IL BIAS FENICIO DI TRONCHETTI 2016.

di Antonello Gregorini

Carlo Tronchetti ha scritto, di recente (Ancora su Fenici Etruschi e Sardegna, Rivista di Studi Fenici XLIV 2016), dei rapporti fra i sardi nuragici, gli etruschi e i fenici nella Sardegna arcaica. Nel suo testo Tronchetti evidenzia la tesi per cui i sardi non avessero una vera capacità di iniziativa verso l’esterno: tutto, secondo lui, passava per le mani dei fenici. Le comunità dell’interno nel VII e VI secolo sarebbero state troppo deboli per tessere rapporti propri.

È qui che emerge il “bias fenicio”, il pregiudizio di lunga durata che vede sempre i popoli locali della Sardegna, ma non solo, come semplici riceventi e i fenici come i veri attori degli scambi commerciali. Il pregiudizio  non sta nei dati di Tronchetti ma nella conclusione automatica che ne trae.

Tronchetti giudica l’iniziativa sarda dal fatto che un sardo navighi o no di persona fino in Etruria. Ma i sardi erano protagonisti nel Mediterraneo  Ancor prima dell’epoca fenicia come dimostrano vari studi e non ultimo quello di Docter su Cartagine.

Qui c’è un dato che pesa e che spesso si dimentica. Negli strati più antichi della città, intorno al 750-700 a.C., le anfore fabbricate in Sardegna sono il gruppo di importazione più numeroso, più delle fenicie, delle etrusche e delle greche. Sono i sardi i principali fornitori di derrate alimentari alla futura grande Cartagine. Il flusso principale parte dalla Sardegna e va verso l’Africa, non il contrario.

Questa è iniziativa vera, di chi produce ed esporta, non di chi riceve e basta.
Invece, come afferma Tronchetti, è probabile che i beni etruschi di pregio arrivassero all’interno passando per gli scali costieri, come succedeva in Francia meridionale e in Spagna. Ma il fatto che qualcuno faccia da tramite per certi acquisti non cancella l’autonomia dell’economia sarda, né trasforma un grande esportatore in una periferia passiva.

Anche i bronzi si possono leggere al contrario. La celebre navicella di bronzo della Tomba del Duce di Vetulonia, in Etruria, non era una curiosità esotica finita lì per caso: era inserita in un contesto religioso, capita e apprezzata. I sardi la portavano per mare e la offrivano nei santuari della costa. Non una periferia che rifornisce un centro, ma un centro che contribuisce a formarne altri, da pari a pari.

Resta il fatto che nel VII secolo i santuari nuragici sembrano ridursi. Ma questo si può leggere come il cambiamento di un sistema economico, prima pacifico e fatto di tanti centri, non per forza come una debolezza. È il vecchio pregiudizio a suggerire, per abitudine, la lettura della fragilità.

L’immagine che proponiamo, da prendere come ipotesi di lavoro e non come verità già dimostrata, è quella di un Mediterraneo occidentale fatto di partner alla pari: sardi, nordafricani, iberici, siculi e sì, anche mercanti fenici, dentro uno stesso sistema di scambi. In questo quadro la domanda si rovescia. Non tocca più ai sardi dimostrare la propria iniziativa, tocca a chi vuole i fenici come passaggio obbligato, fondatori di città in Sardegna, spiegare perché mai dovrebbero esserlo.

Tronchetti ci offre dati eccellenti. Il pregiudizio è solo nella conclusione che da essi sviluppa.

Letture di riferimento
R.F. Docter, «Carthage and its Hinterland», in S. Helas, D. Marzoli (a cura di), Phönizisches und punisches Städtewesen, Iberia Archaeologica 13, Mainz 2009, pp. 179-190.
N. Ialongo, «Ripostigli e complessi di bronzi votivi della Sardegna nuragica tra Bronzo Recente e Prima Età del Ferro. Proposta di una scansione cronologica», in «Origini» XXXII, 2010, pp. 315-352.
M. Milletti, Cimeli d’identità. Tra Etruria e Sardegna nella prima età del Ferro, Officina Edizioni, Roma 2012 (Officina Etruscologica 6).
S. Santocchini Gerg, Incontri tirrenici. Le relazioni fra Etruschi, Sardi e Fenici in Sardegna (630-480 a.C.), Bologna 2014.
C. Tronchetti, «Ancora su Fenici, Etruschi e Sardegna», in Studi in onore di Sandro Filippo Bondì, «Rivista di Studi Fenici» XLIV, Roma 2016, pp. 233-240.