Newgrange – Brú na Bóinne: un linguaggio antico che attraversa i popoli

di Alessandro Olianas – Nuragic Shamanic Healing

Brú na Bóinne parla una lingua antica di acqua, pietra, luce e cicli naturali. Boann, il fiume, i bovini sacri e persino i cani ci raccontano che, per queste popolazioni, la morte non era la fine, ma una trasformazione, un passaggio verso una nuova manifestazione della vita. L’esperienza di questo luogo mostra che i simboli del sacro e della natura erano universali, attraversavano popoli distanti e tempi diversi, e continuano ancora oggi a parlare a chi sa ascoltare.

Una delle rivelazioni più suggestive della mia visita a Newgrange, nella valle del Boyne, è stata comprendere che non mi trovavo semplicemente davanti a un monumento neolitico irlandese, ma all’interno di un linguaggio simbolico profondo e coerente, sorprendentemente familiare. Un linguaggio che, da sardo, ho imparato a riconoscere studiando i luoghi sacri della mia terra: tombe ipogeiche, paesaggi rituali, relazioni intime tra pietra, acqua, luce e cicli naturali.

Newgrange fa parte del grande complesso sacro di Brú na Bóinne, “la dimora del Boyne”. Già il nome ci dice molto: qui il monumento, il fiume e il paesaggio non sono elementi separati, ma un’unica entità sacra, pensata e vissuta come tale dalle comunità neolitiche.

La leggenda di Boann e il fiume-vacca

Il fiume Boyne non è solo un corso d’acqua. Nella mitologia irlandese è la manifestazione stessa della dea Boann (o Bóinn), divinità della fertilità, della conoscenza e della poesia. La leggenda racconta che Boann, ignorando le proibizioni del marito Nechtan, si avvicinò al sacro Pozzo di Segais, una fonte circondata da nove noccioli magici. Girando intorno al pozzo in senso antiorario, liberò le acque, che scorrendo impetuose diedero origine al fiume Boyne. Boann fu travolta dal flusso e perse la vita, ma nel farlo si trasformò nel fiume stesso, donando al paesaggio il proprio nome e la propria essenza.
Secondo la leggenda, Boann è madre di Aengus Óg, figlio del Dagda, che dimorava nel complesso di Newgrange. Per nascondere la gravidanza, il Dagda fermò il sole per nove mesi — un dettaglio mitico che risuona potentemente con l’allineamento solstiziale del monumento. Qui mito, astronomia e architettura parlano la stessa lingua.

Anche il nome del fiume rafforza questa visione simbolica. In una mappa antica riportata da Tolomeo, il Boyne compare come Buvinda, interpretabile come “vacca bianca”. Il nome di Boann è legato al termine bó, “vacca”, e nel folklore irlandese la vacca è simbolo di abbondanza, nutrimento e continuità della vita. Il fiume stesso diventa quindi principio generativo, forza femminile che scorre e feconda la terra.

Da sardo, il collegamento diventa evidente. La simbologia bovina è centrale anche nel Neolitico mediterraneo: nelle domus de janas della Sardegna, il bovino rappresenta fertilità, forza vitale e rigenerazione. Il fiume-vacca del Boyne e i simboli bovini delle tombe sarde raccontano la stessa idea: la vita scorre, si trasforma, ritorna.

Newgrange come porta tra i mondi

Attraversare il lungo corridoio di Newgrange significa entrare in uno spazio liminale, una soglia rituale. Non è solo luogo di morte, ma porta tra vita e morte, dove la fine diventa inizio. La luce del solstizio d’inverno che penetra nella camera interna celebra la continuità del ciclo, il ritorno della luce, la promessa di nuova vita.
Anche la ricerca scientifica dialoga con il simbolismo. Studi del Trinity College di Dublino, tra cui Neil Carlin, hanno reinterpretato i dati genetici del Neolitico irlandese: le tombe come Newgrange non riflettono élite ereditarie, ma reti sociali complesse, spazi rituali condivisi da comunità interconnesse. Inoltre, alcune affinità genetiche mostrano collegamenti anche con il Mediterraneo occidentale, inclusa la Sardegna, confermando che idee, simboli e visioni del sacro viaggiavano insieme agli esseri umani. (Carlin et al., 2025)

Uomini, animali e ritualità nel paesaggio di Brú na Bóinne

Le ricerche archeogenetiche non riguardano solo gli umani. Nel complesso di Brú na Bóinne sono stati rinvenuti resti di almeno tre cani neolitici: uno a Newgrange e due a Knowth, tutti in contesti cerimoniali, non domestici. Uno dei cani di Newgrange ha fornito un genoma antico eccezionalmente ben conservato, fondamentale per gli studi sulla domesticazione dei cani in Europa. Nel Neolitico il cane era probabilmente guardiano delle soglie, accompagnatore nei rituali e partecipante ai cicli della vita e della morte. La loro presenza rafforza l’idea che a Brú na Bóinne vita, morte e ritualità coinvolgessero esseri umani e animali insieme.