Indietro nel tempo

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di Giorgio Valdès

Poco tempo fa, sul profilo Nurnet Facebook era stata postata l’immagine delle regioni mediterranee con l’indicazione, tramite quadratini, dei siti archeologici presenti nei rispettivi territori. Questi quadratini, per quanto ci riguarda, ricoprivano quasi completamente la nostra regione. Il post, quindi replicato sul sito web della Fondazione, aveva riscosso un notevole interesse, come dimostrano le oltre 23 mila visualizzazioni, i 354 “mi piace” e le 355 condivisioni. Tale densità di testimonianze archeologiche, sono coerenti con i risultati degli studi genetici relativamente recenti, condotti da un equipe internazionale che includeva in particolare il professor Francesco Cucca, pubblicati nell’Agosto scorso dalla prestigiosa rivista americana “Science” (fondata nel 1880, grazie alla collaborazione finanziaria di Thomas Edison, e di Alexander Graham Bell). Francesco Cucca osserva in particolare che ”l’apporto genetico delle varie popolazioni che hanno occupato la Sardegna, Fenici, Punici, Romani, Bizantini etc, è stato sostanzialmente marginale” e che “nel patrimonio genetico dei sardi c’è l’insieme di quello che si trova in tutti gli altri europei”. Tutto ciò giustifica non solo un’intensa e antichissima frequentazione della nostra isola e una conseguente consistenza dei ritrovamenti archeologici, ma conferma anche l’evidente “appetibilità” della “destinazione Sardegna” migliaia di anni prima che si cominciasse a parlare di turismo. Consente infine di avvallare l’ipotesi di flussi migratori predominanti dalla nostra isola verso oriente, ribaltando il concetto classico che sostiene invece il contrario. Insomma, ci sarebbe da riscrivere la storia! Non vorrei apparire sardocentrico, anche se confesso d’esserlo, ma sulla base di quanto sinora riferito, mi piace richiamare quanto a suo tempo affermato da Sir E.A. Wallis Budge, insigne egittologo e scrittore, il quale esprimeva l’opinione che “le prime dinastie egizie fossero formate da elementi di una razza (o cultura) venuta dall’Occidente, i cosiddetti “compagni di Horo” (Horo Harakhty) che recavano “il segno del primo degli abitanti della terra d’occidente”, cioè di Osiride. Quest’ultimo veniva considerato re eterno nei “Campi di Yalu”, nella terra del sacro Amenti, vivente oltre le “acque della morte”, localizzata nel lontano occidente: complesso di idee e dichiarazioni che non può evocare altro che una terra insulare. Del resto il rito funerario egizio esordiva con la formula rituale “A occidente” e comprendeva un attraversamento delle acque (tratto dal saggio “Il Popolo dell’Isola” di Antonio Bonifacio). A questo proposito, uno degli storici arabi più stimati, Al Makrizi, aveva lasciato scritto in modo inequivocabile che l’edificazione delle piramidi avesse avuto inizio in un’epoca enormemente più remota, per conto di un Re chiamato Saurid, il quale visse 300 anni prima del Diluvio che sommerse ogni cosa. Re Saurid, figlio di Saruk, ha peraltro un nome che richiama foneticamente quello di Osiride, dio dell’Occidente (e comunque il prefisso “Sa” o “Sar” induce a qualche ulteriore riflessione).

 

La teoria del diluvio non è peraltro assolutamente campata in aria e a questo proposito, come già osservato in un precedente post, le tesi sono varie, tra cui quella di Tollmann, il quale ritiene che quello “Universale” sia avvenuto tra il 7700 e il 7300. C’è poi da segnalare il diluvio che causò l’inondazione del Mar Nero (6000/5500 a.C.) e infine l’ultimo, avvenuto probabilmente tra il 4400 e il 4000 a.C. E’ tuttavia probabile che ce ne sia stato un altro, di portata minore, databile tra il 3000 e il 2500 a.C. In definitiva, ritengo che Paolo Valente Poddighe (“Atlantide Sardegna”) abbia ragione a citare Camillo Cinalli, Accademico per le Scienze e le Arti, il quale scriveva che il mondo nuragico era altamente civile e che la Sardegna era probabilmente l’Isola Sacra dell’antichità. Io mi permetto d’aggiungere che in quest’isola sacra e civile, i luoghi di culto erano in primo luogo i nuraghi, ma anche le tombe dei giganti, i pozzi e le fonti sacre e, prima ancora le domus de janas; un complesso di icone identitarie della nostra proto cultura, in cui si svolgevano i riti di rigenerazione della vita.