di Antonello Gregorini
Cagliari ospita stasera, al Lazzaretto, un incontro intitolato «Shardana e Nuragici. Oriente e Occidente a confronto tra commercio e pirateria», con cinque relatori e il patrocinio Unicef. Tema rilevante, studiosi di vaglio, finalità benefica nobile. Eppure la cornice complessiva dell’iniziativa solleva, a mio avviso, alcuni problemi che vale la pena nominare con franchezza.
1. Unicef, Gaza e Mont’e Prama
Una raccolta fondi umanitaria a margine di una conferenza scientifica è prassi consueta, e non richiede affinità tematica con la causa. Qui però uno degli interventi — «Da Gaza a Gaza passando per Mont’e Prama» — costruisce esplicitamente un ponte simbolico fra la questione palestinese contemporanea e l’archeologia nuragica. È un’operazione che usa il dato archeologico come metafora politica, e che resta storiograficamente discutibile indipendentemente dalla posizione che si assume sul conflitto. I Sea Peoples del Bronzo finale e i bambini di Gaza del 2026 non hanno in comune che la geografia di un mare. Quando l’archeologia diventa cassa di risonanza di un’attualità politica, perdono in precisione sia la disciplina sia il dibattito civile. Il marchio Unicef, in questa cornice, finisce per assolvere un’operazione retorica che con la tutela dell’infanzia non ha rapporto diretto.
2. Una conferenza sugli Shardana senza il suo principale studioso italiano
Dai sottotitoli degli interventi è chiaro l’orientamento della serata: «Sardi odierni = Nuragici» e «Ripulire i dati archeologici dalle ideologie» annunciano una presa di posizione critica nei confronti dell’identificazione Shardana-Nuragici, e più in generale di quella che i relatori considerano una lettura identitaria del dato nuragico. È una corrente legittima, con argomenti seri. Tanto più sorprendente, allora, è l’assenza — anche solo come interlocutore citato — di Giovanni Ugas, autore di Shardana e Sardegna (2016), cioè della tesi che la conferenza dichiara di voler contestare.
Una conferenza che si propone di smontare un’ideologia dovrebbe convocare i suoi sostenitori, non aggirarli. Confutare un avversario in sua assenza è facile, ma non è scienza. Ed è anche poco rispettoso del pubblico, che ha diritto di sentire la tesi nella sua versione più forte prima di vederla criticata.
3. Cinque voci convergenti, nessuna dissonante
Il problema precedente si allarga. Non si tratta solo dell’assenza di Ugas: è l’intera struttura della serata a essere monocorde. Cinque relatori che condividono — pur con sfumature — la stessa cornice interpretativa, nessun moderatore che richiami i punti di disaccordo, nessun dibattito aperto al termine. Una conferenza non è obbligata a essere un convegno, ma quando il tema trattato presenta interpretazioni rivali consolidate nella letteratura specialistica, la giustapposizione di voci omogenee trasforma la divulgazione in catechesi. Il pubblico esce con l’impressione di aver ascoltato «lo stato dell’arte», quando ha ascoltato una posizione fra le diverse possibili.
4. Sul bias, e su come si smonta davvero
La sostanza dell’incontro tocca un nodo a cui sono particolarmente sensibile. Con il pamphlet Il bias fenicio, Marco Chilosi ed io, abbiamo cercato di mostrare che l’idea della Sardegna antica come terra plasmata da una colonizzazione fenicia stabile e pervasiva sia stata proiettata sul dato archeologico per generazioni, a dispetto delle evidenze (e delle assenze di evidenze). Non si trattava di malafede, ma di un dispositivo mentale: una categoria forte che precede la lettura del reperto, anziché derivarne.
Proprio per questo, però, l’impianto della serata mi lascia perplesso. Un bias non si smonta producendone uno speculare: lo si smonta restituendo al dato la sua autonomia, ascoltando le tesi avverse nella loro versione più robusta, e accettando il rischio del contraddittorio. Una conferenza che dichiara di voler «ripulire dalle ideologie» e poi convoca soltanto voci omogenee, in assenza dell’interlocutore principale che vorrebbe confutare, conferma — senza volerlo — una struttura ideologica analoga a quella che denuncia. La buona scienza si riconosce dal coraggio del dialogo, non dal monologo dei convinti.
Aggiungo un’osservazione di scala. Il dibattito sugli Shardana e sui Popoli del Mare è oggi internazionale: Cline, Knapp, Emanuel, Killebrew, fra altri, lo conducono nelle riviste peer-reviewed, ai convegni di Tel Aviv, Nicosia, Lipsia, Cambridge, con strumenti che vanno dall’epigrafia egizia all’archeo-metallurgia all’analisi isotopica. È in quelle sedi che la storiografia coloniale — quella che ha letto la Sardegna come periferia ricettiva e soggetto passivo del Mediterraneo — può essere riformata, e in parte lo è già. Affrontare il tema in una sala di Cagliari, fra archeologi locali e senza interlocutori dissonanti, è un’autoriduzione di prospettiva: il dibattito che merita di essere vinto non si vince in casa propria.
Una proposta, non un processo
Queste note non sono un processo agli organizzatori né ai relatori, che restano studiosi seri. Sono un auspicio: che la prossima occasione — perché ce ne sarà una, e ce ne devono essere molte — sia costruita diversamente. Convocando le voci dissonanti, ospitando il dibattito internazionale anziché aggirarlo, separando con cura il piano archeologico da quello della solidarietà umanitaria. La Sardegna nuragica non ha bisogno di essere difesa né di essere demitizzata in fretta: ha bisogno di essere studiata, discussa, raccontata con onestà metodologica. Il pubblico sardo, dal canto suo, ha mostrato in più occasioni di saper reggere la complessità: chiedergli di scegliere fra orgoglio identitario e rigore scientifico è un falso dilemma, e fargli credere il contrario — in qualunque direzione — sarebbe il peggior servizio che la divulgazione possa rendergli.

