DOMUS DE JANAS: CASA DEL DEFUNTO O TEMPIO IPOGEO?

Di Marco Chilosi

1. Premessa: superare il modello ingenuo della “casa del defunto”
Alle domus de Janas, da poco inserite tra i patrimoni UNESCO, viene riconosciuto un “eccezionale valore universale” [1,2].

Eppure persiste (nelle descrizioni offerte nei siti archeologici, nei musei, nella percezione condivisa) la tradizionale interpretazione romantica che vede la tomba (casa del defunto) come simulazione della casa dei vivi. Questa interpretazione, se ha avuto una sua funzione storica (permettendo di sottolineare il legame fra mondo dei vivi e dei morti e di leggere l’ipogeo funerario come proiezione in negativo dello spazio abitativo), si rivela oggi sempre più inadeguata sul piano formale, su quello simbolico e quello comparativo con altre civiltà.

Infatti, questa lettura tende a banalizzare un complesso apparato iconico-architettonico che, per densità simbolica e coerenza interna, si avvicina molto più a un linguaggio templare che a una semplice trasposizione dell’abitare (come in parte sottolineato nel sito UNESCO: ”tombe scavate nella roccia che testimoniano le pratiche funerarie, le credenze religiose e l’evoluzione sociale delle comunità neolitiche sarde. Caratterizzate da articolati sistemi planimetrici e decorazioni simboliche, rappresentano la più estesa manifestazione di architettura funeraria ipogea del Mediterraneo occidentale”)[2].

La stretta associazione tra luoghi di sepoltura e contesti di valenza templare non è un’anomalia, ma una costante di lunghissima durata in molte culture, manifestazione di un medesimo principio: il luogo sacro del culto è, al tempo stesso, spazio privilegiato per la deposizione dei morti. Traslato in chiave pre-nuragica, questo significa che la funzione funeraria delle domus de janas non esclude affatto, ma anzi suggerisce, una dimensione templare: luoghi ipogei in cui la comunità mette in scena, nello stesso spazio architettonico, la memoria dei defunti e la relazione con il sacro, utilizzando iterati simboli e liturgie.

In questa prospettiva, parlare di “necropoli-santuario” non è un’anomalia, ma una descrizione strutturalmente coerente.

2. Incongruenze della convinzione “domus de Janas come simulazione della casa dei vivi”.
La “lettura domestica” di questi ipogei contrasta palesemente con quanto si può dedurre dalle testimonianze materiali fornite dall’archeologia sulla struttura delle abitazioni degli abitanti della Sardegna dal neolitico al nuragico. Esaminando l’ampissima casistica delle domus de janas (oltre 3000) si può evidenziare come la stragrande maggioranza è caratterizzata da piante geometriche (rettangolari, quadrangolari, pseudo-rettangolari) con coperture piane o, più raramente e nelle realizzazioni più prestigiose e complesse, da soffitti a doppia falda, a simulare coperture formate da travi, elemento considerato “imitazione dei tetti delle capanne”. Considerando che quello fosse il “progetto” delle capanne e quei tetti fossero comuni nelle abitazioni di allora.

Questa interpretazione è facilmente contestabile sulla base della statistica e della logica. Come erano le abitazioni “civili” (capanne) in cui vivevano in quei tempi? Le informazioni e le testimonianze materiali sulle modalità costruttive delle abitazioni coeve alle domus de janas (V-III millennio a.C.)[1] sono scarse, e le interpretazioni contrastanti, ma i dati più attendibili indicano che le abitazioni in cui la gente comune viveva erano a pianta circolare/ovale, non solo nel periodo nuragico (abbiamo centinaia di evidenze archeologiche), ma anche al tempo delle domus. Infatti, se consideriamo le testimonianze materiali di abitazioni a pianta quadrata o rettangolare gli esemplari sono scarsi, singoli o limitati a poche costruzioni (Monte Baranta di Olmedo, Biriai di Oliena, Monte d’Accoddi, e pochi altri).

A parte lo scarso numero, questi edifici si collocano in siti isolati e complessi, simili a santuari, privi di caratteri riconducibili a “normali” villaggi. Più convincenti e statisticamente attendibili le testimonianze materiali che documentano la reale progettualità delle abitazioni dei “vivi” come capanne a pianta circolare/ovale, con copertura a cono (villaggi di Cuccuru su Arrius e Conca Illonis a Cabras e su Coddu a Selargius) [3-5]. Sono descritte, nelle ricostruzioni teoriche e di archeologia sperimentale [6], come strutture semi-interrate con una copertura a intelaiatura lignea poggiata direttamente sul terreno. E formavano “villaggi”, in cui le abitazioni erano numerose. Capanne che nel passare del tempo si sono evolute, acquisendo tecnologie mediate dal megalitismo, innalzando una base litica su cui elevare coperture della stessa forma e materiali, come osservato nei villaggi nuragici, come a Barumini.

In linea con questa argomentazione è l’evidenza statistica che le domus che possono simulare capanne a pianta circolare è estremamente limitato (S. Andrea Priu, Su Cannuju a Florinas, Sa Spelunca de Nonna a Cuglieri e pochi altri), ma la cupola si limita alla zona di ingresso, monumentale, e le decorazioni sul soffitto appaiono più rappresentazioni stilizzate di un sole che un improbabile tetto di capanna. Anche su base logica, considerando le necessità pratiche e le caratteristiche ambientali, il progetto di capanna conica garantisce semplicità costruttiva, disponibilità di materiali e resistenza (pensando ai colpi di maestrale tipici della Sardegna) ben maggiori di abitazioni alternative a pianta quadrilatera con tetto piano o spiovente edificate con pali e frasche.

E la validità di quel progetto è confermata dal fatto che la medesima struttura conica è conservata nei villaggi del periodo nuragico, dove l’unica variazione introdotta da quegli espertissimi architetti fu il rialzamento di una base in muratura. Le poche costruzioni a pianta rettangolare rimaste sino a oggi, costruite in parte in pietra, erano evidentemente più resistenti e costose e presumibilmente dedicate a funzioni di prestigio o di culto. L’esempio più stringente è quello del Monte d’Accoddi, dove il piccolo edificio rettangolare che sovrasta la scalinata è universalmente riconosciuto come “tempio”, “L’edificio si sovrappone a una precedente struttura, denominata “Tempio Rosso” che presenta, sulla sommità della terrazza un sacello rettangolare intonacato e dipinto di  ocra rossa, del quale si conservano ancora tracce del  pavimento e, parzialmente, il muro perimetrale [7]. Il villaggio limitrofo con capanne a pianta quadrilatera è in effetti considerato un villaggio-santuario che durante l’Eneolitico divenne riferimento religioso di valenza sovra locale, non abitato quindi da gente comune. In questa straordinaria struttura abbiamo: una struttura monumentale rettangolare sopraelevata, un chiaro carattere cultuale, una monumentalità che si esprime attraverso geometria, assialità, sovrapposizione di piani.

È del tutto plausibile quindi vedere nelle domus de janas l’equivalente ipogeo di una stessa logica sacrale, anche se di caratura minore e specificamente dedicata a riti sepolcrali: da un lato il tempio-altare sopraelevato, dall’altro la “città dei morti” scolpita nel sottosuolo, entrambi governati da una grammatica formale non circolare, ma geometrico-monumentale. In questa prospettiva, continuità e dialogo tra architettura sacra ipogea e epigea diventano un tema di ricerca centrale, non un dettaglio marginale. Le risorse impiegate per modellare quegli spazi con quelle forme erano imponenti, a testimonianza del prestigio loro assegnato. Più semplice e tecnicamente più stabili sarebbero risultate alternative progettuali più aderenti al modello “capanna conica”, dove il soffitto a volta avrebbe garantito minor materiale da scalpellare e maggiore resistenza statica.

Possiamo concludere quindi che appare scorretto ipotizzare che le popolazioni che utilizzavano le domus de janas abitando in villaggi con capanne a base circolare avrebbero costruito simulazioni progettualmente così differenti. Appare più plausibile che nel loro linguaggio mistico/estetico la geometria quadrangolare in “elevazione” corrispondesse a specificità funzionali di valenza templare. Anche nella transizione tra domus de janas a prospetto e tombe dei giganti, che conservavano continuità di simboli e funzioni, la geometria della “casa dei defunti rimane “quadrangolare”, certamente non riconoscibile come simulazione di casa dei vivi. Importante evidenziare come la stessa geometria viene conservata, ripresa e ampliata in altri prestigiosi edifici “sacri” del periodo nuragico: i templi a megaron o in-antis.

3. La lettura “domestica” come degradazione del simbolismo.
Secondo la convinzione prevalente gli “arredi” presenti in molte domus de janas ricondurrebbero alla vita del defunto, non solo gli idoli apotropaici o utensili personali lasciati accanto alle singole salme, ma l’intero contesto architettonico, descritto come copia della sua casa da vivo. Il che contrasta palesemente con il ruolo di “sepolture collettive” delle domus de janas e con la posizione specifica dei locali in cui le principali simboliche decorazioni sono collocate. E’ innegabile che la maggior parte degli arredi sono collocati in accessi monumentali e suggeriscono una funzione di spazi prestigiosi per cerimonie collettive. Sono frequenti in queste anticamere una serie di elementi che ricorrono frequentemente: colonne/pilastri, porte e false porte, bacini pavimentali con cerchi concentrici, petroglifi, cornici, etc.

Se questi arredi vengono tradotti in “focolari”, “pali di sostegno”, “aperture funzionali” di una presunta capanna, la conseguenza non è neutra: si produce una svalutazione sistematica della loro carica simbolica, se ne ignora la valenza liturgica. Le “false porte” sono sovrapponibili, per morfologia e presumibilmente significato simbolico, a quelle dell’antico Egitto progettate per permettere al Ka (spirito) del defunto di transitare tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E nella tradizione egizia si ponevano offerte in bacili o tavole poste di fronte alla porta. Se i bacili circolari scavati nel pavimento delle domus vengono spacciati per “focolare domestico” perdono ogni riferimento possibile ad acque lustrali, purificazione, liquidi sacri, perdendo di significato e possibile raffronto con altre civiltà coeve. Le immancabili colonne delle domus de janas sono maestose, hanno posizioni centrali e prestigiose, sono decorate con petroglifi, sculture in rilievo, corna taurine e bucrani, spirali. Colonne che riportano all’axis mundi, di forte valenza cosmica, a collegare il cielo, la terra e l’aldilà,
archetipi comuni in diverse civiltà: l’antico Egitto, la Mesopotamia, il tempio del re Salomone. Se ridotta a “palo che regge il tetto della capanna”, la colonna perde il suo possibile statuto di asse cosmico, albero della vita, mediatore tra terra e cielo. In altre parole, l’interpretazione della tomba ipogea come simulazione della “casa in cui l’estinto viveva” non è soltanto ingenua dal punto di vista antropologico e tecnico-architettonico, ma opera una riduzione semantica: abbassa la scala del discorso dalle categorie del sacro a quelle del quotidiano, impedendo di cogliere la struttura simbolica complessiva. In questa chiave, le domus de janas si avvicinano concettualmente ad altri grandi complessi ipogei mediterranei, come l’ipogeo di Ħal Saflieni a Malta: necropoli e santuario insieme, dove la dimensione rituale e quella funeraria sono inscindibili.

4. Implicazioni culturali ed economiche: la posta in gioco della lettura simbolica
Infine una dimensione spesso trascurata: le ricadute sulla valorizzazione e sul turismo culturale. Se si continua a presentare le domus de janas come “casette dei morti” con “focolari” e “pali del tetto”, si offre al pubblico un’immagine infantilizzante, povera sul piano simbolico, poco distinta da qualunque generico sito preistorico. Riscoprendo e nobilitando le domus de janas come complessi templari ipogei con forte strutturazione simbolica (assi cosmici, soglie tra i mondi,
acque sacre, geometrie rituali), esse entrano di diritto nel circuito dei grandi luoghi del sacro preistorico mediterraneo, a fianco – per livello di complessità concettuale, se non per scala – di siti come Ħal Saflieni a Malta. Per numero e qualità da annoverare tra le tappe più rilevanti nella storia dell’ architettura. La differenza, anche in termini economici, è evidente: un conto è un “cimitero preistorico interessante”, un altro è un santuario ipogeo unico al mondo, dove architettura, rituale, cosmologia e morte si intrecciano: un racconto adeguato del significato e della rarità di un ipogeo-santuario può giustificare, senza scandalo, un biglietto di ingresso e un turismo altamente motivato.

[1] https://www.unesco.it/it/unesco-vicino-a-te/siti-patrimonio-mondiale/la-tradizione-funeraria-nella-preistoria-della- sardegna-le-domus-de-janas/
[2] https://cultura.gov.it/comunicato/27797
[3] https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchaeologicalProperty/2000194835
[4] https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchaeologicalProperty/2000194854
[5] https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchaeologicalProperty/2000194856
[6] https://www.villaggiosaruda.it/
[7] http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5777&nome=altare-prenuragico-di-monte-daccoddi

Figura 1. Domus de janas a geometria quadrilatera, con soffitto piano o a spioventi. Presenti arredi simbolici di elevato livello estetico, petroglifi, corna, bucrani, spirali e simmetrica disposizione di false porte, colonne e bacile.

 

Figura 2. Domus de janas a geometria quadrilatera, con soffitto piano o a spioventi. Presenti arredi simbolici di elevato livello estetico, petroglifi, corna, bucrani, spirali e simmetrica disposizione di false porte, colonne e bacile. In basso, la falsa porta nella tradizione dell’antico Egitto. A destra, il bacile per le abluzioni nella sala reale del palazzo di Creta.

 

Figura 3. A sinistra: ricostruzione archeo-sperimentale di capanne a pianta rotonda, con basi infossate prive di muratura, di villaggi pre-nuragici (Cabras, Selargius). A destra: villaggi nuragici con capanne a pianta rotonda ma con base in pietra (Prisgiona di Arzachena; Barumini).

 

Figura 4. Geometria quadrangolare come modello estetico del sacro: dal tempio pre-nuragico di Monte d’Accoddi ai templi a megaron nuragici. Le domus de janas come templi ipogei: prevalenza delle geometrie quadrangolari in cui inserire corredi e simboli. Le decorazioni in ocra nelle domus de Janas, come nel maestoso tempio ipogeo Ħal Saflieni di Malta.