La Sardegna nuragica: un’isola aperta al mondo, ma padrona di sé

di Antonello Gregorini

*A partire da un articolo di Ralph Araque Gonzalez, “From the Atlantic to the Mediterranean and Back: Sardinia, Iberia, and the Transfer of Knowledge in Late Bronze Age Networks” (Open Archaeology, 2023, accesso aperto CC BY 4.0).*

Ogni tanto uno studio scientifico ci restituisce, con la forza dei dati, un’immagine della Sardegna nuragica che vale la pena raccontare. È il caso di questo lavoro di Ralph Araque Gonzalez, che ricostruisce le rotte, gli scambi e soprattutto i meccanismi umani che tenevano insieme un mondo vastissimo, dall’Atlantico al Levante, nel Bronzo Finale. Ne propongo qui una sintesi ragionata, intervallata da alcune mie riflessioni: perché credo che, letto con occhi sardi, questo articolo dica qualcosa di più di quanto l’autore stesso metta in primo piano.

Il tema centrale

Lo studio esamina come, nel Bronzo Finale (ca. 1200–850 a.C.), la Sardegna e l’Iberia occidentale — Portogallo, Estremadura, Andalusia — fossero collegate da fitte reti di scambio, nonostante distassero oltre 1.000 miglia nautiche. Le prove archeologiche — armi, utensili, tecniche decorative e simboli quasi identici nelle due regioni — mostrano che non circolavano soltanto oggetti, ma anche conoscenze tecnologiche, saperi e idee. Questo trasferimento di conoscenza richiedeva contatti umani ripetuti e prevalentemente pacifici: non bastava scambiare un’ascia, bisognava trasmettere il “modo” di farla.

Fermiamoci un attimo su questa distanza: quasi duemila chilometri di mare, coperti con imbarcazioni a vela che procedevano a pochi nodi. Non parliamo di un contatto occasionale, di un relitto capitato per caso su una spiaggia. Parliamo di rotte battute con regolarità, di gente che sapeva dove andare e come tornare. La Sardegna del Bronzo non era una periferia sperduta: era un nodo consapevole di una rete continentale. E lo era per scelta, non per caso.

Il collasso che non ci fu (o non allo stesso modo)

Qui aggiungo un elemento che l’articolo lascia sullo sfondo ma che per noi è decisivo. Attorno al 1200 a.C. il Mediterraneo orientale conosce quello che gli studiosi chiamano il *Collasso della tarda Età del Bronzo*: cadono i grandi palazzi micenei, si contrae il mondo ittita, tremano gli imperi, si interrompono rotte commerciali secolari. È una delle più grandi crisi sistemiche della storia antica.

il cuore del pezzo

Ed è proprio qui che la vicenda sarda diventa straordinaria. Mentre a Oriente crollano palazzi e burocrazie, la Sardegna nuragica *non crolla*. Anzi: è esattamente in questa fase che le interazioni marittime si intensificano, che nasce la grande stagione dei bronzetti, che i santuari dell’acqua diventano nuovi centri di aggregazione. Dove altri sistemi implodono perché troppo rigidi, troppo accentrati, troppo dipendenti da un vertice, la società nuragica assorbe l’urto e riparte. Questa è quella che Eric CLine, nei suo ultimo libro, pone in alto alla classifica delle società resilienti. E non è un caso fortunato: è la conseguenza diretta di come quella società era organizzata. Chi non ha un unico re, un unico palazzo, un unico magazzino da cui dipende tutto, non ha nemmeno un unico punto in cui può essere spezzato.

La domanda giusta: cooperare senza padroni

L’autore si pone una domanda tanto semplice quanto profonda: come facevano comunità disperse, piccole e socialmente eterogenee a cooperare stabilmente, su enormi distanze, senza alcuna autorità centrale, senza governo, senza burocrazia, senza scrittura amministrativa?

Per rispondere applica strumenti presi dalla teoria della scelta razionale (l’economista Peter Leeson) e dalla teoria anarchica (Kropotkin, Clastres). Il passaggio chiave è la distinzione tra “governo” — inteso come monopolio coercitivo del potere nelle mani di uno o di pochi — e “governance” o “autogoverno”: l’esistenza di regole e ordine sociale che non richiedono un sovrano. Le comunità nuragiche, come quelle iberiche, vivevano in un contesto “anarchico” nel senso etimologico del termine: senza un capo che comanda, ma non per questo senza regole.

Attenzione a non fraintendere la parola “anarchia”: non significa caos, disordine, violenza diffusa. Significa il contrario. Significa una società capace di darsi ordine “dal basso”, attraverso il consenso, la reputazione, le regole condivise, senza bisogno di un tiranno che le imponga con la forza. È una forma di intelligenza collettiva. E i nuragici, con i loro villaggi di capanne tutte più o meno della stessa dimensione, senza palazzi e senza tombe principesche per gran parte del Bronzo, ci dicono proprio questo: una comunità di pari, che decide insieme.

Su questo punto ho lavorato più a fondo nel capitolo di *Esegesi dell’archeologia della Sardegna*, dove parto proprio da Araque Gonzalez e dall’eterarchia di Mauro Perra — il potere che si articola su più piani invece che su un’unica scala verticale — per arrivare a Bandinu e al “Pro ite semus totu paris”: quel principio di uguaglianza comunitaria in cui l’archeologia della società dei pari e l’antropologia dell’identità sarda finiscono per parlarsi.

Rimando al mio libro chi voglia seguire il filo per intero.

I meccanismi che tenevano in piedi il mondo

Come si costruisce fiducia tra sconosciuti separati dal mare? L’articolo individua alcuni pilastri.

La **reputazione** — l’onore e la vergogna — funzionava come sistema di controllo nelle piccole comunità “faccia a faccia”, dove tutti si conoscono e il giudizio pubblico pesa più di qualsiasi legge scritta. La “segnalazione” avveniva attraverso simboli, mode e costumi condivisi, che riducevano quella che l’autore chiama la “distanza sociale” tra gruppi diversi. E poi, soprattutto, l’ospitalità: considerata la precondizione fondamentale per accogliere lo straniero e, con lui, il suo sapere. Un tema che Araque Gonzalez collega esplicitamente alla lunga tradizione mediterranea — da Omero fino al “Codice della vendetta barbaricina” sardo — e che in Sardegna sopravvive, ritualizzata, fino a tempi recentissimi.

Chi è sardo su questo sente qualcosa vibrare. L’ospitalità come dovere sacro, il rispetto quasi religioso per l’ospite, non sono folklore da cartolina: sono strutture sociali antichissime, meccanismi che per millenni hanno permesso a comunità isolate e diffidenti di aprirsi al mondo senza esserne travolte. L’articolo lo dice con il linguaggio dell’antropologia; noi possiamo dirlo con la memoria dei nostri paesi. C’è una linea che unisce il santuario nuragico dove si accoglieva il navigante straniero e la casa di campagna dove ancora oggi non si lascia andare via nessuno senza aver mangiato.

Le prove nella pietra e nel bronzo

Il confronto materiale è imponente. Strumenti quasi identici nelle due regioni: asce, molle da fuoco, scalpelli, e spade la cui evoluzione tipologica corre dall’Irlanda alla Sardegna. Oggetti cerimoniali con le stesse tecniche raffinate — la decorazione a treccia, i tripodi, gli spiedi da banchetto fusi a cera persa. Persino un sistema di pesi standardizzati, basato su un’unità di circa 9,5 grammi che dall’Iberia arrivava fino al Medio Oriente: la prova di un linguaggio comune degli scambi.

E poi i simboli. Il guerriero cornuto, diffuso in modo impressionante dall’Iberia alla Scandinavia fino al Levante. E naturalmente i bronzetti sardi — oltre seicento figure di guerrieri, madri, pastori, offerenti, musicisti — insieme ai più di centocinquanta modellini di barca, che raccontano senza possibilità di dubbio una cultura marinara viva e consapevole.

I bronzetti sono la nostra biblioteca di pietra e metallo. In assenza di scrittura, i nuragici hanno affidato al bronzo il racconto di se stessi: chi erano, cosa facevano, cosa veneravano, come navigavano. E il fatto che tra queste figure ci siano tante barche, con polene a forma di toro e cervo, ci dice che il mare non era un confine ma una strada. Un’isola che si scolpisce le navi non è un’isola che ha paura del mare.

Un’apertura che non diventa mai dipendenza

Qui l’articolo offre la sua osservazione forse più preziosa. L’impatto dei contatti mediterranei fu profondamente diverso nelle due regioni. In Sardegna produsse cambiamenti visibili: nella demografia, nella metallurgia, nella costruzione navale, nelle attività rituali, nell’architettura. Eppure — ed è il punto decisivo — non produsse centralizzazione politica. Nessun villaggio crebbe fino a diventare una capitale che dominava gli altri; quando la popolazione aumentava, si fondavano nuovi villaggi invece di ingrandire quelli esistenti. Il contatto con le società statali dell’Oriente non generò alcun desiderio di imitarne re, palazzi e burocrazie.

Questo è, per me, il messaggio più potente di tutto lo studio. La società nuragica prese dal mondo ciò che le serviva — tecniche, saperi, forme, idee — ma rifiutò ciò che non voleva: la gerarchia rigida, il potere accentrato, la sottomissione a un vertice. Fu aperta senza essere sottomessa. Curiosa senza essere colonizzata. È esattamente il contrario dello stereotipo dell’isola arretrata che subisce passivamente le influenze esterne. I nuragici scelsero. E scelsero di restare padroni di sé. In un mondo che oggi confonde troppo spesso l’apertura con la resa, mi pare una lezione che attraversa tremila anni e arriva intatta fino a noi.

La fine di un mondo

Fu proprio l’efficienza di questo autogoverno cooperativo — in Sardegna, in Iberia e lungo tutte le rotte del Mediterraneo — a preparare il terreno per le trasformazioni successive: commercio più intenso, sfruttamento su larga scala dell’argento iberico. Ma quella stessa dinamica portò anche a qualcos’altro: alla nascita di governi coercitivi nelle prime città-stato come Cartagine e Roma, e alla colonizzazione greca. Con l’arrivo di questi poteri centralizzati e violenti finiva, come scrive l’autore, la preistoria mediterranea.

La stagione nuragica del Bronzo Finale è allora qualcosa di più di un capitolo di archeologia. È la prova che un altro modo di stare al mondo è esistito, ed è stato efficiente per secoli: reti senza imperi, cooperazione senza sovrani, apertura senza perdita di sé, capacità di attraversare le crisi senza spezzarsi. La Sardegna nuragica ha attraversato il grande Collasso del Bronzo e ne è uscita fiorente, proprio perché non aveva costruito la propria forza su un vertice fragile, ma sulla resilienza diffusa di tante comunità autonome e connesse. Studi come questo di Araque Gonzalez ce lo confermano con il rigore della scienza. A noi il compito di custodire e raccontare questa storia di un’isola aperta al mondo, e mai per questo meno padrona di sé.

Antonello Gregorini