Quando si riaccende la discussione su Shardana e Sardegna gli animi si animano, i social si polarizzano. Sarebbe ora che Accademici e Ricercatori cominciassero a confrontarsi senza scheletri nell’armadio?
di Marco Chilosi
La questione Shardana: contesto pre e post-bellico
Nell’Italia dei primi decenni del Novecento, l’equazione Shardana = Sardi circolava come ipotesi scientificamente rispettabile. Ettore Pais ne aveva già sostenuto la plausibilità a fine Ottocento. In questo clima nacque l’opera lirica Shardana di Ennio Porrino (1958, ma concepita negli anni del regime fascista), che testimoniano un periodo in cui l’identificazione era culturalmente “disponibile”: i guerrieri nuragici con elmi cornuti, mercenari nella guardia di Ramses II e poi invasori nella coalizione dei Popoli del Mare contro Ramses III, si prestavano bene a una narrativa di primordiale grandeur italica.
Dopo il 1945 il clima cambiò radicalmente. La scuola paletnologica italiana, con Giovanni Lilliu come figura dominante, aveva come priorità la costruzione di un’archeologia scientificamente rigorosa e de-ideologizzata. In questo contesto, qualsiasi ipotesi che sapesse di “grandeur” etnica veniva trattata con sospetto metodologico, anche dove non era fondata su presupposti ideologici. Lo scetticismo sugli Shardana fu in parte l’effetto collaterale di un sano ma indiscriminato rigetto del nazionalismo prebellico.
Inerzia accademica o strategia politica?
La domanda se la cautela post-bellica sull’identificazione Shardana-Sardi sia inerzia o strategia pilotata non ammette una risposta binaria. Si tratta di strati concentrici che operano simultaneamente.
Primo strato: inerzia post-traumatica. Il dopoguerra italiano produsse un rifiuto generalizzato di qualunque interpretazione storica che richiamasse, anche lontanamente, la retorica delle “civiltà originarie”. Il rigore critico diventò per molti ricercatori sinonimo di astensione dalle ipotesi comparative ardite.
Secondo strato: struttura del potere accademico. La ricostruzione delle cattedre universitarie avvenne con notevole continuità personale rispetto al periodo precedente. La scelta interpretativa “sicura” era affidarsi alle fonti classiche greco-latine: le colonizzazioni fenicio-cartaginesi e romane erano ampiamente documentate, intellegibili, pubblicabili senza rischi reputazionali.
Terzo strato: contesto geopolitico. La Sardegna del dopoguerra era oggetto di attenzione istituzionale per ragioni precise: banditismo, riforma agraria, Statuto Speciale del 1948. Un’identità sarda profonda, radicata in una civiltà autonoma anteriore a Roma, con guerrieri d’élite nel Mediterraneo del Bronzo, avrebbe potuto alimentare un nazionalismo culturale scomodo. Non è necessario ipotizzare un complotto esplicito: basta il normale funzionamento del finanziamento della ricerca e della composizione delle commissioni.
Quarto strato: conflitto interno alla comunità intellettuale sarda. Chi cercava rispettabilità accademica nazionale tendeva ad allinearsi al paradigma fenicio-centrico dominante. Lilliu stesso, contributo scientifico indiscutibile, costruì la propria autorità tenendo a distanza le identificazioni più audaci, pur valorizzando la civiltà nuragica su tutti gli altri fronti.
La letteratura sulla “weaponization” (strumentalizzazione) dell’archeologia
Il fenomeno descritto rientra in un campo di studi consolidato, che a partire dagli anni Novanta ha sistematizzato il rapporto tra pratica archeologica e ideologia nazionalista. Il meccanismo fondamentale è ben noto: l’archeologia è strumentalmente attraente per le ideologie nazionali perché fornisce prove materiali di continuità culturale di lunga durata. Il punto critico, come nota la letteratura, è l’assunzione implicita che sia possibile derivare orgoglio nazionale o etnico da popolazioni vissute millenni fa, conosciute solo attraverso l’archeologia, senza che vi sia alcuna tradizione vivente di memoria.
Nel caso sardo il meccanismo opera però in modo inverso rispetto allo schema classico: non è l’enfasi nazionalistica su una grandeur autoctona a essere problematica, ma la sua soppressione istituzionale. Questo è coerente con quanto la letteratura documenta per altri contesti: la strumentalizzazione può funzionare tanto per amplificare quanto per marginalizzare un’identificazione etnica antica, a seconda di quale delle due opzioni serva la struttura di potere del momento. Oggi, con la paleogenetica che conferma la continuità nuragica (Marcus et al. 2020; Ringbauer et al. 2025) quell’identificazione torna credibile attraverso vie scientifiche anziché romantico-nazionaliste.
Riferimenti bibliografici
Identità sarda e Popoli del Mare
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Marcus, J. H. et al. (2020). Genetic history from the Middle Neolithic to present on the Mediterranean island of Sardinia. Nature Communications, 11, 939.
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Archeologia, nazionalismo e strumentalizzazione politica
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Bias fenicio-centrico e revisione storiografica
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