di Antonello Gregorini
Nel 1988 Carlo Tronchetti pubblica per Longanesi “I Sardi. Traffici, relazioni, ideologie nella Sardegna arcaica”. Il capitolo dedicato ai centri fenici è un buon testo per capire come funziona un paradigma, perché l’autore è prudente, dichiara i limiti dei suoi dati, eppure arriva dove il paradigma vuole che arrivi. Non è un processo alle intenzioni. E’ proprio quando uno studioso è scrupoloso che si vede meglio cosa il quadro di riferimento sta decidendo al posto suo.
IL TOPHET CHE DIMOSTRA. Tronchetti scrive che l’insediamento di Sulci assunse subito carattere urbano. La prova sarebbe questa: “ci è dimostrato dal contemporaneo impiantarsi del tophet”. Poco oltre precisa che “siffatto santuario-necropoli è tipico ed esclusivo dei centri urbani”. A Tharros sono le urne del tophet a fissare la data di fondazione della città. Il tophet regge quindi due tesi insieme: dice che il centro è urbano e dice quando nasce. Il problema è che il tophet, in Fenicia, non c’è. Non è una tesi di parte: è un paradosso rilevato da più studiosi, per quanto raramente messo al centro. I più antichi esemplari documentati stanno in Sardegna, a Sulky, a Nora e a Cartagine. Poi vengono Mozia, l’Iberia, la Sicilia. Il presunto marchio di fabbrica orientale, insomma, compare prima in Occidente che in Oriente. Usarlo per dimostrare che un abitato sardo è di fondazione fenicia non è logico. E’ un ragionamento rovesciato: si data l’arrivo di un’usanza dal luogo dove quell’usanza non è mai stata trovata.
## LE STESSE ANFORE, DUE PESI. A Nora, Tronchetti è esemplare per prudenza. Scrive che i frammenti di anfore commerciali fenicie recuperati sui fondali “non costituiscono una testimonianza probante, potendo provenire da relitti di navigli di passaggio”. Un’anfora sul fondo del mare dice che una nave è passata di lì. Non dice che qualcuno si è fermato a vivere. Poche pagine dopo, a Othoca, i sondaggi nella laguna restituiscono relitti con anfore commerciali fenicie. Stavolta la conclusione cambia: quei dati, scrive, “confermano l’esistenza di una fondazione fenicia in questa località”. E’ la stessa classe di prova. Anfore, da relitti, in acqua. In un caso non prova niente, nell’altro conferma una fondazione. In mezzo non è cambiato il dato. E’ cambiato cosa ci si aspettava di trovarci.
C’è di più Lo dicono le analisi di laboratorio sulle argille. A Sant’Imbenia, villaggio nuragico presso Alghero, gli studiosi hanno ricostruito l’impronta delle argille del posto e hanno così potuto separare i contenitori fabbricati sul luogo da quelli arrivati da fuori. A prevalere sono le anfore prodotte lì e nel territorio intorno. Il punto però non è il conteggio: è la premessa da cui parte quel lavoro, dichiarata nella sintesi di Moravetti e Melis del 2017. Le caratteristiche della forma o lo sviluppo del tipo “non sono sufficienti ad ancorare un’anfora a una determinata produzione”. Detto in parole povere: la sagoma di un’anfora non dice chi l’ha fatta. Lo dice l’argilla. Sant’Imbenia sta a nord mentre Nora e Othoca stanno a sud. Le epoche non si sovrappongono del tutto. Quel primato locale quindi non si trasporta di peso da una costa all’altra. Il principio invece sì. Se il tipo di un’anfora non basta a stabilire dove sia stata fabbricata, tanto meno basta a stabilire chi viveva nel luogo in cui la si ritrova.
## LE EPIGRAFI CARICATE OLTRE LA CORRETTA PORTATA. Sulle iscrizioni Tronchetti è di nuovo cauto: non costituiscono “le prove sicure di una fondazione coloniale”, potendo essere lette come testimonianze dello scalo di navi o di spedizioni isolate “che non ebbero immediati esiti stanziali”. Ha ragione. Vale la pena prenderlo sul serio. Prendiamo la più famosa, la stele di Nora. Ne esistono decine di letture diverse. Dopo il 1950 gli studiosi si dividono quasi a metà fra chi vi legge un contesto templare e chi uno militare. Non si concorda nemmeno su dove finisca una parola e cominci la successiva. Una fonte così non può dimostrare chi l’ha scritta. Non lo può fare a favore di una tesi sulla provenienza locale, né a favore di una fondazione coloniale. Chi la usa come prova sta chiedendo a otto righe contese un lavoro che otto righe contese non possono fare.
## IL CONTRAPPUNTO GENETICO. Nel 2025 la rivista Nature pubblica uno studio dal titolo che vale un riassunto: le popolazioni puniche erano geneticamente diverse, con quasi nessun antenato levantino. Su 398 individui campionati in quattordici siti fra Iberia, Sardegna, Sicilia, Nord Africa e Levante, 157 hanno restituito dati sufficienti all’analisi. L’ascendenza levantina risulta trascurabile. A questo si affianca un dato: nel quartiere centrale di Tharros, a fianco delle famose colonne, raggiunto il suolo originario, non sono emersi reperti fenici.
## COSA CAMBIA. Niente di tutto questo dice che i Fenici non siano mai arrivati in Sardegna. Dice qualcosa di più scomodo e più utile: che per decenni abbiamo chiamato prove degli indizi, letti sempre nella stessa direzione. Tronchetti nel 1988 aveva sotto gli occhi i dati giusti e li ha descritti con scrupolo. Poi li ha fatti convergere dove il quadro condiviso li aspettava. E’ così che lavora un paradigma: non nascondendo i fatti, ma decidendo in anticipo cosa conta come prova.
Rimettere quella decisione in discussione non toglie niente alla storia dei Fenici. Restituisce qualcosa ai Sardi: la possibilità di essere stati protagonisti invece che comparse in quegli scambi.

