l’anacronismo dei piccoli Dolmen

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(di Mlqrt R)

“In un circolo culturale paesano, da ragazzo ebbi modo di ascoltare alcune disquisizioni sulle tombe di quei giganti che avevano costruito i nuraghi, in occasione di casuali scambi d’idee avvenute fra due autorevoli esponenti della cultura locale, forse i maggiori. Non avevo mai sentito parlare prima di queste inquietanti testimonianze d’uomini straordinari e la cosa mi resto tanto affascinante quanto vaga e fumosa. Si parlò di pietre poste in circolo, di una gran lastra verticale e della fossa per l’inumazione del gigante, posta proprio davanti(!) ad essa. Fra i presenti, tutti molto incuriositi autori di tanta scienza, nessuno osava intervenire: avevano sentito dire di tali meraviglie ma mostravano, pur annuendo, di non averle mai viste. Non mi capacitavo di come queste cose potessero esistere nella mia terra e nessuno, neanche mio padre, uomo di cultura, non me n`avesse mai fatto parte. Cosi come oggi il ricordo me lo riporta, il tono generale della disquisizione era proprio vicino — ora posso capirlo – ai contenuti e alla retorica degli autori dell’Ottocento, ai quali i due emditi certamente avevano attinto, rielaborando personalmente.” (1)

-Giacobbe Manca-

Ho ritenuto affascinante introdurre il seguente ragionamento sui Dolmen atipici con questa testimonianza dell’archeologo nuorese Giacobbe Manca risalente a quando, ancor piccolo, certamente non si occupava attivamente di archeologia e i monumenti prenuragici e nuragici erano ancora totalmente avvolti dall’alone mitico e leggendario descritto negli elettrizzanti racconti popolari.  Mi è sembrata molto bella l’introduzione alla sintesi del ragionamento proposto dal Manca relativamente alla presenza, in alcune zone della Sardegna, di “ atipici” piccoli dolmen anacronistici rispetto alla credenza che il monumento "dolmen" sia sinonimo (in Sardegna come in Europa) di tomba del neolitico. Cosa ancora tutta da dimostrare. 

Secondo il noto archeologo, gli studiosi dovrebbero finirla di perseverare nell’errore di attribuire tutti i dolmen all’età neolitica. Egli pensa che occorra studiare attentamente i monumenti ritenuti atipici ed effettuare i dovuti raffronti, in modo tale da mettere bene in evidenza la differenza tra dolmen arcaici e quelli di epoca più recente. E di certo -“ferma restando una corretta lettura delle stesse”- sostiene lo studioso, non possiamo affidarci all’aiuto inutile delle stratigrafie per datare monumenti di superficie molto esposti e privi di riferimenti materiali (reperti). 

Relativamente a questi dolmen “fuori tempo” uno dei monumenti da cui sono iniziati gli studi del ricercatore è la tomba di “S’Ena ‘e sa Vacca"in agro di Olzai (Nu). In seguito, altri Dolmen, in particolare nella subregione del Gulcier, sono stati assimilati a questo piccolo Dolmen di Olzai. Anche ammettendo che di base, in alcuni di questi monumenti, sia fondata una collocazione originaria, come accade spesso per il riutilizzo di edifici/costruzioni appartenenti alla sfera del sacro, questo tipo di tombe sarebbero attribuibili ad un’età tardissima, a quella del ferro. 

L’archeologo chiude il suo iscritto sospettando dunque che questi piccoli dolmen non siano del neolitico ma appartenenti all’epoca storica e infine asserisce: “potrebbero essere di quando, finita la lunga e dolorosa vicenda romana, la Sardegna fu terra di conquista d’altri popoli, forse più barbari dei predecessori, ma certo più essenziali e rudi nel realizzare le ultime dimore dei loro defunti, inumati e non più cremati, come frequentemente avveniva nelle precedenti epoche. Se in futuro si avranno stratigrafie attendibili, sapremo come meglio collocare tutti i "picculi dolmen" (quelli non Neolitici — evidentemente) e quindi anche quello di S’Ena ‘e sa Vacca di Olzai, da cui siamo partiti, nel quale osserviamo come, all’epoca dell’ultimo allestimento, la sottostante tomba di giganti fosse davvero ridotta alle fondazioni, a segno di una marcata e compiuta spoliazione precedente.  Molto tardo e, dunque, l’arrivo dei rudimentali costruttori di piccoli dolmen che, proprio perché essenziali, forse poco o nulla devono aver distrutto, ma hanno riutilizzato l’esistente.”  

 

Come arrivare alla Tomba di S’Ena ‘e sa Vacca" (nella foto di Franco Serreli- socio Nurnet): da Sedilo si prende la SS 537 Sedilo-Olzai. Quattro chilometri dopo aver passato il cavalcavia sopra la SS 131, al km 17,4, parcheggiare e dirigersi verso il lato destro della strada, camminando sino alla scarpata.

1: www. Archeologiasarda. com/archeosafe/piccoli_misteriosi_dolmen_g_Manca.asp (di Giacobbe Manca)

 

P.S: misurazioni ricavate dal sito dei beni culturali della Reg- Sardegna: La sepoltura è costituita da un corpo tombale absidato (lungh. m 5,00; largh. m 3,20) – del quale residua solamente un filare di blocchi sbozzati – che racchiude una camera funeraria rettangolare (lungh. m 3,80; largh. m 0,80; alt. m 1,00). Il vano è accessibile mediante un angusto ingresso (prof. m 0,60; largh. m 0,50; alt. m 1,00) delimitato da due blocchi. Le pareti della camera funeraria sono costituite da un basamento di ortostati – ben lavorati sulla superficie a vista – sui quali poggiano filari di massi disposti in leggero aggetto, funzionali a regolarizzare il piano di posa della copertura a piattabanda. Quest’ultima è costituita da un unico grande lastrone poligonale (lungh. m 3,00; largh. m 2,50; spess. m 0,35). Un paramento murario realizzato nella massa del corpo tombale in parallelo alle pareti della camera funeraria doveva rinforzare le strutture di quest’ultima. Sulla fronte del corpo tombale si conserva ancora traccia dell’emiciclo dell’esedra (arco residuo m 4,00): tre blocchi dell’ala s. e un masso dell’ala d.