di Antonello Gregorini
Nel 2025 Columbia University Press pubblica il primo studio organico in lingua inglese su Tharros, la città antica all’estremità meridionale della penisola del Sinis, a cura di Barbara Faedda e Paolo Carta. La recensione uscita nel luglio 2026 sulla Bryn Mawr Classical Review, firmata da Linda R. Gosner, offre l’occasione per una domanda che in Nurnet sta al centro: come si racconta oggi una città che la storiografia ha sempre chiamato “fondazione fenicia”? La risposta, letta dentro il quadro proposto da Marco Chilosi e da me nel nostro “Il bias fenicio. Un paradigma storiografico in crisi?” (Condaghes, 2026), è che quel paradigma sta cedendo.
Il paradigma ereditato
Per generazioni Tharros è stata un capitolo del racconto coloniale: uno scalo fondato dai navigatori levantini lungo le rotte del Mediterraneo, la cui fondazione la storiografia colloca tradizionalmente attorno all’815 a.C. È la cornice della sintesi classica di Ferruccio Barreca, La civiltà fenicio-punica in Sardegna (1988), erede di due secoli di studi che leggono ogni traccia di contatto culturale nel Mediterraneo occidentale come prova di un’iniziativa orientale, con le comunità locali nel ruolo di riceventi passivi. È questo, nella definizione di Chilosi e Gregorini, il “bias fenicio”: un’asimmetria documentaria tra un Oriente riccamente attestato e un Occidente in penombra, riempita con la proiezione di un modello coloniale.
Cosa cambia nel volume e nella recensione
Leggendo il testo della recensione, colpisce un dato misurabile: la parola “colonizzazione”, o “colonia”, non compare mai. “Phoenician” ricorre tre volte, spesso di passaggio; “Punic” cinque; “Carthage” due. L’accento cade sul mondo punico e sul rapporto con Cartagine più che sull’origine levantina.
Nel capitolo 7 gli scavatori dell’Università di Cincinnati, Stephen Ellis ed Eric Poehler, portano dati freschi. Nei loro contesti di scavo, che riguardano le aree romane della città, ridatano l’abbandono di Tharros al IV-V secolo d.C., e non all’VIII-XI come voleva il consenso. Mostrano soprattutto che la cultura materiale e l’identità punica sopravvivono sotto il dominio romano: continuità, non rottura. La lettura di Nurnet valorizza questo dato, sottolineando come la inesistente evidenza fenicia, nei livelli e nelle aree indagati, imponga cautela sul peso reale di una presenza “coloniale” (la si tenga come nostra lettura, dato che le loro trincee toccano soprattutto le fasi puniche e romane, ma non trovano fasi fenice).
L’agency dei Sardi Nuragici
Il capitolo di apertura, di Alfonso Stiglitz, legge Tharros non come corpo estraneo ma in parallelo alla crescita dei grandi centri dei Sardi Nuragici del Sinis, primo fra tutti S’Urachi. Non è intuizione isolata. Il lavoro più aggiornato, Alfonso Stiglitz e Peter van Dommelen, Modelli di interazione nella Sardegna dell’Età del Ferro: “Nuragici” e “Fenici” (Mainake, Anejo 4, 2024), dimostra che le esplorazioni orientali si innestano su rotte del Bronzo Finale già percorse dai Sardi Nuragici, che i modelli di interazione erano diversi da sito a sito, e che la componente locale guidava i processi di urbanizzazione, con i mercanti orientali ma anche sardi nel ruolo di pontieri fra realtà distinte più che di reciproci colonizzatori.
Sul terreno, la ricerca lo documenta. Andrea Roppa, studiando La ceramica fenicia da nuraghe S’Urachi e dal villaggio di Su Padrigheddu (2015), trova ceramica fenicia dentro il nuraghe dei Sardi Nuragici. Ma una ceramica non è un popolo: attesta contatto e scambio, non la sostituzione di una popolazione. Leggere quegli oggetti come prova di “comunità feniche” stanziali è precisamente il passo che il bias fenicio nega e che i dati non autorizzano.
La prova genetica
Qui interviene lo strumento che nessuna fonte letteraria può eguagliare. Il DNA antico ha valore falsificante rispetto al modello coloniale. Lo studio genomico più esteso, Ringbauer et al. (2025), mostra che nei siti punici sardi l’apporto esterno non è levantino: il DNA “non sardo” non equivale a “levantino”, e la componente allogena punta verso il Nord Africa cartaginese, non verso Tiro o Sidone. Della grande migrazione demografica dall’Oriente, presupposto del racconto coloniale, non resta traccia biologica.
La tesi
Se ne ricava una proposta, che Nurnet avanza come ipotesi da sviluppare: le città in precedenza definite di fondazione fenicia furono un’evoluzione degli intensi insediamenti dei Sardi Nuragici, maturati dal Nuragico finale dentro un network mediterraneo di cultura fortemente orientalizzata. Non colonie impiantate da fuori, ma centri sardi che crescono, si aprono agli scambi e assumono forme urbane. È il filo che Il bias fenicio di Chilosi e Gregorini argomenta come paradigma in crisi e che io che scrivo svolgo in Esegesi dell’archeologia della Sardegna (2026) .
Bibliografia
- Barreca, F. (1988), La civiltà fenicio-punica in Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari.
- Chilosi, M. e Gregorini, A. (2026), Il bias fenicio. Un paradigma storiografico in crisi?, Condaghes, Cagliari.
- Faedda, B. e Carta, P. (a cura di) (2025), Tharros: a Sardinian treasure in the ancient Mediterranean, Columbia University Press, New York.
- Gosner, L. R. (2026), recensione a Faedda e Carta 2025, Bryn Mawr Classical Review07.16.
- Gregorini, A. (2026), Esegesi dell’archeologia della Sardegna, Condaghes, Cagliari.
- Paglietti, G. (2026), Il bias fenicio e la Sardegna nuragica: dalle fonti antiche alla paleogenetica.
- Ringbauer, H. et al. (2025), studio genomico sulle popolazioni puniche, Nature.
- Roppa, A. (2015), “La ceramica fenicia da nuraghe S’Urachi e dal villaggio di Su Padrigheddu (San Vero Milis, Sardegna): aspetti cronologici e funzionali”, Revista Onoba, 3.
- Stiglitz, A. e van Dommelen, P. (2024), “Modelli di interazione nella Sardegna dell’Età del Ferro: ‘Nuragici’ e ‘Fenici'”, Mainake, Anejo 4.

