionalmente differenziate. Ma quale era la funzione di questi Nuraghi, distribuiti a migliaia in tutta l’Isola ? La densità e la localizzazione di queste opere forma una rete complessa , spesso in contatto visivo reciproco, con allineamenti peculiari .  Per proporre ipotesi logiche e plausibili sulla loro funzione bisogna prendere in considerazione, a mio avviso, alcuni fattori di solito trascurati. Il principale è la necessità di ogni società organizzata di “comunicare”. Il secondo è il fattore ambientale, il terzo, per i Nuraghi costieri, è il fattore legato allo sviluppo dei commerci nel Mediterraneo e quindi  della navigazione che caratterizzò la civiltà Nuragica.

Il fattore “ambientale”: la Sardegna nell’era nuragica era ricoperta da boschi fitti e secolari. Come magistralmente documentato nel bel testo di Fiorenzo Caterini (Colpi di scure e sensi di colpa, Carlo Delfino editore,2013) solo nel 19° secolo, pochi anni fa nella prospettiva cronologica della storia, il disboscamento selvaggio, frutto di speculazione e colonialismo, ha stravolto  l’ambiente dell’Isola trasformandola in una terra  “arida e povera”, soggetta alla monocultura ovina e alle servitù militari.  Nell’ambiente “moderno” i Nuraghi si ergono su lande spesso desolate, con scarsa vegetazione, appaiono come “pesci fuor d’acqua” (figura 2).

In questo contesto la loro funzione di “avvistamento” appare illogica. Se invece immaginiamo di “immergere” le migliaia di torri (tutte alte almeno 10 metri) in un vasto contesto arboreo la loro funzione di avvistamento, punti nodali nel formare una “rete” appare più logica [figura 3].

Se quando sorsero i Nuraghi, le foreste erano lussureggianti e ricoprivano gran parte dell’Isola, era estremamente difficile lo spostamento degli abitanti, anche a causa della conformazione aspra e montuosa di gran parte del territorio. La costruzione ed utilizzo di percorsi, sentieri e strade era difficile da realizzare e mantenere in un contesto geografico così complesso, impedendo lo scambio di comunicazioni necessario per lo sviluppo di una società avanzata ed in espansione demografica come quella Nuragica, coesa culturalmente e politicamente,  capace di navigare, commerciare nel Mediterraneo, ed anche temibile potenza militare [3].

 

E’ possibile ipotizzare che nella lunga evoluzione della Civiltà Sarda questo fondamentale bisogno di una “rete di comunicazione”, sia stata progressivamente risolto sfruttando le conoscenze ed esperienze costruttive del megalitismo, ed in particolare con la realizzazione di torri di notevole altezza e stabilità, utilizzando materiale litico facilmente disponibile in loco. Queste torri, progressivamente distribuite a  ricoprire gran parte dei territori, potevano consentire di spaziare con la vista su ampie superfici di territorio [figura 3].

La funzione di “avvistamento” e “controllo del territorio”, da molti prospettato,  è in questa ipotesi da estendere con quella reciproca di  “essere avvistati”. Questa funzione duale, apparentemente banale, ha invece un ruolo critico e strategicamente rilevante, poiché poteva realizzare la “rete” di trasmissione di informazioni, capace di collegare e sostenere una società integrata e solidale (la mera funzione di avvistamento di un intruso o nemico sarebbe stata molto più efficace con sentinelle  mimetizzate e non “in vista”).

Per formare la rete nuragica erano necessari punti di collegamento visivo ottenuti collocando le torri a distanza variabile, seguendo la conformazione del territorio, su rilievi ed emergenze collinari, ed anche zone pianeggianti e  ricoperte di foreste. La struttura monotorre doveva evidentemente essere un elemento stabile, di idonea altezza, e capace di garantire una permanenza confortevole e sicura per  le “sentinelle” o “guardiani del Nuraghe”.

Ma che tipo di rete, e per quali collegamenti e funzioni? Possiamo formulare diversi ipotetici scenari:

  1. Controllo del territorio. A parte le possibili aggressioni esterne o conflitti interni (poco plausibile come sopra accennato per gran parte della storia dei Nuraghi), è possibile ipotizzare una funzione di “avvistamento” di diverse potenziali criticità: incendi boschivi (evento non raro e temibile in un contesto forestale così esteso in regioni spesso secche e ventose), eventi atmosferici avversi, movimento di selvaggina in corso di battute di caccia, controllo del bestiame brado e, ovviamente, l’eventuale “sconfinamento” di potenziali malintenzionati.

Ma una volta avvistato il potenziale pericolo (ad esempio una colonna di fumo di un incendio), valutata la criticità dell’evento (direzione del vento, prossimità a villaggi, campi coltivati, etc.) l’informazione doveva necessariamente essere “comunicata” dalla sentinella ad altre sentinelle o al villaggio. Era quindi necessario un “secondo segnale” da trasmettere a distanza ad altri “nodi”, fino a raggiungere tutti i potenziali recettori, permettendo così di effettuare idonee reazioni difensive in tempi rapidi.

  1. Assistenza alla navigazione. La Sardegna è un’Isola ricca di insenature, porti naturali e spiagge, ma anche numerosi tratti di costa con alte falesie, scogli affioranti e tratti pericolosi per la navigazione costiera. Che i Nuragici disponessero di una evoluta “arte marinara” è evidenza sempre più accettata. Lo testimonia il rinvenimento di manufatti sardi in molte aree del Mediterraneo, ed anche se indirettamente, la ricchissima collezione di “navicelle” votive in bronzo che descrivono molto dettagliatamente le caratteristiche progettuali delle imbarcazioni [4-6]. E’ d’altronde logicamente incomprensibile come potesse svilupparsi la civiltà Nuragica in assenza di una efficiente marineria. Molti sono in effetti gli insediamenti localizzati in prossimità di insenature e porti naturali, e numerosi sono i Nuraghi disposti in prossimità della costa [figure  4-6]. Interpretazione “classica” dei Nuraghi “vista mare” è che servissero a vigilare sulle possibili intrusioni nemiche o piratesche. Questa ipotesi appare in contrasto logico con l’evidente potenza della popolazione Nuragica, demograficamente estesa, evoluta nelle arti belliche, ricca di armi e strategicamente distribuita in tutta l’Isola. Molto più plausibile e logica l’ipotesi che le torri costiere fungessero da rete di assistenza per l’intensa attività navale che si svolgeva sulle coste, con attività di commercio, pesca, trasporto di legname e materiale di cava, strategia militare. La navigazione si svolgeva evidentemente “a vista”, potendo contare solamente sull’esperienza dei nocchieri e sulle loro conoscenze astronomiche per evitare disorientamento e naufragi. Ma questo approccio non poteva garantire una navigazione sicura, specialmente nelle ore notturne, ed era evidentemente necessaria una “assistenza” da terra. I numerosi piccoli Nuraghi disposti strategicamente lungo le coste potevano verosimilmente fungere da “fari” notturni (con torce e segnalazioni luminose), ed anche punti di riferimento e comunicazione in prossimità di porti e villaggi, ad esempio segnalando l’arrivo di imbarcazioni da carico per organizzare lo scarico ed il trasporto rapido delle merci [figura 6].

Tenendo conto della preziosità dei carichi e della possibile difficoltà di carico/scarico in porti non particolarmente attrezzati (specialmente in caso di condizioni atmosferiche avverse e mare mosso), la rapidità ed efficienza delle attività di sbarco, reclutando idonee risorse umane da spostare al molo, poteva essere cruciale per il salvataggio delle merci. La “comunicazione” era quindi (come anche ai tempi odierni) importantissima, e meritava certamente l’ investimento.

 

Considerazioni finali. Per effettuare il controllo del territorio, l’ assistenza alla navigazione, ed altre possibili funzioni, era necessario disporre di un efficace codice di comunicazione, basato su ricezione e trasmissione di informazioni, senza il quale la presenza del Nuraghe e del suo guardiano non avrebbero avuto senso. Per svolgere le funzioni di vigilanza dovevano esserci non semplici sentinelle, ma veri e propri centri di smistamento delle informazioni con personale “specializzato”, capace di trasmettere i messaggi utilizzando codici prestabiliti e standardizzati, comprendenti elementi concettuali (fuoco, estraneo, selvaggina, etc.), geografici (ad es. vicino, lontano a occidente, etc. ) e numerici (ad es. uno, pochi, molti, moltissimi, etc.).  Se questa ipotesi è realistica, quei codici potevano rappresentare un “passaggio” da linguaggio orale a rappresentativo, molto affine alla scrittura (argomento molto rilevante e attualmente dibattuto) [6,7]. I guardiani delle torri dovevano essere in grado di osservare, capire il “grado” di rilevanza dell’evento e comunicarlo alla “rete” con idonei mezzi di comunicazione. I guardiani dovevano utilizzare segnali di diversa tipologia, e dovevano essere dotati di competenze complesse. I segnali a distanza in quel periodo non potevano essere che di due tipi: visivi o sonori. I segnali sonori, di limitata portata, potevano basarsi sull’uso di corni, o strumenti a percussione (tamburi). I segnali visivi potevano utilizzare il  fumo (come ampiamente descritti nelle saghe western con Pellerossa), oppure dei “codici “ (tipo “codice morse” o “semaforico” con bandiere o simili, visibili a distanze limitate). Un possibile ruolo nella segnalazione marittima poteva essere svolto da piccioni o colombi, ampiamente documentati nei bronzetti delle navicelle [8] (il significato simbolico/religioso dei volatili poteva sovrapporsi ad un ruolo più prosaicamente funzionale)[figura 7].

L’uso dei colombi viaggiatori era infatti già noto nell’antico Egitto ed in altre civiltà, e la loro frequente rappresentazione sulle navicelle può essere bivalente (simbolico e realistico) [9].

Sarebbe infine interessante domandarsi come era organizzata l’attività delle “sentinelle”, personaggi evidentemente capaci di valutare rapidamente le situazioni, addestrati ad utilizzare diverse tipologie di segnale, dotati di resistenza fisica e psicologica all’isolamento [figura 8].

Erano “guerrieri” che si alternavano con turni di guardia o  famiglie stabilmente assegnate a quella critica funzione? Probabilmente dipendeva dalla collocazione (isolata o in prossimità di villaggi), dalla funzione, dalla criticità del periodo. Le risposte a questi quesiti sono ovviamente delegate alla pura fantasia ed eventualmente alla ricostruzione letteraria.

 

Figura 1. Il Tholos, una eccezionale strategia ingegneristica e architettonica per ottenere strutture di notevole altezza e stabilità.

Figura 2: Come li vediamo oggi, isolati in ampie zone brulle, la loro funzione non è comprensibile. Pesci fuor d’acqua.

Figura 2. costa ovest dell’Isola di Sant’Antioco, rovine di un piccolo Nuraghe da cui si dominano le insenature di Porto Sciusciau e le pendici del colle del villaggio Nuragico di Grutti ‘e Acqua.

Figura 3. Dove le foreste sono sopravvissute è molto più chiaro il ruolo di “rete” dei Nuraghi.

Figura 4. I Nuraghi costieri: efficace soluzione per controllare ed assistere la navigazione nuragica.

Figura 5. Piccolo Nuraghe costiero (in rovina) che vigila su Porto Sciusciau, una splendida insenatura con grotte naturali nei pressi del villaggio Grutti  ‘e acqua nell’isola di Sant’Antioco.

Figura 6. Piccoli Nuraghe costieri associati al Villaggio Nuragico di Grutti ‘e Acqua e al Porto Sciusciau (mappa da Google).

Figura 7. Frequente presenza di volatili (colombi viaggiatori?) nelle navette in bronzo

Figura 8. La Sentinella della Torre. In una suggestiva immagine (da un post di Andrea Loddo).

 

Le immagini nelle figure sono riprese dalla Mediateca di Nurnet.net

  1. (https://www.facebook.com/archaicsardinia/photos/a.360587257699187/523511738073404/?type=3&theater)
  2. Giovanni Ugas, L’alba dei Nuraghi, Cagliari, Fabula, 2005, pag. 71-81. ISBN 88-89661-00-3
  3. Giovanni Ugas: Shardana e Sardegna, Edizioni della Torre 2016
  4. http://www.nurnet.it/it/936/La_marineria_nuragica_,1%C2%B0_Parte.html
  5. Francesco Bruno Vacca: La civiltà Nuragica e il mare. Edizioni V.I.S., 1994
  6. I geroglifici dei giganti. Introduzione allo studio della scrittura nuragica. PTM Editrice, 2016
  7. Francesco Masia: Scrittura Nuragica? Storia, problemi e considerazioni. Condaghes, 2017
  8. https://www.academia.edu/12055748/Le_navicelle_di_bronzo_della_Sardegna_nuragica_Gasperini_ISBN_978-88-89438-09-1_Cagliari_2005_vol._di_398_pp
  9. Colin Jerolmack. Animal archeology: Domestic pigeons and the nature -culture dialectic.  Qualitative Sociol Rev. Volume III, Issue 1 – April 2007,  http://qsr.webd.pl/ENG/Volume6/QSR_3_1.pdf#page=76