di Antonello Gregorini
Sebbene Olbia sia stata fondata dai Fenici intorno al 750 a.C., i ritrovamenti archeologici indicano una fase greca dal 630 al 510 a.C. Olbia è considerata l’unica colonia o avamposto commerciale greco conosciuto sull’isola di Sardegna durante questo periodo. Fra i ragionamenti che assegnano la fondazione di Olbia, quello sostenuto dagli studi di Rubens D’Oriano, è tra i più noti.
Le fonti antiche tramandavano una leggenda di fondazione greca di Olbia. Per molto tempo era rimasta solo leggenda, perché gli studi archeologici della città arcaica non esistevano. Gli scavi degli ultimi decenni hanno offerto una prospettiva anteriore alla colonia punica del 330 circa. D’Oriano ricostruisce così: primo insediamento urbano fenicio verso il 750, presenza greca dal 630 al 510. E Olbia resta l’UNICO stanziamento greco/foceo dell’isola.
Per i Focei, secondo D’Oriano, Olbia non era solo una colonia in più. Era la base strategica per fondare città in Corsica e nella Gallia meridionale e per la rotta commerciale. Cioè la Sardegna nordorientale entra in un disegno mediterraneo come SNODO, non come periferia. Questa ricostruzione mette a Olbia due fondazioni alloctone in fila, fenicia e poi greca.
Nello scavo di via Cavour un contesto chiuso restituisce, fra il 630 e la fine del VI secolo a.C., materiali interamente greci. Per dimostrare la sua tesi D’Oriano sceglie oggetti non commerciali : un bacino da rito, un ex voto, un graffito con un nome greco. Il ragionamento logico di D’Oriano ha quattro passaggi che non hanno la stessa solidità.
- Ci sono oggetti greci in un contesto è stratigrafico e chiuso.
- Dunque c’erano dei Greci.
- Dunque c’era un insediamento greco.
- Dunque quella città l’hanno fondata loro: qui il salto logico è eccessivo.
Per sostenere l’ultimo passaggio servirebbero argomenti più significativi, per esempio: mura arcaiche ancora in posto, un deposito di fondazione che dia una data, una necropoli greca, un’iscrizione che nomini un fondatore. Il salto logico viene compiuto con un argomento di probabilità. D’Oriano lo dichiara e parla della “natura indiziaria” della sua interpretazione. Altrove scrive che “solo come ipotesi di lavoro si può proporre”.
Quella cautela sembra però scomparire nel titolo di un suo contributo del 2018, “Olbia. Die einzige griechische Kolonie auf Sardinien”, Olbia l’unica colonia greca in Sardegna. Ed è la formula secca, non il condizionale, quella che poi circola.
Piero Bartoloni lesse gli stessi materiali come un quartiere greco dentro un centro rimasto fenicio, cosi che Olbia divenne di fondazione fenicia. D’Oriano ribatté: se i reperti greci del 630 indicano un quartiere in un centro fenicio, che cosa impedirebbe di dire il contrario, che i reperti fenici precedenti stiano dentro un abitato greco fin dal 750? È una risposta che mette in chiaro la regola che sta sotto entrambi i racconti: un insieme omogeneo di oggetti indica il centro di quel popolo. Quella regola gira identica nelle due direzioni. Un criterio che taglia da entrambe le parti non decide la questione da nessuna delle due.
Il punto non è chi ci fosse a Olbia. Una presenza greca stabile e consistente, lì, è documentata. Il punto è il collegamento fra “qui c’erano dei Greci” e “questa città l’hanno fondata i Greci”. Quella distanza si colma con un documento. Per adesso quel documento non c’è. Ancora, nel “Bias fenicio” (2026, Chilosi-Gregorini), sulla scorta degli ultimi studi scientifici, propongono un cambio di paradigma sulla effettiva presenza dei fenici in Sardegna e in altre località mediterranee. Il nuovo paradigma, confortato da diversi nuovi studi ci proietta non più verso una colonizzazione fenicia ma un network culturale che vedeva la cultura fenicia come prevalente.
Ma a Olbia si concede dunque una fondazione senza atto di nascita, senza mura arcaiche, senza necropoli e senza iscrizione. Se quel livello di prova basta lì, deve bastare anche altrove, subordinata a un’altra fondazione, improbabile, di marca fenicia. E allora la domanda diventa un’altra.
A Tharros, città considerata di fondazione fenicia dai maggiori studiosi del tema, il villaggio nuragico di Murru Mannu è “venuto in luce al di sotto dell’area del tophet”, cioè sotto il luogo più identitario della città (Del Vais, Depalmas, Fariselli e Melis, 2006). A Nora c’è il nuraghe quadrilobato all’ingresso dell’area cimiteriale e sotto l’acquedotto romano, oggi sotto una caserma della Marina Militare (La Marmora, nuraghe de is mongias). A Sulki, in cima alla collina, dove sorge il fortino sabaudo, “si trovavano le mura puniche la cui costruzione aveva in parte demolito un nuraghe”, come riporta la scheda del Ministero della Cultura.
In nessuno di questi tre casi la presenza indigena documentata viene considerata sufficiente nemmeno per ipotizzare un ruolo attivo dei sardi, figurarsi una fondazione. Non stiamo rivendicando che Tharros sia una fondazione nuragica. Stiamo chiedendo perché lo stesso livello di prova valga in una direzione e non nell’altra.
–
Immagine di copertina di Bibi Pinna, insediamento di Riu Mulinu, Olbia)

