di Renzo Trenta
Nel 1773, a Nora, riaffiora per caso una pietra reimpiegata in un muro. Porta otto righe incise in caratteri fenici. È l’iscrizione fenicia più antica dell’Occidente mediterraneo, e da allora non ha smesso di dividere gli studiosi: dal 1774 a oggi si contano oltre sessanta letture diverse, e nessuna si è imposta sulle altre. La domanda che il lettore fa subito è: come è possibile che otto righe abbiano sessanta traduzioni? La risposta è la chiave di tutto. Il testo su cui quasi tutti concordano Prima, una precisazione che al lettore serve subito: il fenicio si scrive da destra a sinistra, e le righe si succedono dall’alto in basso. Nella tabella qui sotto, quindi, i caratteri fenici vanno letti da destra verso sinistra, mentre la traslitterazione in alfabeto latino accanto si legge, ovviamente, da sinistra a destra, come siamo abituati. Sorprendentemente, sulle lettere incise l’accordo è ampio. Questa è la sequenza consonantica che quasi tutti leggono, riga per riga:

(resa dei caratteri fenici della sequenza concordata; per la lettura epigrafica esatta restano le fotografie e i disegni dell’originale) Il problema non sono le lettere. Il problema è che il fenicio si scrive senza vocali e senza spazi tra le parole. Chi traduce deve decidere dove tagliare. Sposta il taglio di una lettera e la stessa riga cambia di senso: “casa” diventa “in Tarsis”, “opere di costruzione” diventa un nome di persona. Da qui, sessanta traduzioni.
Tre modi di leggere la stessa pietra Le sessanta letture si accorpano in tre grandi famiglie, e ognuna ha avuto la sua stagione. 1. La tomba (1774-1903, quattordici letture). I primi due secoli leggono la stele come un cippo funerario: “Sepolcro di Sosimo”, “Tomba di Rasi”, “Tomba di Nagid”. Cambia il nome del defunto, non l’impianto. Da Gianbernardo De Rossi (1774) fino a Cooke (1903) è la lettura dominante. Poi si spegne: nessuno, dopo, tornerà alla tomba. 2. La battaglia e l’esilio (venti letture). Compare presto con Arri (1834), ma diventa centrale con William F. Albright (1941) e con la scuola americana: Peckham e Cross (1972), Shea e Zukerman (1991), fino a Mosca (2017) ed Émile Puech (2020). Qui la stele racconta una spedizione militare verso Tarsis, respinta, e un ripiegamento in Sardegna. Nella versione di Puech: “[In ricordo della spedizione del comandante del regno andato a combattere] a Tarsis, ma fu respinto. In Sardegna fu salvo, salvo l’esercito del nostro regno. Il monumento che ha edificato il comandante, a Pumaï.” 3. Il tempio e le opere costruite (diciannove letture). Nasce con Dupont-Sommer (1948) e attraversa la scuola europea: Février, Van Den Branden, Donner e Röllig, Ferron, Delcor, Garbini, fino a Roberto Casti. Qui non c’è nessuna battaglia: la stele commemora la costruzione di un tempio o di opere edilizie, dedicate al dio Pumay. Una tomba, una battaglia, un cantiere. Stesse otto righe. I cinque nodi Dove l’accordo c’è e dove no. Cinque parole decidono tutto.

ŠRDN: il nome che diventa Sardegna
Le cinque lettere della riga 3 sono il punto fermo dell’iscrizione, ma sono anche molto di più: sono la stessa radice che, secoli prima, corre per tutto il Mediterraneo orientale. Puech ne ricostruisce la catena. Già dal XIV secolo a.C. gli Egizi conoscono gli Šrdn, scritti con il determinativo di “popolo straniero”. A Ugarit compaiono gli Sherdanu, mercenari al servizio del re fino alla fine del XIII secolo. A Biblo, nelle lettere di El-Amarna (86, 122 e 123, fine del XIV secolo), ci sono i sirdanu. Al tempo di Merneptah e di Ramses III gli Egizi distinguono gli “Sherdana delle fortezze”, che stanno al loro servizio, dagli “Sherdana del mare”: uno dei Popoli del Mare, che dovevano provenire dalle isole. Dalla Sardegna? Sulla stele di Nora, nel IX secolo, quelle stesse consonanti riaffiorano in Occidente. È una delle più antiche attestazioni scritte del nome sull’isola: un filo che lega i mercenari dei faraoni alla pietra di un muro di Nora. Ma che cosa nominano, esattamente? Qui gli studiosi si dividono un’ultima volta, e la posta è alta. Per Cross sono “i Sardi”, il popolo. Puech obietta che manca la marca del plurale, e legge quindi “in Sardegna”, il luogo. Casti traduce “a Sherden” e lascia aperta la domanda più intrigante di tutte: quando, da chi e perché la Sardegna fu chiamata per la prima volta ŠRDN? E soprattutto: quel nome poteva già essere l’appellativo dell’insediamento nuragico che stava allora su quel territorio? Se valesse quest’ultima ipotesi, la stele non registrerebbe l’approdo di qualcuno su un’isola anonima. Registrerebbe il nome che quell’isola, e la gente che ci viveva, portavano già.
Una pietra intera o spezzata?
C’è un’ultima frattura, ed è letterale. Quaranta letture considerano l’epigrafe integra: quello che vedi è tutto quello che c’era. Venti la considerano mutila, e ricostruiscono le righe mancanti in cima. Non è un dettaglio: chi ricostruisce può aggiungere il soggetto che gli serve. Casti, che ha esaminato la pietra per anni, difende con forza l’integrità e accusa la scuola americana di aggiungere “righe immaginarie”. Puech, che ha esaminato la stessa pietra nel 2013, conferma invece la frattura e ricostruisce quattro righe.
I casi estremi
A completamento del quadro vanno registrate anche le letture che stanno fuori dal circuito accademico. Non sono curiosità marginali: sono l’esito logico della sotto-determinazione. Se le lettere non bastano a decidere dove tagliare, prima o poi qualcuno taglierà in modo radicalmente diverso.
David Olmsted (2020) legge la stele in “accadico alfabetico”: per lui il testo sarebbe una difesa dell’attività templare fenicia e una formula magica contro la siccità del 730 a.C., con le divinità Yahu e Ayu. Il lavoro è pubblicato con licenza aperta, ma non è passato per la revisione dei pari, e la lingua che presuppone non è quella riconosciuta per l’iscrizione.
Salvatore Dedola compie il passo più radicale: tiene la grafia fenicia, ma sotto di essa legge la lingua sarda. La sua traduzione suona così: “Al tempio principale di Nora, quello che sta in Sardegna, auguro fortuna. Chi augura fortuna è Saba, figlio di Melke-Atene, che ha costruito Nora di propria iniziativa”. È una proposta divulgativa, non sottoposta a revisione dei pari.
Vale la pena guardare da vicino come ci arriva, perché è istruttivo. Prendiamo NGR, che lui rende “Nùgura”, cioè Nora. Le consonanti non se le inventa: le eredita. Bourgade, nel 1855, è il primo a leggere il nome Nogar alle righe 2 e 7. Dupont-Sommer glossa NGR come “l’antica denominazione della città di Nora, o per meglio dire l’intera cittadinanza di Nora”. Van Den Branden legge “Naggâr, abitante della città di Nora”. Dahood traduce “l’edificio che NGR costruì”, prendendolo come nome di persona. Casti stesso legge “ciò che ha costruito Nogar”. La linea che porta da NGR a Nogar o a Nora attraversa un secolo e mezzo di studi accademici: Dedola ci si appoggia, e ne ha diritto. Quello che è suo è la vocalizzazione. NGR sono tre consonanti nude, perché il fenicio non scrive le vocali. La tradizione vocalizza “Nogar” o “Naggâr”; Dedola vocalizza “Nùgura”, e quella scelta fa suonare sarda la parola, che è esattamente ciò di cui la sua tesi ha bisogno. Le consonanti se le presta dagli accademici; le vocali portano il carico. Ed è un carico che nessuno può falsificare, perché nel testo le vocali non ci sono.
C’è poi un nodo che non è solo suo: NGR ha una G che Nora non ha, e chi identifica i due deve spiegare come sparisce la gutturale. Non a caso una parte della tradizione preferisce leggere NGR come persona, il costruttore, invece che come toponimo: così il problema non si pone.
Infine il dettaglio che mostra il meccanismo: nella traduzione di Dedola si legge che Nora fu costruita “di propria iniziativa”. Quelle parole, nelle consonanti, non ci sono. Non sono traduzione: sono la tesi che parla.
Perché registrarle? Perché mostrano il meccanismo meglio di qualsiasi spiegazione. Letture come queste sono seducenti proprio perché lavorano su un’iscrizione vera e su un lessico semitico vero: hanno l’apparenza del rigore. Ma la stele di Nora è leggibile per metà, e su un testo senza vocali e senza spazi la fantasia trova sempre un varco. La differenza tra una lettura accademica e una eterodossa non sta nell’audacia dell’ipotesi, che in questo campo è di casa anche fra i cattedratici: sta nel sottoporla al controllo di chi ha gli strumenti per smentirla.
Conclusione
Dopo duecentocinquant’anni, la stele di Nora ci dice tre cose certe: che è fenicia, che parla della Sardegna, e che è dedicata a Pumay. Tutto il resto, chi la scrisse, perché, e se racconti una battaglia o un cantiere, resta aperto. Non è un fallimento della ricerca. È il segno che il testo è sotto-determinato: le lettere non bastano a decidere fra letture rivali, e ogni epoca ci ha visto quello che era pronta a vedere. L’Ottocento vedeva tombe. Il Novecento americano vedeva battaglie e imperi. La scuola europea vedeva templi. Vale la pena ricordarlo ogni volta che una traduzione viene presentata come definitiva.
—
La stesura di questo articolo è il frutto del lavoro del gruppo di lavoro di Nurnet che ha preparato il corpus digitale bibliografico da cui ha tratto spunto il testo. Il gruppo di lavoro in ordine alfabetico è costituito da Marco Chilosi, Antonello Gregorini, Lucio Pascarelli, Renzo Trenta e Giorgio Valdes. Con loro, in un progetto più ampio, che prevede l’aggiornamento tecnologico del Geoportale della Preistoria e Protostoria della Sardegna, abbiamo realizzato uno strumento di consultazione tramite un agente di intelligenza artificiale che utilizza una rete neurale e un Large Language Model (LLM) di ultima generazione. Questa sintesi nasce in particolare dalla tabella comparativa delle letture della stele di Nora curata da Nurnet, che raccoglie oltre sessanta traduzioni dal 1774 al 2023, a partire dal repertorio di Roberto Casti, La stele di Nora. Scavo di un testo archeologico (Edizioni Della Torre, 2016), integrato con le letture e traduzioni successive.

