SULLA FONDAZIONE DELLE ANTICHE CITTÀ SARDE

di Antonello Gregorini

Fra i ragionamenti che assegnano la fondazione di antiche città della Sardegna, quello su Olbia, sostenuto principalmente dagli studi di Rubens D’Oriano, è tra i più noti.  Nello scavo di via Cavour un contesto chiuso restituisce, fra il 630 e la fine del VI secolo a.C., materiali interamente greci. D’Oriano è più prudente di molti nel passaggio successivo: scrive che un tripode fenicio non comporta di per sé la presenza di Fenici. Per questo sceglie oggetti che non viaggiano come merce, un bacino da rito, un ex voto, un graffito con un nome greco. Sono cose che si portano dietro le persone.

Il ragionamento ha quattro passaggi che non hanno la stessa solidità.

Ci sono oggetti greci: solidissimo, il contesto è stratigrafico e chiuso.
Dunque c’erano dei Greci: ben argomentato, per la ragione appena detta.
Dunque c’era un insediamento greco: regge, per continuità e natura del contesto.
Dunque quella città l’hanno fondata loro: qui la documentazione si assottiglia.

Per sostenere l’ultimo passaggio servirebbero ben altri argomenti: significative mura arcaiche ancora in posto, un deposito di fondazione che dia una data, una necropoli greca, un’iscrizione che nomini un fondatore. Il salto logico viene compiuto con un argomento di probabilità. D’Oriano lo dichiara. Parla della “natura indiziaria” della sua interpretazione. Altrove scrive che “solo come ipotesi di lavoro si può proporre”. Quella cautela sembra però scomparire nel titolo di un suo contributo del 2018, “Olbia. Die einzige griechische Kolonie auf Sardinien”, Olbia l’unica colonia greca in Sardegna. Ed è la formula secca, non il condizionale, quella che poi circola.

Piero Bartoloni lesse gli stessi materiali come un quartiere greco dentro un centro rimasto fenicio. D’Oriano ribatté: se i reperti greci del 630 indicano un quartiere in un centro fenicio, che cosa impedirebbe di dire il contrario, che i reperti fenici precedenti stiano dentro un abitato greco fin dal 750? È una risposta che mette in chiaro la regola che sta sotto entrambi i racconti: un insieme omogeneo di oggetti indica il centro di quel popolo. Quella regola gira identica nelle due direzioni. Un criterio che taglia da entrambe le parti non decide la questione da nessuna delle due.

Il punto non è chi ci fosse a Olbia. Una presenza greca stabile e consistente, lì, è documentata. Il punto è il collegamento fra “qui c’erano dei Greci” e “questa città l’hanno fondata i Greci”. Quella distanza si colma con un documento. Per adesso quel documento non c’è.

A Olbia si concede dunque una fondazione senza atto di nascita, senza mura arcaiche, senza necropoli e senza iscrizione. Se quel livello di prova basta lì, deve bastare anche altrove. E allora la domanda diventa un’altra.

A Tharros il villaggio nuragico di Murru Mannu è “venuto in luce al di sotto dell’area del tofet”, cioè sotto il luogo più identitario della città (Del Vais, Depalmas, Fariselli e Melis, 2006). A Nora c’è il nuraghe quadrilobato all’ingresso dell’insediamento sul promontorio. A Sulki, dove sorge il fortino sabaudo, “si trovavano allora le mura puniche la cui costruzione aveva in parte demolito un nuraghe”, come riporta la scheda del Ministero della Cultura.

In nessuno di questi tre casi la presenza indigena documentata viene considerata sufficiente nemmeno per ipotizzare un ruolo attivo dei sardi, figurarsi una fondazione. Non stiamo rivendicando che Tharros sia una fondazione nuragica. Stiamo chiedendo perché lo stesso livello di prova valga in una direzione e non nell’altra.

Immagine di copertina di Bibi Pinna, insediamento di Riu Mulinu, Olbia)