di Giovanni Ugas
Le firme degli oltre 210 mila Sardi che, dietro il vessillo di Pratobello, hanno voluto dire no al piano energetico per la transizione ecologica imposto dall’Italia, hanno dimostrato che i Sardi possono unirsi per difendere i loro valori economici e sociali, la loro autonomia, la loro dignità.
Ora, se l’occupazione delle coste isolane attuata dall’Aga Khan e appresso da vari altri gruppi imprenditoriali italiani e stranieri ha come mira il mare sottratto ai Sardi da qualche millennio e oramai visto come non sardo, tanto che il mio maestro Giovanni Lilliu affermava che “Per i Sardi il mare è il segno d’una libertà perduta, ma pure l’utopia d’una libertà da conquistare”, diversamente questo piano per la transizione ecologica tende a colonizzare il cuore della Sardegna, vuole sradicare l’anima dei Sardi, profittando della profonda crisi degli agricoltori, dei pastori, dei giovani costretti ad emigrare, sottraendo le terre a vile prezzo.
Questo piano energetico voluto dal Ministero all’Ambiente, il MASE, sta offrendo su un piatto d’oro, anche l’ambiente e i paesaggi minerari, agrari, pastorali della nostra isola, vuole sottrarci la storia degli abitati dei nostri avi che, in gran parte dobbiamo ancora conoscere, perché celati sottoterra.
È palese che si tratta di un piano sovradimensionato che consente alle imprese, per lo più multinazionali, che accedono e accederanno ai finanziamenti e realizzeranno gli impianti agrivoltaici e fotovoltaici, non solo di trarre profitto immediato ma anche di mirare all’occupazione del territorio dell’isola, alla creazione di nuovi latifondi come è già avvenuto nell’Africa e in altre regioni povere. Con lo stesso spirito il Mase offre ai guerrafondai il territorio di Domusnovas per le bombe, sostenendo che ciò serve per il rilancio produttivo occupazionale del Sulcis. Si ricattano e sfruttano le popolazioni più povere per uccidere altri poveri.
Col piano energetico, in nome degli interessi nazionali, senza curarsi dell’autonomia dell’isola, il Ministero all’Ambiente promuove di fatto la distruzione dei paesaggi e del complesso dei valori fisici che rendono bellissima la nostra isola e, ad un tempo, la distruzione dei valori culturali, a cominciare dai beni archeologici, indispensabili per riscostruire la nostra storia passata.
Prendiamo in considerazione qualche dato. Nel territorio sardo sono già noti all’incirca quindicimila siti archeologici, pertinenti ai vari periodi dai tempi prenuragici all’età sabauda; una media di poco più di un sito archeologico per ogni kmq e mezzo. Un patrimonio culturale e storico immenso. Eppure, tanti insediamenti e necropoli antiche non sono considerati tali perché ancora sotto il suolo, basti pensare alle tante località con nomi dei santi, per lo più del menologio greco-bizantino in siti senza chiesa. In tutti questi casi la toponomastica è in relazione con insediamenti abbandonati nel tardo medioevo o agli inizi della dominazione spagnola, spesso di più antica origine storica o anche pre- e protostorica.
Ad esempio nel territorio del comune di Sanluri che ci ospita sono noti una cinquantina di siti archeologici con una media di un sito per ogni 400mq circa, ma nell’agro sanlurese occorre tener conto anche dei siti archeologici non registrati, come detto indiziati dai toponimi relativi a santi di chiese rurali scomparse: Sant’Andria, Santa Caterina, Sant’Iroxi, Santa Maria, Santu Miali, Santu Xianu. Nell’agro di Sanluri, altri antichi insediamenti senza resti soprasuolo sono rivelati dalla toponomastica relativa a termini derivati da rovine, villaggi o costruzioni antiche: Fundali Andria Peis, Sa Ruina, Ruina ‘e Stuppoi, Bruncu ‘e cresia, Bidda ‘e cresia, o Bi’e Igresias, Mara ‘e Idda, Corti Beccia, Corti de Cra, Corti sa Perda, Masoni nostu, Mason’e Baccas, Mas’e Baddari e Masu Serci.
Solo alcuni di questi insediamenti, perché sezionati dalle condotte irrigue, sono stati sottoposti, e solo molto parzialmente, a indagini di scavo e dunque documentati. Per valutare l’estensione di questi siti sotto il suolo, si potrebbero mettere in campo anche nuove tecniche di analisi non distruttive, come i georadar e simili, destinati in futuro ad avere un grande sviluppo. Ovviamente, nel caso dell’avvio di progetti legati al piano energetico, i siti con necropoli o antichi insediamenti non a vista sono quelli più a rischio.
Per avere un’idea dell’importanza del territorio di Sanluri nell’antichità, ma anche di quanto poco noi conosciamo della storia dei nostri antenati, e dunque di ciò che potenzialmente si può perdere con la distruzione dei nostri antichi insediamenti e necropoli, è opportuno richiamare qualche dato. Teniamo presente, ad esempio, l’ipogeo dell’età del Rame di Padru Jossu, ubicato a Sud dell’abitato di Sanluri non lontano dalla Vecchia SS 131, sottoposto a scavo dopo essere stato sezionato da una trincea irrigua. Questo ipogeo, che fu utilizzato per le sepolture all’incirca tra il 2500 e il 2000 a.C., nei tempi delle Culture prenuragiche di Monte Claro e del Vaso Campaniforme ha restituito elementi scheletrici di circa una sessantina di individui prevalentemente dolicomorfi di origine mediterranea, e in minor numero di brachimorfi di probabile origine centro europea, con straordinari corredi formati non solo da una ventina di vasi riccamente ornati, ma anche da numerose collane composte da migliaia di vaghi e pendenti, in conchiglia, osso e pietre dure, e ancora il più antico specchietto in argento noto in Sardegna, spille e pugnali in rame, cuspidi di frecce in pietra e rame e salvapolsi per arcieri che indicano l’esistenza di cacciatori e di guerrieri.
Vari reperti, in particolare i punteruoli e i bottoni ad alamaro in avorio di elefante fanno intendere che le comunità sarde, avevano rapporti commerciali con altre regioni del Mediterraneo, in particolare Siria, Egitto e Africa Settentrionale. Questi manufatti che nel 1998 hanno abbellito la mostra internazionale “Simbolo ed Enigma” di Riva del Garda, dedicata alla cultura del Vaso Campaniforme in Europa, sono esposti nel Museo Civico di Sardara. D’altro canto, i resti paleofaunistici ci raccontano che la comunità eneolitica di Padru Iossu cambiò nel tempo la sua economia da agricola a pastorale.
Va richiamato anche il villaggio di capanne infossate nel suolo della citata cultura di Monte Claro, ubicato nel sito di Corti Beccia. Questo insediamento prenuragico, individuato perché sezionato anch’esso dalle trincee irrigue, ha un’estensione rilevante, ben 12 ettari. Finora sono state parzialmente individuati 42 fondi di capanne, silos e una grande, e finora unica stalla ai margini del villaggio, lunga 12 metri, oltre a 5 strutture funerarie scavate nel banco argilloso, che ospitavano una quarantina di individui di tipologia mediterranea, alti da m 1,60 a m 1,72. D’intesa con la Soprintendenza archeologica di Cagliari, l’Università di Sassari, L’Università del Salento e il Comune di Sanluri è ora in corso lo studio dei resti ossei della paleofauna di alcune capanne. Dagli stessi reperti è stata anche ricavata la datazione assoluta di cui sarà data notizia in uno studio di prossima pubblicazione.
Nel complesso, nonostante le ricerche già effettuate, è evidente quanto sia limitata la nostra conoscenza della storia antica del territorio sanlurese, in rapporto al complesso dei siti archeologici, che comprendono anche 15 nuraghi, tanti insediamenti nuragici e di età storica più recente oltre alle le notevoli testimonianze puniche e romane della necropoli di Bidd’e Cresia e alle iscrizioni romane relative al dio Viduo e alle popolazioni dei Maltamonenses e dei Semilitenses, conservate nei magazzini del Museo di Cagliari.
Questa relativa, limitata, conoscenza risponde a una situazione conoscitiva piuttosto carente nella globalità del patrimonio archeologico della Sardegna considerato che questo patrimonio non solo è tra i più importanti nell’ambito architettonico pre-protostorico universale ma è anche mediamente senza eguali per il numero degli antichi siti. Ovviamente, le località archeologiche sarde non possono essere indagate tutte e subito, anche perché come si è detto, in campo archeologico si stanno approssimando nuove metodologie di ricerca scientifica, ma occorre innanzitutto tutelarle e conservarle per le generazioni future. Loro potranno conoscere meglio di noi la storia dei nostri avi.
Stante questa situazione, per l’ampiezza delle aree interessate, si parla fin d’ora di 370 mila ettari, e per la notevole quantità dei progetti, le imponenti pale eoliche e gli impianti fotovoltaici e agrivoltaici potrebbero arrecare notevolissimi danni a una parte consistente delle necropoli e degli antichi abitati interrati, danni che potrebbero essere più gravi di quelli provocati dall’introduzione degli aratri meccanici, dagli scavi delle condotte irrigue e dai lavori di urbanizzazione.
Va tenuto presente che ogni sito danneggiato o distrutto è una porzione perduta della nostra storia e talora a ciò non si dà la giusta attenzione, come se fosse una questione insignificante o che riguardi soltanto i cercatori de is tistivillus, di cocci, come si dice nel Campidano. A livello di sensibilità collettiva dobbiamo ancora maturare.
A Cagliari, i cittadini sono così presi dall’idea che nel loro territorio non vi siano nuraghi da non riconoscerli neppure quando hanno i loro ruderi davanti agli occhi, nonostante che già nel 1905 l’archeologo Antonio Taramelli abbia scritto nella Rivista Monumenti Antichi dei Lincei, che a Cagliari vi erano nuraghi nei siti di Monte Urpinu e di Sant’Elia. Su un livello più alto, le radici del nostro passato, pur monumentali, anche quando sono note attraverso la documentazione scientifica, non vengono considerate dallo Stato italiano se non sono sottoposti a vincolo di tutela ministeriale ai sensi della legge del 1089 del 1939 e seguenti, come di recente è avvenuto, è ben noto, in Marmilla.
Occorre notare che molti comuni hanno tenuto in poca considerazione i siti archeologici del territorio e non li hanno inclusi, per la fretta o altre ragioni, nei i Piani Urbanistici Comunali, i PUC.
Attraverso il PUC è possibile tutelare le aree archeologiche e di interesse monumentale definendo sia l’area d’ingombro dei resti architettonici, cioè la core zone, sia l’area circostante di rispetto ambientale, la buffer zone. Gli agricoltori e con essi gli amministratori locali di matrice contadina hanno avuto il timore e in parte hanno ancora il timore di non poter più coltivare le loro terre o che non si possano realizzare le opere irrigue: è una situazione che va risolta tenendo presente tutte le esigenze: da un lato la conduzione delle attività agricole, dall’altro la conoscenza della nostra storia.
In vero, la questione delle numerosissime aree archeologiche in terre agricole o pastorali non è mai stata affrontata organicamente. Per trovare soluzioni idonee occorre sedersi a un tavolo, Comuni, Regione, Soprintendenza, Studiosi, Associazioni degli agricoltori e dei pastori. Occorre adoperarsi concretamente con raziocinio e con la volontà da parte delle istituzioni sia per soccorrere chi lavora nella terra, sia per favorire la tutela dei beni ambientali e culturali e la crescita conoscitiva della nostra storia.
Uno degli strumenti immediati, anche considerando che le modifiche ai Puc richiedono tempo, può essere un intervento dei Comuni, con il sostegno della Regione, per l’acquisto a giusto prezzo, per pubblico interesse, di una parte delle aree archeologiche. Questa azione è da tener presente soprattutto perché molti piccoli agricoltori cercano di liberarsi delle loro terre svendendole, sia perché non sopportano più i costi di produzione, sia perché sono anziani e non hanno figli che li sostituiscano; essi sono facile preda degli speculatori.
Ritornando alla questione del piano energetico per la transizione ecologica della Sardegna, a me pare che questo piano sia difettoso alla radice perché non è finalizzato anche ”alla resilienza e al rafforzamento dell’identità delle comunità”, come è richiesto per l’ottenimento dei fondi del PNRR, e inoltre è in contrasto con le direttive europee per la transizione verde, poiché nell’ambito del piano energetico finanziato dal PNRR “Tutti gli investimenti e le riforme previste devono rispettare il principio del non arrecare danni significativi all’ambiente”. Va considerato ancora che, secondo le norme generali, la transizione ecologica (di cui fa parte la transizione energetica) ha lo scopo di minimizzare l’impatto delle attività produttive sull’ambiente, di lasciare il Paese più verde e una economia più sostenibile alle generazioni future, e favorire la creazione di occupazione stabile (s’intende della popolazione residente).
In contrasto con questi obiettivi, le opere previste in Sardegna con i finanziamenti del PNRR, non riducono affatto l’impatto delle attività produttive sull’ambiente ma esse stesse lo generano. Queste opere sono progettate esclusivamente in funzione della produzione di energia eolica e solare, peraltro in quantità di molto esuberanti rispetto al fabbisogno dei Sardi, che dovrebbero essere gli utenti del piano energetico per la Sardegna. Spetta agli avvocati verificare se il piano energetico per la Sardegna rispetta alla radice le norme europee o invece sia illegittimo.
Mi avvio alla conclusione. Per cercare di fermare il disagio sociale dei Sardi occorre lottare unitariamente, come sollecitava qualche tempo fa Bachisio Bandinu “contro la speculazione sulle fonti rinnovabili, che minaccia l’identità ambientale” e per “l’auspicabile prospettiva di un autonomo modello di sviluppo economico e sociale che generi salute e benessere diffusi”. Ci vuole un’azione unitaria e continua, non saltuaria, del popolo sardo, anche perché le guerre, che pensavamo lontane, cominciano a profilarsi minacciose e grazie alle servitù militari e alle bombe imposte dallo stato Italiano, c’è un serio rischio che la nostra terra possa diventare un bersaglio in una futura guerra.
Oggi il movimento all’insegna di Pratobello sembra abbia perso lo slancio iniziale; si ha la sensazione che i vari gruppi che lo hanno promosso, siano rientrati nell’alveo dei vari partiti e gruppuscoli, e che dunque stia venendo meno lo spirito unitario nella lotta contro i soprusi verso la nostra isola. C’è chi protesta per le servitù militari, chi per le bombe di Domus Novas, chi per le carceri sovraffollate o perché si vuole mandare in Sardegna i carcerati del 41 bis, chi per l’acqua dei laghi gettata a mare dalle dighe mai collaudate e non raccordate tra loro, chi protesta per la sanità molto malata, chi per la discontinuità territoriale, chi per le discariche di immondezze e di veleni sulle nostre terre, chi per i trasporti carenti, chi per tante altre ragioni.
Le proteste, anziché essere sostenute tutti insieme, si fanno a gruppi sparsi e se interviene un gruppo, non partecipano gli altri e così via. Di conseguenza, come sempre risultiamo un popolo di lamentosi, disuniti e incapaci di incidere; lo stato è sordo e i problemi restano insoluti e si aggravano sempre più.
È indispensabile fermare la discesa verso il baratro. Oi s’esti moviu su Cumitau de su Bentu nostu, ariseru s’e moviu un’attru comitau, crasi ci’ad a essiri un’attru ancora, ma po bentulai meda, de d’onnia parti, c’esti abbisongiu de fai suai impari tottu is bentus de sa Sardinnia.
Per amore della gente e della terra della nostra isola è doveroso lottare unitariamente contro tutte le ingiustizie dello Stato; lottare unitariamente vuole dire tutti i Sardi compresi i politici, non i Sardi contro i politici, e nemmeno i politici contro i Sardi; i nostri amministratori hanno il dovere di ascoltare il popolo e di rappresentarlo con dignità e capacità. Ci vorrebbe un comportamento più coraggioso, una maggiore indipendenza dai partiti e dai governi italiani da parte dei politici sardi.
L’Italia con le sue leggi ci ha escluso anche dal parlamento d’Europa. Altro che autonomia della Sardegna! Eppure i Sardi si sono sacrificati per l’unificazione e la difesa dell’Italia e hanno a lungo pensato che lo stato Italiano potesse essere un punto di riferimento per la crescita della Sardegna; oggi la presenza dell’Italia nell’isola è diventata opprimente.
Non resta che guardare alla piccola Malta che ha persino la presidenza del Parlamento europeo con Roberta Metsola. Si dirà ma Malta è uno stato sovrano perché l’Inghilterra le ha concesso l’indipendenza. Giusto, dovremmo pensare che, per accedere all’Europa come Malta, occorra avviarci sulla strada dell’indipendenza? Già, perché non pensarci?
Perché non fare leva sul diritto internazionale dell’autodeterminazione dei popoli, mirando a uno stato della Sardegna confederata con la Corsica, l’isola gemella, a sua volta liberata dalla sudditanza della Francia?! Perché non riprenderci la dignità e la libertà che ci manca da 2500 anni?
Comunque sia, teniamoci stretta la nostra isola, non ce la facciamo distruggere; non sindidda fadeus furai de is ladronis chi benint de su mari, cummenti narat unu diciu.
Sanluri, 21.02.2026

