CAGLIARI, UNA CITTÀ FENICIA ?

di Antonello Gregorini

Per i tipi di Ilisso è arrivato in libreria “Cagliari, Storia di una città”, di Luciano Marroccu.

Un libro che sicuramente divorerò e amerò, così come ho amato Cagliari di Aldo Accardo, Karel di Paolo Fadda e le altre varie pubblicazioni sulla storia della nostra città.

Ho letto velocemente le prime pagine riguardanti la protostoria/storia. Dice Marroccu: “La denominazione Krly, leggibile Karaly, appare nel III secolo a.C. all’interno di iscrizioni in lingua fenicia della varietà punica ma l’uso risale probabilmente a diversi secoli prima, forse persino alla fase nuragica.

Prima ancora che Karaly prendesse forma, tutta l’area corrispondente alla Cagliari di oggi -e cioè dal Capo Sant’Elia, a est, fino alla laguna di Santa Gilla, a ovest- era ricca di centri nuragici il cui insediamento e la cui sopravvivenza erano stati favoriti dalle caratteristiche del sito. Un lungo periodo di frequentazioni reciproche tra i Nuragici e l’Oriente contribuisce a spiegare la presenza stabile dei primi gruppi di Fenici in quest’area, ma fu solo a partire dal VII secolo a.C. che una comunità umana strutturata si insediò stabilmente tra la riva della laguna di Santa Gilla e Tuvixeddu. Possiamo anche immaginare come in un tempo relativamente breve questa comunità riuscisse a concentrare su di sé il controllo dei circuiti commerciali mediterranei che erano stati gestiti da gruppi locali. Avvenne probabilmente che in una comunità nuragica situata in corrispondenza dell’attuale via Brenta, attiva ancora all’inizio del primo millennio avanti Cristo, si insediassero nel corso dell’VIII secolo, in forme difficili da precisare, mercanti e artigiani provenienti dall’Oriente mediterraneo.

E’ in questo incontro che dobbiamo vedere la matrice originaria di Cagliari, senza trascurare comunque i rapporti con le comunità di origine nuragica dell’entroterra, in particolare quelle che sorgevano più o meno dove oggi sono Settimo San Pietro, Monastir e San Sperate. Molto ci dice a riguardo la produzione, tra l’VIII e il VII secolo a.C., di ceramiche nuragiche che riprendono nelle decorazioni modelli fenici e greci. Si tratta di indicazioni che rivelano, oltre a contatti puramente mercantili, la penetrazione in ambito nuragico di modelli culturali espressione di comunità che possiamo definire meticce. Rimane l’incertezza se, in questa prima fase, lo scalo di Cagliari debba essere considerato -ha scritto Giovanni Ugas (2012) – <<una sorta di porto franco nuragico o un insediamento fenicio stabile>> … Solo più avanti, tra il VI e il V secolo a.C., cioè in epoca punica, questo primo insediamento si sarebbe presentato come una articolata struttura urbana, ricca di abitazione, impianti artigianali e specifici spazi dedicati al culto. E’ in questa fase, ha scritto Alfonso Stiglitz (2019), <<che vediamo comparire quasi dal nulla un centro completamente diverso, organizzato secondo forme urbanistiche che rimandano a quelle di Cartagine, la potenza che il quel momento sembra stabilire il proprio potere politico in Nord Africa, Sardegna, Sicilia occidentale e penisola iberica.>> … Il fatto che si possa parlare di una Karaly punica non sta a significare che l’elemento fenicio e quello più strettamente locale fossero stati cancellati.”

Rispetto a passate narrazioni, la Cagliari città fenicia, in cui la presenza delle comunità locali sarde, prima dell’avvento delle occupazioni, era relativamente trascurata, con Marroccu, il discorso si fa più problematico e articolato.

  • E’ riconosciuta una significativa presenza nuragica, determinata scientificamente, dai reperti di via Brenta e dagli insediamenti di aree vicine. Tuttavia, non viene abbastanza evidenziato che a Sarroch, Antigori con la cittadella sottostante sepolta dalla SARAS, oltre vari altre evidenze; alle pendici di tutta la fascia collinare a sud, ma anche all’interno della laguna di Santa Gilla (Cuccuru Ibba); a Uta, Decimoputzu, seguendo l’arco sino alle pendici dei Sette Fratelli con la cortina di nuraghi quartesi, i nuragici erano ovunque in consistente presenza. A chi ha mappato le forme di insediamento nuragico, conosce gli studi sulle  scelte dei luoghi e presidi da occupare, appare molto improbabile che i “sette colli” di calcare, materiale da costruzione facilmente reperibile e lavorabile, non fossero stati scelti per presidi con varie funzioni. Compresa quella, non secondaria del controllo degli approdi sia a sud che a nord delle rocche di Castello e di Mont’Urpinu. La successiva urbanizzazione con tecniche costruttive ben diverse dovette portare a un pressoché totale utilizzo dei conci dei nuraghi esistenti, oggi scomparsi.
  • Si tratta di capire cosa si intenda per urbanizzazione. L’intensità di insediamenti nel Sinis, a Tharros; nelle diverse valli dei nuraghi sparse per l’Isola, ricche di edifici che possiamo definire comunitari, le basiliche di Torralba e Giave, Tossilo e Marghine, con villaggi ampi decine di ettari, in cui la divisione dei compiti, dei lavori artigianali, dei ruoli, gli approvvigionamenti e scambi commerciali erano già intensi e possono essere classificabili come condizione urbana o pre-urbana.
  • Se è vero che i Nuragici “controllavano le rotte dei commerci dei metalli nel Bronzo e nel Mediterraneo” (Lo Schiavo e altri) appare molto probabile che anche l’area cagliaritana, per millenni centro e filtro di tutti i maggiori insediamenti e dominazioni, fosse utilizzata per il controllo degli approdi dalle pendici dei colli e dalle maggiori alture.
  • Il concetto narrativo, apparentemente scientifico, da secoli ricorrente, della città di fondazione fenicia appare non sufficientemente supportato da elementi probatori o, quantomeno, si dovrebbe dire che la città nasce dai primi intensi insediamenti delle popolazioni locali sarde di cui esistono, o di cui si può dedurre, statisticamente, quindi scientificamente, importanti presenze.
  • La versione di Ugas che la vede come “porto franco nuragico”, come per Sant’Imbenia e altri siti, appare la più corretta, in assenza di forti elementi che possano realmente acclarare, scientificamente, la presenza di popolazioni di DNA cananeo, quindi fenicio, quindi orientale. Questo è vero per Cagliari ma appare altrettanto vero per Nora, Sulky, Tharros, Neapolis, Othoca e Olbia ecc.

Però, Paolo Fadda, nel suo Karel, esordisce dicendo che “Cagliari è una città fenicia”, intendendo metaforicamente che Cagliari dai Fenici in poi (più che altro Punici) è sempre stata la città in cui si insediarono le genti occupanti e dominanti l’isola.

Cagliari, in questo senso, dopo le prime occupazioni è sempre stata un po’ meno Sardegna delle realtà dell’interno, meno commerciali, più agricole e rurali.

È ancora così, oppure le migrazioni del dopoguerra hanno modificato la connotazione sociale della città?

Continuo a leggere Marroccu e il suo bel libro sperando di trovare risposta.

Un libro che, a mio avviso, dovrebbe entrare in ogni strenna natalizia dei Cagliaritani, ma anche degli altri Sardi, o dei visitatori curiosi e colti, che volessero comprendere le ragioni di questa bellissima perla del Mediterraneo.