Contributo al dibattito pubblico dei soci di Nurnet
Premessa necessaria: l’attentato di Lula
Nella notte tra sabato e domenica, a Lula, ignoti hanno incendiato due automobili in uso a ricercatori impegnati nelle attività legate all’Einstein Telescope.
Nurnet condanna il gesto senza attenuanti né distinguo, “senza se e senza ma”. È estraneo all’idea di società che ci interessa. Una comunità che discute un progetto e una comunità che intimidisce chi ci lavora sono due cose incompatibili. La seconda toglie la parola alla prima.
Chi ha obiezioni serie su ET è il primo a essere danneggiato da un episodio del genere. Da oggi ogni argomento critico, anche il più fondato, viene ascoltato con il rumore di fondo di due auto bruciate. È esattamente il contrario di quello che serve a chi vuole ottenere garanzie ambientali, trasparenza sulle procedure e vincoli sulle ricadute locali.
Detto questo, il merito della questione resta aperto, ed è il motivo per cui questo testo è stato scritto.
Il punto in cui siamo
La discussione sull’Einstein Telescope (ET) in Sardegna è entrata nella fase decisiva, e conviene partire dai fatti verificabili, perché nel frattempo il quadro è cambiato.
ET è un rivelatore di onde gravitazionali di terza generazione, inserito dal 2021 nella roadmap ESFRI delle infrastrutture di ricerca strategiche europee. I siti in valutazione erano tre: l’area dell’ex miniera di Sos Enattos a Lula, l’Euregio Mosa-Reno al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania, e la Lusazia in Sassonia. A gennaio 2026 Italia e Germania hanno firmato un accordo per una candidatura congiunta Sardegna-Sassonia, consolidato il 17 luglio scorso: la proposta prevede due rivelatori a geometria a L anziché un unico triangolo. La decisione europea è attesa entro la fine del 2026, con l’avvio della costruzione ipotizzato dal 2027.
La Regione ha stanziato 350 milioni per la costruzione dell’osservatorio E.T., che si sommerebbero ai 950 previsti dal Governo, più circa 50 milioni per interventi collaterali. A questi si aggiungono il progetto MITI sulle tecnologie abilitanti (15 milioni dal MUR) e un bando di Sardegna Ricerche da 4 milioni per l’ingresso delle PMI sarde nella filiera.
Sono cifre che meritano dibattito pubblico indipendentemente da come la si pensi sul progetto. Una parte della spesa è già impegnata su un risultato non ancora acquisito: è una scelta politica legittima, ma va discussa per quello che è, non presentata come un investimento privo di rischio.
Il criterio
Nel frattempo, sono partite opere che esistono a prescindere dall’esito. Il 17 luglio 2026 è stato avviato il cantiere di ET-SUnLab, laboratorio multidisciplinare sotterraneo a bassissimo rumore ambientale finanziato con circa 20 milioni di euro da Regione Sardegna, INFN, INAF e INGV.
Un’infrastruttura di questa scala non si valuta per adesione o per rifiuto. Si valuta per parti: quali affermazioni sono documentate, quali sono ipotesi da verificare con procedure tecniche, quali sono congetture prive di riscontro. Tenere insieme i tre livelli — come talvolta accade da entrambi i lati del dibattito — non aiuta nessuno, e finisce per danneggiare soprattutto chi solleva obiezioni fondate, che vengono liquidate insieme a quelle infondate.
Le criticità ambientali sono reali e sono trattabili
Smarino, interferenze con la circolazione idrica sotterranea, impatto dei cantieri, consumi energetici, viabilità di servizio: sono questioni concrete, non pretesti. Sono anche questioni comuni a tutte le grandi opere sotterranee, per le quali esistono procedure di Valutazione di Impatto Ambientale, prescrizioni vincolanti e monitoraggi.
Che esistano le procedure, però, non basta: contano la qualità dell’istruttoria, l’indipendenza di chi la conduce e la possibilità di contraddittorio. Su questo il dibattito sardo ha titolo a essere esigente, e la Conferenza di servizi preliminare del novembre 2025 — che ha valutato positivamente entrambe le configurazioni studiate — è un passaggio preliminare, non un lasciapassare.
Va segnalato un aspetto poco discusso e non banale. ET ha bisogno di silenzio sismico: la sua sensibilità dipende dall’assenza di vibrazioni antropiche nell’area circostante. Questo significa che l’infrastruttura imporrebbe vincoli d’uso su un territorio ampio, come è già emerso rispetto ai progetti eolici nel Nuorese. È un vincolo che protegge il paesaggio da alcune trasformazioni e che al tempo stesso sottrae ai territori interessati alcune opzioni di sviluppo. È un trade-off che va negoziato apertamente e compensato, non taciuto.
“Dual use”: una categoria giuridica, non un’accusa
Sul punto conviene essere precisi, perché è qui che il dibattito si è più incrinato.
Dual use è una categoria della normativa europea sul controllo delle esportazioni: classifica beni e tecnologie che possono avere sia impiego civile sia militare. Descrive tecnologie, non finalità.
È vero — e negarlo non sarebbe credibile — che diverse tecnologie abilitanti di ET appartengono a famiglie con applicazioni anche militari: laser ultrastabili, ottica di precisione, luce compressa quantistica, criogenia, isolamento dalle vibrazioni, sensoristica inerziale. Vale per quasi tutta la strumentazione scientifica avanzata, dai magneti superconduttori ai rivelatori di neutroni. Se questo criterio bastasse a qualificare un’opera come militare, sarebbe militare qualunque laboratorio di fisica in Europa.
Ciò che distingue un’infrastruttura di ricerca da un’installazione militare non è la tecnologia impiegata, ma la governance: chi la controlla, cosa produce, chi accede ai dati, cosa viene pubblicato. ET nasce come infrastruttura di ricerca europea a partecipazione multinazionale, il suo prodotto sono dati astrofisici, e la comunità delle onde gravitazionali ha una prassi consolidata di pubblicazione aperta dei dati dopo periodi di riserva definiti. Allo stato delle informazioni pubbliche non esistono elementi che indichino una destinazione militare del progetto.
Questo non rende infondata la diffidenza sarda verso le installazioni “strategiche”. La Sardegna ospita una quota largamente sproporzionata delle servitù militari italiane, con poligoni come Quirra, Teulada e Capo Frasca, e con vicende sanitarie e ambientali su cui il conflitto tra comunità e Stato è documentato e tutt’altro che chiuso. Quella diffidenza ha ragioni storiche precise e va rispettata.
Proprio per questo, però, l’estensione automatica del sospetto a ET è controproducente. Chi vuole contestare le servitù militari esistenti ha bisogno di argomenti verificabili e di credibilità: applicarli a un’infrastruttura che non è militare indebolisce la posizione su quelle che lo sono davvero.
Cosa produce la ricerca fondamentale, senza promesse eccessive
La ricerca di base ha storicamente generato applicazioni civili in ambiti che non erano previsti al momento della progettazione: diagnostica per immagini, sensoristica, calcolo distribuito, ottica, nuovi materiali, monitoraggio ambientale e strutturale. È ragionevole attendersi che ET contribuisca in direzione analoga.
Va detto con altrettanta chiarezza che le grandi infrastrutture di ricerca non producono automaticamente sviluppo locale. Il caso dei Laboratori del Gran Sasso mostra che un polo scientifico di rilievo mondiale può convivere per decenni con un contesto regionale che ne cattura solo in parte i benefici. Ciò che fa la differenza è la capacità di assorbimento del territorio: formazione tecnica, imprese in grado di qualificarsi come fornitori, collegamenti stabili con il sistema universitario, politiche che trattengano le competenze. Sono variabili che dipendono da noi, non dall’interferometro.
Il bando da 4 milioni per le PMI va in questa direzione. È un inizio, non una risposta.
Cosa chiedere, in concreto
Un dibattito utile non si ferma al pronunciamento. Queste ci sembrano le condizioni minime da porre, indipendentemente dalla posizione di ciascuno:
- Pubblicazione integrale e tempestiva degli studi geologici, idrogeologici e sismici, in formato consultabile, con dati grezzi accessibili alla verifica indipendente.
- Piano di gestione dello smarino definito prima dell’approvazione: volumi stimati, caratterizzazione del materiale, destinazione, ipotesi di riutilizzo.
- Monitoraggio idrogeologico indipendente, con baseline pre-cantiere e serie storiche pubbliche, affidato a soggetti terzi rispetto al proponente.
- Bilancio energetico dichiarato e copertura da fonti rinnovabili compatibili con i vincoli sismici del sito.
- Mappa esplicita dei vincoli d’uso che l’infrastruttura imporrebbe al territorio circostante, con le relative compensazioni.
- Impegni vincolanti sulle ricadute locali: quote di fornitura raggiungibili dalle imprese sarde, programmi di formazione tecnica avviati prima della costruzione, criteri di assunzione trasparenti.
- Chiarezza sulla governance: forma giuridica dell’infrastruttura, composizione degli organi decisionali, regime di accesso ai dati, rappresentanza del territorio ospitante.
- Un piano B dichiarato: cosa accade agli investimenti già effettuati se la scelta europea cadrà sull’Euregio Mosa-Reno.
Conclusione
La Sardegna ha diritto a pretendere il massimo livello di tutela ambientale, di trasparenza amministrativa e di partecipazione alle decisioni. Ha anche interesse a che il confronto si svolga su affermazioni verificabili, perché è l’unico terreno su cui le obiezioni fondate possono prevalere.
L’alternativa non è tra sviluppo e tutela del territorio. È tra decisioni prese sulla base di prove discutibili in pubblico e decisioni prese sulla base di narrazioni — che siano narrazioni di promessa o di minaccia. Su questo, chiedere di più non significa essere contrari: significa fare il proprio mestiere di comunità.

