Diluvio e Mito

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DILUVIO e MITO

Il diluvio è un mito. Il racconto leggendario di questo mito si ripete in maniera molto simile da un capo all’altro del pianeta Terra. Corrisponde a tre giorni di oscuramento, di “morte”della luna. E’ un cataclisma non definito che avviene sotto l’egida della Luna e delle Acque, della germinazione e della rigenerazione. Un diluvio distrugge per il motivo principale che qualcosa nell’umanità si è esaurito, forse logorato, ma, a ciò, segue sempre un’umanità nuova e una nuova epopea. I miti del diluvio rivelano come un individuo, che diverrà protagonista principale del racconto mitologico, sia sopravvissuto e ricordato come padre dell’umanità.

Era disceso il gelo nelle campagne e, un giorno, la luna domandò ad un sardo pellita la sua mastruca per ripararsi dal freddo notturno, ma ebbe da egli un netto rifiuto: “luna, se la do a te, io morirò dal freddo!” Così disse il sardo pellita che avrebbe potuto in alternativa ripararsi dentro una grotta o una casa di pietra al calore di un focherello di legna. La luna ci rimase male, e non fu affatto contenta del rifiuto. Per vendicarsi fece cadere una pioggia torrenziale che sommerse tutta la regione. Esistono molte leggende simili e, in tante, la luna si presenta sotto l’aspetto di una giovane e bella donna che si vendica per il diniego subito scatenando un cataclisma. E’ tuttavia possibile cogliere in queste rappresentazioni catastrofiche, prodotte dalla luna, l’ignoranza di un divieto rituale, cioè un ‘peccato’ che rivela la decadenza morale dell’umanità e il suo abbandono della buona norma, o peggio ancora, il suo distacco dai ritmi cosmici.

Per questo motivo nei villaggi della Sardegna, ‘l’uomo nuovo’ cioè quello nato dai superstiti del diluvio (mito della rigenerazione) prese a rispettare gli antichi codici cosmici. Lo vediamo ancora oggi nell’uso rituale del taglio delle canne per le launeddas, che per essere eccellenti dovevano tener conto della luna; nella tradizione che, di una persona fortunata, si diceva che era nata in luna nuova, quindi protetto o nato con la camicia; che il travaso dei vini dalle botti alle damigiane dovesse tener conto della luna calante e dei venti; che le patate bisognava piantarle, durante la luna crescente, ecc… (queste tradizioni divennero veramente innumerevoli). Il legame organico tra la luna e le vegetazione, altresì, è talmente forte che moltissimi dei della fertilità, nell’antichità furono contemporaneamente divinità lunari; ad esempio Sin (in accadico, Nanna in sumerico) o Istar, oppure l’egiziana Hathor, l’iranica Anahita, ecc… Dioniso (Dionysos)è contemporaneamente dio lunare e dio della vegetazione; Osiride inoltre, cumula su di se, tutti gli attributi della luna, delle acque, della vegetazione e dell’agricoltura. Le corrispondenze e le identificazioni rilevate tra i vari piani cosmici soggetti ai ritmi lunari- pioggia, vegetazione, fecondità (sia animale che lunare), spiriti dei morti – sono presenti perfino nelle forme più arcaiche di rituali religiosi. Un attributo lunare rimane sempre trasparente, malgrado il numero elevato di sincretismi o di sintesi religiose che possono aver contribuito alla nascita di queste “forme” nuove, ad esempio le corna dei bovidi, che caratterizzano le grandi divinità della fecondità. Esse sono un emblema della Magna Mater divina e compaiono dappertutto, nelle civiltà neolitiche e in quelle nuragiche, sia nelle iconografia, sia su idoli in forma bovina, perfino nelle protomi bovine e taurine delle navi e delle navicelle. Ora, il corno non è altro che un’immagine della luna nuova e ne diventa simbolo lunare. Il mito relativo, resiste ancor oggi nella leggenda di Boe muliache, figura popolare a metà strada tra l’uomo e il toro/bue che mentre dorme, il suo spirito si aliena dal corpo umano per entrare in quello di un bue che lanciando urla terrificanti e muggiti impressionanti attraversa le strade del villaggio facendo morire di paura le persone. Nella tradizione tramandataci, quasi sempre questa figura annunciava agli uomini eventi catastrofici o sentori di cattivi presagi, anche se in origine, questo animale doveva essere il simbolo o ‘presenza’ della luna, perché la sua forma o il suo modo di essere evocava il destino della luna stessa.

 

(Mlqrt)