La cittadella nuragica della Valle dei Nuraghi di Su Giavesu e Santa Lucia

di Antonello Gregorini

Abstract 

La Valle dei Nuraghi di Su Giavesu e Santa Lucia rappresenta uno dei più complessi e articolati sistemi insediativi della Sardegna nuragica, oggi solo parzialmente leggibile a causa della perdita progressiva delle strutture nel corso dei millenni. L’area, tuttavia, conserva evidenze monumentali e territoriali tali da consentire una rilettura complessiva del paesaggio archeologico, superando l’interpretazione dei nuraghi come emergenze isolate.
L’analisi integrata della bibliografia, delle ricognizioni di superficie e dei rilievi aerofotogrammetrici indica che i grandi nuraghi monumentali, i villaggi contigui e le infrastrutture idrauliche costituiscono un sistema unitario riconducibile a una forma di organizzazione territoriale di tipo chiefdom, estesa all’intera valle e alle aree collinari circostanti. In questo quadro, il complesso di Santu Antine emerge come centro nevralgico del sistema, affiancato da altri nuraghi maggiori e da insediamenti abitativi di rilevante estensione.
Il modello interpretativo proposto da Augusto Mulas, che legge la disposizione dei principali nuraghi come una trasposizione rituale della costellazione delle Pleiadi, rafforza l’ipotesi di una pianificazione consapevole del paesaggio, dotata di valenze simboliche, rituali e calendariali. I dati provenienti dagli scavi recenti, in particolare nell’area del nuraghe Oes, confermano la continuità funzionale e insediativa tra i principali poli monumentali, rendendo poco plausibile l’idea di comunità indipendenti e scollegate. Al contrario, l’intera valle appare come un sistema coerente, integrato sul piano idrogeologico, topografico e sociale.
In questo contesto si inserisce il sito di Bigialza, un vasto insediamento di almeno 20 ettari, con oltre 80 strutture riconoscibili, delimitato da muraglie megalitiche e caratterizzato da una complessa organizzazione interna. Per dimensioni, densità edilizia e articolazione spaziale, Bigialza non trova confronti diretti tra i villaggi nuragici finora noti e può essere interpretato come un insediamento protourbano.
Considerando criteri archeologici quali la centralità territoriale, la complessità sociale e la diversificazione economica, l’insieme dei dati suggerisce che le comunità nuragiche della Valle dei Nuraghi abbiano raggiunto forme di organizzazione assimilabili a una condizione urbana. Ne deriva la necessità di una revisione critica dei modelli interpretativi tradizionali e delle ontologie applicate alla civiltà nuragica, valorizzando una lettura del paesaggio come sistema insediativo complesso, pianificato e gerarchizzato.

Inquadramento generale
La realtà insediativa della Valle dei Nuraghi di Su Giavesu e Santa Lucia si è progressivamente dissolta nel corso dei millenni. Appare oggi sorprendente che un territorio un tempo costellato da edifici di fattura e dimensioni eccezionali per l’età del Bronzo sardo non sia stato finora analizzato in modo sistematico in relazione al dominio territoriale che esso esprimeva e all’insieme insediativo unitario che lo caratterizzava.
Dalla lettura della bibliografia esistente, integrata da ricognizioni sul campo e da rilievi aerofotogrammetrici estesi, emerge con chiarezza come i grandi edifici monumentali oggi noti, insieme ai villaggi a essi contigui e funzionalmente pertinenti, costituissero non semplici emergenze isolate, bensì edifici pubblici di un articolato sistema insediativo di tipo familiare o chiefdom. Tale sistema doveva estendersi sull’intera valle e verosimilmente includere anche le pendici collinari e i presidi di controllo delle alture circostanti.

Il modello interpretativo di Augusto Mulas
Augusto Mulas, nel volume L’Isola Sacra, propone l’interpretazione di una distribuzione insediativa consapevole e progettata secondo uno schema rituale, ispirato alla geometria della costellazione delle Pleiadi.
Secondo lo studioso, il fulcro del sistema sarebbe rappresentato dal nuraghe Santu Antine, identificato con la stella più luminosa della costellazione, Alcione. Attorno a esso si disporrebbe un insieme di nuraghi che, nella piana di Su Giavesu e Santa Lucia, riprodurrebbero simbolicamente le principali stelle delle “Sette Sorelle”:
• Nuraghe Santu Antine – Alcione
• Nuraghe Oes – Maia
• Nuraghe Culzu – Elettra
• Nuraghe Longu – Merope
• Nuraghe Fraigas – Taygete
• Nuraghe Alvu – Celeno
• Nuraghe Mazzone – Asterope
A questi elementi, in contributi più recenti, si aggiunge un ottavo punto, identificato in una domus de janas rinvenuta nell’area. Secondo l’autore e sulla base dei calcoli probabilistici dell’ingegner Marco Sanna, tale emergenza completerebbe la mappa stellare includendo anche Atlante e Pleione, con un livello di precisione difficilmente attribuibile al caso.
Mulas interpreta questa disposizione non come un mero espediente estetico o difensivo, bensì come un sistema dotato di una profonda valenza rituale e calendariale. Nell’antichità le Pleiadi svolgevano un ruolo fondamentale nella scansione dei cicli agricoli e nella navigazione; la trasposizione simbolica del cielo sulla terra avrebbe quindi sancito il legame tra la comunità nuragica e l’ordine cosmico, trasformando l’intera valle in un vero e proprio paesaggio sacro, concepito come un tempio a cielo aperto.

Il ruolo centrale di Santu Antine e dei villaggi connessi
Lo stesso Mulas sottolinea l’imponente investimento di risorse e di capacità progettuale necessario alla realizzazione del complesso di Santu Antine, centro nevralgico dell’intero sistema. In origine l’area era caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti, il che rese necessaria una preventiva bonifica idrogeologica del suolo. Gli scavi archeologici hanno infatti evidenziato canalizzazioni di drenaggio e una platea lapidea di fondazione, concepita come sottostruttura delle poderose murature ciclopiche.
Attorno a questo edificio pubblico, spesso definito “Reggia”, doveva estendersi un villaggio di proporzionale ampiezza. A esso va necessariamente associato anche il complesso del nuraghe Oes, corredato da un insediamento abitativo di rilievo. Il sito, oggi oggetto di nuove indagini archeologiche, ha subito in passato gravi manomissioni a causa del tracciato della linea ferroviaria che collega il sud e il nord della Sardegna.
Villaggi analoghi, di estensione proporzionata e organizzati attorno a nuraghi centrali, erano presenti anche in prossimità degli altri monumenti del sistema descritto da Mulas, come attestato dai geoportali archeologici dedicati ai periodi preistorico e nuragico.

Il contesto territoriale di Cabu Abbas / Badde Nuraghes
Una descrizione puntuale dell’area di Cabu Abbas – Badde Nuraghes è offerta da Cadinu e Orione (2024), i quali evidenziano come la piana di Cabu Abbas si inserisca in una rete di territori sfruttati e abitati sin dal Neolitico. La continuità insediativa è documentata dai dolmen di Prunaiola e di Su Crastu Covaccadu, dalle domus de janas di Su Siddadu, Santu Jorzi e Nughedu, e prosegue nell’età del Bronzo con le imponenti testimonianze nuragiche della Valle dei Nuraghi.
La disposizione delle strutture suggerisce una profonda connessione tra le singole emergenze monumentali e il paesaggio circostante, riflesso di una gestione del territorio fondata sull’utilizzo delle risorse naturali piuttosto che su esigenze difensive immediate. In contrasto con le successive civiltà urbane protette da mura, le comunità nuragiche esercitavano un controllo esteso del territorio, materializzato in architetture monumentali ancora oggi perfettamente integrate nel contesto ambientale. Tale configurazione può essere interpretata come espressione di una civiltà protourbana, caratterizzata da strutture distribuite organicamente su ampi territori.

Nuovi rilievi e continuità insediativa
Gli scavi attualmente in corso nell’area del nuraghe Oes hanno restituito dati di grande interesse. In particolare, il tempio a megaron, già noto in precedenza, si è rivelato di dimensioni e importanza ben superiori alle aspettative, confermando la continuità insediativa e funzionale tra i complessi di Santu Antine e Oes. Risulta infatti difficile ipotizzare che due insediamenti di tale rilevanza, distanti fra loro poche centinaia di metri, non intrattenessero rapporti quotidiani e strutturati.
Lo stesso ragionamento può essere esteso agli altri insediamenti appartenenti al medesimo bacino idrogeologico e topografico, ovvero all’intera valle, che appare come un sistema unitario e coerente.

L’area di Bigialza
All’interno di questo quadro si inserisce l’area di Bigialza, che può essere interpretata come parte integrante di quella che, in senso lato, potrebbe essere definita una “contea nuragica”, ovvero il chiefdom locale. I suoi limiti territoriali, potenzialmente estesi verso Siligo e Mores a nord, Cossoine e Torralba a ovest, Bonorva e Semestene a sud, non sono oggetto di analisi in questa sede.

Figura 1 – immagine estratta dal Geoportale Nurnet con l’indicazione dei maggiori siti nuragici dell’area Badde Nuraghes

 

L’attenzione si concentra invece su un’area-villaggio di almeno 20 ettari, situata a meno di due chilometri dal complesso di Oes e in continuità con l’insediamento di Cagules. Essa è circondata da tombe dei giganti e ulteriormente presidiata da un villaggio posto sulla collina soprastante, identificato con il nuraghe Feruledu.
Le prime informazioni su Bigialza provengono dagli scritti del geometra Tore Nuvoli, attento conoscitore del territorio di Giave, che ha censito e documentato i siti nuragici del comune. In seguito, Lavinia Foddai menziona l’area per la presenza di un nuraghe e di un insediamento più ampio, senza tuttavia approfondirne le caratteristiche.
Nel luglio scorso, durante una ricognizione sul campo, l’area si presentava recentemente percorsa da un incendio, circostanza che ha favorito l’osservazione diretta delle strutture murarie affioranti. Il sito si configura come un vasto tavolato basaltico, leggermente sopraelevato rispetto ai campi coltivati circostanti e attraversato da sistemi di drenaggio verosimilmente di origine antropica.

Figura 2 – immagine estratta dal Geoportale Nurnet con l’indicazione delle aree di maggiore interesse per questo studio
Figura 3 – L’area di Bigialza rilevata con aerofotogrammetria, con indicate le murature nuragiche riconoscibili

 

L’accesso da sud conduce ai resti di una grande costruzione circolare, probabilmente un nuraghe (nuraghe Bigialza), con un raggio di circa 17 metri. L’edificio, oggi esterno all’area delimitata dalla muraglia megalitica, conserva elementi riconducibili all’ingresso monumentale, tra cui un grande concio interpretabile come architrave. Le dimensioni e la posizione suggeriscono una possibile funzione di edificio pubblico, forse assimilabile a strutture di accoglienza o riunione note in altri contesti nuragici, come Serucci a Gonnesa.

Figura 4 – foto zenitale sulla capanna

 

All’interno dell’area delimitata sono riconoscibili, su una superficie di circa 20 ettari, almeno 85 capanne. Queste comprendono edifici circolari di maggiori dimensioni, talvolta interpretabili come nuraghi, e numerose insule nuragiche costituite da capanne di diametro compreso tra i 5 e i 7 metri, organizzate attorno a corti interne e delimitate da murature.

Il Servizio televisivo RAI ed incomprensibili effetti collaterali
A seguito del sopralluogo proposi alla locale sede del servizio pubblico televisivo, la RAI, di accompagnarli per un sopralluogo e l’effettuazione di un reportage televisivo. La proposta fu accettata, così, il 28 agosto 2025, ho accompagnato il sopra menzionato geometra Nuvoli, il sindaco di Giave, e una squadra di una giornalista e due cameramen sul posto.

Il servizio RAI è reperibile in internet (1) ed è stato visto da decine di migliaia di telespettatori. Purtroppo, come spesso avviene questa forma di divulgazione ha provocato delle proteste da parte di alcuni archeologi e della soprintendenza competente.
La Soprintendenza ha lamentato il divieto di pubblicazione delle riprese con drone, prima del sopralluogo su Bigialza, che l’operatore ha effettuato sull’area contigua del nuraghe OES, attualmente sottoposta a scavi archeologici. A loro dire l’area di cantiere non è sorvolabile con drone pur in assenza di qualsiasi persona o attività al momento del volo. Tuttavia, alla mia richiesta di indicazione delle norme di riferimento che determinano questo divieto non ho ricevuto alcuna risposta.
Non è chiaro quindi il motivo per cui da parte delle istituzioni competenti, e degli operatori di settore, si abbia questa tendenza a trattare i cantieri e gli scavi in modalità top-secret, analogamente ad argomenti di sicurezza nazionale o di indagini di giustizia.

Figura 5 – Ripresa verso sud est

 

L’archeologa con cui ho interloquito ha invece sostenuto la necessità di non divulgare l’’esistenza di un sito di questa rilevanza, per evitare l’invasione dei curiosi o, peggio, l’azione dei tombaroli. Ho spiegato, in forma più cortese possibile, che il nostro operato di divulgatori applica una visione opposta per la quale “i tombaroli sanno perfettamente dove si trovano i siti; per contrastarli l’unica azione possibile e la promozione del presidio popolare e la crescita del senso di importanza della memoria”. L’importanza del valore della memoria, in rapporto all’identità di popolo, così come alla cura e conservazione dei siti per il loro valore paesaggistico porta con se altri valori, tra cui quello turistico ed economico.

Figura 6 – ripresa dell’area di un nuraghe interno alla muraglia di delimitazione
Figura 7 – immagine in cui sono ben evidenti le mura delle insule nuragiche.

Rilievo Aerofotogrammetrico
Sulla scorta di quanto appurato nel luglio 2025, a settembre dello stesso anno, ho effettuato un rilievo fotogrammetrico con l’utilizzo della seguente strumentazione hardware e software:
GPS topografico per la georeferenziazione del punto base; sistema DJI RTK per Mavic 3T (Enterprise); stazione base, come la DJI D-RTK 2; software Agisoft Metashape Professional.
Il rilievo ha comportato la ripresa volo programmato sulla vasta area

Figura 8 – vista del modello a nuvola di punti su base google earth
Figura 9 -vista del modello a nuvola di punti su base google earth con ubicazione delle 2388 foto.
Figura 10 – report tecnico del rilievo e dati di campionatura.

 

La campionatura (GSD ground sample distance) al suolo, pari a 1,59 cm/pixel, consente l’identificazione dettagliata di ogni particolare del suolo e dei manufatti, quindi di ogni concio di muratura, così come si può evincere dall’immagine di dettaglio sottostante.

Figura 11 – dettaglio della nuvola di punti (pixel) con segmento di scala su basamento di capanna
Figura 12 – vista a volo d’uccello su una porzione nuvola di punti

Sul modello è stato effettuato un rilievo di fotointerpretazione di ogni elemento che potesse essere identificato come manufatto edilizio nuragico.
Il risultato è riportato nella figura 3. Tuttavia, è da segnalare l’ulteriore utilizzo di una immagine satellitare del 2022, ricavata da google earth, ripresa in un momento stagionale in cui l’erba era verde e bassa, per cui il contrasto fra il chiaro dei conci lapidei e il verde dell’erba ha reso possibile l’individuazione, per fotointerpretazione, di ulteriori capanne, puntualmente individuate nel modello ad alta definizione.

Considerazioni conclusive
Per estensione e complessità, l’insediamento di Bigialza non trova confronti diretti tra i villaggi nuragici finora noti. Il paragone con il villaggio di Serucci, che si estende per circa 7 ettari, evidenzia ulteriormente l’eccezionalità del sito.
In linea con la definizione di Cadinu, Bigialza può essere interpretata come espressione di un complesso protourbano. Se si accettano come criteri di urbanità la centralità territoriale, la complessità sociale e un’economia diversificata, allora l’insieme dei dati disponibili suggerisce che le comunità nuragiche di questa valle avessero raggiunto caratteristiche pienamente assimilabili a una condizione urbana.
La presenza di edifici pubblici monumentali, infrastrutture idrauliche, reti insediative articolate e un controllo esteso del territorio implica infatti un elevato livello di organizzazione sociale ed economica. Ciò rende necessaria una rilettura complessiva del paesaggio della civiltà nuragica, forse già a partire dalla preistoria, superando interpretazioni riduttive ancora presenti nella letteratura archeologica.
Le più recenti scoperte sul ruolo dei Nuragici nei commerci del Bronzo mediterraneo offrono oggi basi più solide per una revisione delle ontologie e dei modelli interpretativi tradizionali, restituendo a questa civiltà una dimensione storica e culturale di ben maggiore complessità.

 

[1] https://www.rainews.it/tgr/sardegna/video/2025/08/giavevalle-dei-nuraghibigialzainsediamento-nuragico-nascosto-3ce78844-613b-4752-ac87-77a3370d1a29.html