Fantarcheo………a chi?

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di Giorgio Valdès
“Siamo stati giganti, ma per la storia siamo nani. Anche un po’ per colpa nostra”. E’ l’incipit di un editoriale di Emanuele Dessì, direttore dell’Unione Sarda, pubblicato nell’edizione del quotidiano del 5 maggio scorso. Nell’articolo si caldeggiava “un’azione politica concreta a sostegno della petizione online indirizzata al ministero della Pubblica istruzione” , perchè si inserisse “e la storia della Civiltà Nuragica nei programmi scolastici italiani”. Iniziativa condivisa dalla nostra Fondazione, per quanto sarebbe sicuramente più opportuno l’introduzione, nei programmi scolastici, della più vasta “storia della Civiltà Sarda”. Dizione non a caso assunta come titolo della mostra che Nurnet ha realizzato e presentato nel 2018 e per svariati mesi, prima nei locali dell’Autorità portuale e quindi in quelli della concessionaria Acentro. Una storia più vasta che come scrive Davide Cocco in un commento al citato editoriale “ si dipana senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Sono 12mila anni di sicura esistenza, in Sardegna, di una società organizzata, coordinata, unitaria, navigatrice, matriarcale, pacifica, accogliente (e sfido qualunque sardo a non riconoscersi in queste caratteristiche) in contatto con tutte le terre del mediterraneo e anche oltre”.
In questo lungo lasso di tempo l’età dei nuraghi è certamente quella più intrigante, e il numero di questi monumenti megalitici, che secondo alcuni autori potrebbe avvicinarsi addirittura ai ventimila -come anche l’esistenza di una sterminata quantità di villaggi nuragici-, fa ragionevolmente supporre che la popolazione sarda in tale periodo fosse composta da diverse centinaia di migliaia di individui. La Sardegna era quindi un’isola che come osservava il giornalista scrittore Sergio Frau, doveva apparire come una “Manhattan al centro del Mediterraneo occidentale”, disseminata di migliaia e migliaia di torri, che si contrapponevano, quasi beffardamente, alle modeste capanne edificate sui territori costieri prospicienti la nostra regione.
Una densità edificatoria che fa legittimamente presumere l’esistenza di una società laboriosa e coesa. Come sarebbero potuti sorgere, altrimenti, tanti nuraghi spesso vicinissimi l’un l’altro, considerando che la realizzazione di ciascuno di essi richiedeva maestranze e apporti collaborativi assolutamente consistenti, come anche lunghissimi tempi edificatori ?
Se a ciò si aggiunge che tutti i nuraghi della Sardegna sono allineati a gruppi non inferiori a tre, si può dedurre che a quei tempi esistesse anche una forma di pianificazione territoriale “ante litteram”. Tutte considerazioni che contrastano, a fil di logica, con l’ipotesi di una terra composta da tribù impegnate a guerreggiare continuamente le une contro le altre. Circostanza che non avrebbe consentito di erigere e completare, in tempi congrui, alcuno di questi nostri monumenti tipici del periodo. L’esistenza di una società pacifica e laboriosa, erede di una cultura ultra millenaria non può essere quindi considerata un’utopia ma una realtà difficilmente contestabile.
E’ altrettanto probabile che le milizie Shardana rappresentassero una sorta di casta a sè stante, un segmento particolare della popolazione nuragica che fungeva anche da deterrente nei confronti degli eventuali malintenzionati che avessero avuto in mente di conquistare la nostra isola o parte di essa.
Si può allora presumere che proprio la vigilanza sulle coste, svolto dalle marinerie Shardana, abbia a quei tempi consentito l’erezione di un numero smisurato di nuraghi, ma anche di migliaia di tombe di giganti, pozzi, fonti sacre e insediamenti sterminati, a volte ancora tutti da indagare come quello di Monte ‘e Prama, a Cabras.
Che la Sardegna disponesse di un presidio militare di notevole spessore lo dimostra anche il fatto che ancora molto tempo più tardi (540 a.C.), le sue milizie avessero sconfitto e decimato l’esercito del generale cartaginese Malco che si dice contasse ben 80 mila uomini. Circostanza riferita anche dallo storico romano Giustino (II / III sec. d.C.), quando scriveva che i cartaginesi “portata la guerra in Sardegna, furono gravemente sconfitti in una grande battaglia dove persero la maggior parte dell’esercito….”
Tutto ciò premesso, come è pensabile che sui nostri libri di storia sia stata data così grande importanza alla presenza fenicia in Sardegna, sorvolando sul racconto di una civiltà ben più antica, importante e soprattutto autoctona?
E chi erano questi fantomatici fenici cui è stata attribuita la “colonizzazione” (fino a poco tempo fa questo era il termine utilizzato per indicarne l’avvento) della nostra regione? Possibile che questa gente, provenendo da “su corru ‘e sa furca” si fosse dimostrata talmente furba ed abile da appropriarsi, senza colpo ferire, delle migliori aree costiere sarde per realizzare importanti scali portuali come Nora o Tharros, solo per citarne alcuni?
Salvo che questi presunti colonizzatori orientali, che avevano così abilmente raggirato i nostri progenitori rendedoli “currurus e appalliaus” altro non fossero che semplici emigranti di ritorno (o i loro pronipoti). Ciò che renderebbe più credibile l’intera vicenda.
A questo proposito Gerhard Herm (“L’avventura dei Fenici”) scrive che “i Cananei non si sono evoluti da navigatori costieri a navigatori d’alto bordo per le loro capacità intrinseche, ma sono stati messi in condizione di uscire dalle loro riserve per cimentarsi in altre maggiori, solo a contatto con gli invasori stranieri”. Tesi confermata da Dimitri Baramki, curatore del museo libanese di Beirut (e come tale sicuramente propenso ad esaltare le gesta degli stessi fenici, la cui originaria dimora era proprio il Libano). Baramki, come racconta sempre Herm citato nel libro di Berni e Chiappelli “Haou Nebout – i Popoli del mare” sosteneva infatti che “i navigatori costieri cananei, uscirono dominatori d’alto mare dopo l’integrazione con i Popoli del mare che avevano precedentemente devastato parte del territorio libanese”.“i protofenici cananei … erano buoni mercanti e discreti organizzatori, possedevano la temerarietà degli antenati beduini e disponevano anche – cosa da non trascurare- di un’insolita forza religiosa; una cosa però mancava loro totalmente: quel fondo di sapere nautico e tecnico senza il quale non è possibile la navigazione in alto mare. Ne disponevano invece i misteriosi invasori che aggredirono verso il 1200 a.C. i paesi del Vicino Oriente: i Popoli del Mare.”…”Poiché proprio nell’XI secolo a.C. ebbe luogo quello spettacolare trapasso dal quale i navigatori costieri cananei uscirono dominatori d’alto mare, la conclusione è logica: i Popoli del Mare, devastatori di parte del Libano, si associarono in seguito ai Cananei per lasciarsene, infine, assorbire. Dal processo di fusione, nel quale i primi portarono le loro capacità marinaresche, sorse la ‘razza’ fenicia” Ma anche Leonardo Melis, nei suoi scritti, ricordava che secondo Sir Leonard Wooley, lo scopritore di Ur, “l’espansione marinara dei Fenici fu dovuta all’installazione degli ‘Asiani’ (così erano chiamati i Popoli del Mare) nei territori della Fenicia stessa intorno al 1200 a.C., lo stesso periodo quindi dell’ultima invasione dei Popoli del Mare che ne avevano occupato i porti”.
Si può quindi sostenere la teoria che i fenici rientrati in Sardegna, altro non fossero se non i pronipoti di quegli Shardana che all’inizio del XII secolo a.C. avevano conquistato i loro territori, integrandosi quindi con le popolazioni locali.
In definitiva, se la maggior parte degli indizi propende per una grande Civiltà Sarda che ebbe inizio e prosperò molto tempo prima dell’arrivo di questi “emigranti di ritorno” convenzionalmente chiamati Fenici, ci sarebbe da domandarsi chi sono i veri “fantarcheologi” (sarebbe più corretto definirli “fantastorici”)? Chi si è appiattito per decenni sull’ossessiva esaltazione dell’influenza levantina sulla Civiltà Sarda o chi ha la consapevolezza del fondamentale ruolo assunto dalla Sardegna nella storia di quel mondo che, sempre per citare Sergio Frau, era “antico per gli antichi”.
Purtroppo, nella nostra regione, coloro che in mancanza di teoremi scientificamente dimostrati o dimostrabili, traggono conclusioni logiche e ragionevoli, ad andar bene vengono tacciati da “fantarcheosardisti”. Bisognerà farsene una ragione…attendendo pazientemente sulla riva del fiume!
Ma per tornare all’articolo dell’Unione Sarda citato in premessa e correttamente “emendato” nel commento di Davide Cocco, all’auspicato insegnamento nelle scuole dell’antica civiltà sarda, ha sicuramente offerto un fondamentale contributo proprio Sergio Frau, con i sostanziali spunti di riflessione contenuti nei suoi libri: “Le colonne d’Ercole – un’inchiesta” e “Omphalos, il primo centro del mondo”.
Ma Sergio Frau è andato ben oltre, quando ha voluto raccontare la sua versione dell’antica storia della Sardegna, per gran parte condivisibile, nelle sale dell’affascinante museo di Sorgono, da lui stesso organizzato e curato.
Per chi allora vorrà impegnarsi perché nelle scuole sia insegnata anche e soprattutto la Civiltà Sarda, il nostro consiglio è allora quello di visitare preventivamente questo straordinario museo…e le sorprese non mancheranno!

Fantarcheo………a chi?

https://www.unionesarda.it/articolo/news-sardegna/cagliari/2019/05/05/se-i-libri-di-storia-ignorano-la-sardegna-l-editoriale-del-dirett-136-875628.html
https://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2019/05/19/storia-sarda-nelle-scuole-non-limitiamoci-alla-civilta-nuragica-127-878220.html