Una Sardegna che si racconta: trentanove voci per il concorso “Racconta una Storia Sarda”

Bilancio della prima edizione del concorso promosso da Nurnet per le scuole sarde di ogni ordine e grado 

Una mappa che si è riempita da sola

Quando, qualche mese fa, abbiamo lanciato il concorso “Racconta una Storia Sarda”, non sapevamo davvero cosa aspettarci. Avevamo immaginato alcune decine di partecipazioni — magari concentrate nelle aree dove Nurnet ha già lavorato con le scuole — e qualche bel racconto da leggere. Quello che è arrivato, nelle settimane prima della scadenza del 1° maggio, ha superato di molto le nostre attese: trentanove lavori spediti da scuole di ogni ordine e grado, dall’infanzia alla secondaria di primo grado, da quasi tutti gli angoli dell’isola.    https://storiesarde.it/lavori-ricevuti/

Se si guarda la mappa dei luoghi da cui sono arrivate le storie, si scopre una geografia commovente nella sua varietà. Ci sono i centri grandi — Sassari, Cagliari, Quartu Sant’Elena, Iglesias — e ci sono i paesi piccoli che spesso restano fuori dalle narrazioni nazionali: Bonorva, Tertenia, Mamoiada, Calangianus, Gergei, Sinnai, Siliqua, Ploaghe, Sanluri, Pozzomaggiore, Decimomannu, Assemini, Isili, Alghero. C’è la Barbagia, c’è la Marmilla, c’è il Sulcis-Iglesiente, c’è la Gallura, c’è il Goceano, c’è la Planargia. C’è la zona costiera e c’è quella interna; c’è il mare e c’è la montagna. Soprattutto, ci sono i bambini e i ragazzi di queste terre che hanno deciso di fermarsi — di guardare le pietre, le tradizioni, le voci dei nonni, gli archivi, i paesaggi che hanno intorno — e di provare a raccontarli.

Una pluralità linguistica da fare invidia all’Europa

Il primo dato che colpisce, scorrendo i lavori arrivati, è la straordinaria varietà linguistica. La Sardegna è uno dei territori più ricchi d’Europa per pluralità linguistica — il sardo nelle sue varianti logudorese e campidanese, il gallurese, il sassarese, l’algherese-catalano, il tabarchino — e questa ricchezza, troppo spesso ignorata o ridotta a folklore, ha trovato nel concorso una vetrina inaspettata.

Tra i lavori ricevuti ci sono testi interamente scritti in sardo logudorese, narrazioni illustrate in campidanese, fumetti trilingue italiano-algherese-sardo (un dato che, in sé, racconta cosa è davvero la storia di Alghero), una storia interamente bilingue italiano-gallurese da Calangianus che mette al centro il lessico contadino e pastorale della zona del Limbara. Ci sono lavori in cui il sardo entra solo nei dialoghi, come tessuto vivo della quotidianità; altri in cui è la lingua-veicolo di poesie originali; altri ancora in cui sono le voci degli anziani — riportate fedelmente — a portare la varietà dialettale dentro la narrazione. Più di un lavoro ha fatto la scelta coraggiosa di intercalare leggende popolari nella variante locale del sardo, lasciando al lettore italiano lo spazio per uno sforzo di comprensione che è già di per sé un atto educativo.

In un tempo in cui le lingue di minoranza vengono erose ogni giorno dalla televisione, dai social, dalla scuola standardizzata, vedere ragazzi di dieci, dodici, quattordici anni che scelgono di scrivere — e non solo di parlare — nelle lingue della loro terra è un gesto politico e affettivo che merita di essere riconosciuto.

Un atlante dei temi: dalla preistoria al Novecento

I temi scelti dalle classi disegnano un atlante storico altrettanto vasto. C’è chi è andato a cercare la preistoria: i bronzetti nuragici, i giganti di Mont’e Prama, le domus de janas, l’ossidiana di Monte Arci, le steli incise neolitiche. C’è chi si è fermato sull’età medievale: la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea, la Battaglia di Sanluri del 1409, l’Alghero spagnola del 1529, i Giudicati. C’è chi ha voluto raccontare l’Ottocento sardo — l’Editto delle Chiudende e la fine della terra comune, le saline di Cagliari modernizzate da un giovane francese che sceglie di restare, le miniere del Sulcis-Iglesiente che attiravano industriali di mezza Europa.

E c’è, in modo struggente, il Novecento: l’eccidio dei minatori di Iglesias del maggio 1920, le rivolte delle donne di Alghero per il pane nel 1944, i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il Monte Granatico, la fame e la miseria del dopoguerra, gli anni del fascismo, le storie degli emigranti, la ferrovia Siliqua-Calasetta, persino una vicenda di rapimento degli anni Ottanta. La storia dei vinti, dei dimenticati, di chi nei libri di storia italiana non è mai entrato — i pastori, le donne, i bambini, i minatori, i contadini — ha trovato nelle penne dei ragazzi sardi una nuova possibilità di esistere.

Accanto alla storia documentata c’è la tradizione viva: i Mamuthones e gli Issohadores di Mamoiada, la Sartiglia di Oristano, il canto a tenore, le Janas e le Cogas, Sa Filonzana, la Paradura — la donazione collettiva di pecore tra pastori, simbolo civile della solidarietà sarda — i mestieri scomparsi, le ricette tramandate, le leggende locali ognuna legata a una pietra, a una grotta, a un pozzo.

Le forme: non solo racconti

Il concorso aveva aperto a una pluralità di formati, e le scuole hanno risposto con creatività. Sono arrivati racconti scritti — alcuni brevi, altri sostanziosi come piccoli romanzi storici — ma anche narrazioni illustrate dai bambini stessi, fumetti, video documentari girati nei luoghi reali e con interviste agli artigiani e agli anziani, audiolibri, albi illustrati per la prima infanzia. C’è chi ha scelto la cornice metanarrativa (i bambini che scoprono un diario in una scatola di latta, l’archeologa che trova un manoscritto in cattedrale, la classe nuragica che scrive un racconto per il “concorso del futuro”). C’è chi ha scelto il viaggio nel tempo, chi la ricostruzione storica, chi la fiaba pura, chi il documentario etnografico.

Diverse scuole hanno avuto la cura — preziosissima per la giuria — di allegare una breve scheda metodologica che descrive il percorso didattico: come è nata l’idea, come si è organizzato il lavoro di gruppo, quali ricerche sono state fatte, chi ha contribuito a cosa. Sono pagine che dicono moltissimo sulla qualità del lavoro a monte, e che valorizzano gli insegnanti e gli alunni almeno quanto il prodotto finale.

Le ragioni di un successo

A guardare l’insieme, è onesto dire che il concorso è andato bene oltre ogni aspettativa. Ci sono almeno cinque ragioni che, nei prossimi mesi, vorremmo continuare a riflettere e raccontare.

La partecipazione è stata larga e geograficamente diffusa. Trentanove lavori non sono pochi per una prima edizione, soprattutto considerando che la mappa delle scuole partecipanti copre quasi tutta l’isola — non solo le città maggiori, ma anche centri piccoli e talvolta marginalizzati. Significa che il messaggio è arrivato e che le scuole hanno avuto voglia di rispondere.

La qualità è stata mediamente alta e in alcuni casi straordinaria. Senza poter entrare nel merito dei singoli lavori, possiamo dire che il livello di ricerca storica, di cura linguistica, di attenzione al dettaglio etnografico è stato — in molti casi — paragonabile a quello di pubblicazioni divulgative per adulti. Diversi lavori hanno mostrato una conoscenza della storia locale che non si trova nei manuali scolastici nazionali, e che le scuole hanno costruito attraverso archivi comunali, interviste, sopralluoghi, lettura di studiosi locali.

Il valore civico e formativo è stato evidente. Più di un insegnante ha scritto, nelle schede metodologiche, che il concorso ha dato agli studenti l’occasione di crescere come “cittadini consapevoli” — e si vede. Temi come la dignità del lavoro, i diritti delle donne, la giustizia sociale, il rispetto dell’ambiente, la memoria delle vittime dimenticate, l’integrazione di chi viene da fuori, sono attraversati da molti dei lavori ricevuti, in modo non retorico ma incarnato in storie concrete.

La dimensione interculturale è stata una bella sorpresa. Tra le storie c’è un giovane francese che diventa sardo nell’Ottocento, c’è un’archeologa catalana di Molins del Rei che riannoda i fili Catalogna-Sardegna, c’è un fumetto trilingue dove sardo e algherese convivono come due lingue minoritarie sorelle, c’è una leggenda di Isili in cui i ramai albanesi sono ricordati come parte della comunità. La Sardegna che esce da queste pagine non è un’isola chiusa: è un crocevia mediterraneo che ha sempre saputo accogliere, scambiare, mescolarsi.

La pluralità linguistica è stata onorata in modo serio. Avere lavori in logudorese, campidanese, gallurese, algherese, sassarese — e in tutte le varianti locali, dal bonorvese al sinnaese al gergeddu — è un patrimonio che da solo giustifica la riproposizione del concorso. Nessun’altra iniziativa scolastica recente, a nostra conoscenza, ha messo insieme una varietà linguistica così ampia.

Verso la prossima edizione: cinque idee per crescere

L’esperienza di questa prima edizione ci suggerisce alcune piste su cui lavorare per la prossima. Le condividiamo qui in modo trasparente, anche per raccogliere suggerimenti dalle scuole stesse e dagli osservatori.

Aprire formalmente alla scuola dell’infanzia. Quest’anno una scuola dell’infanzia ha partecipato con un albo illustrato bilingue di altissimo livello pedagogico, e ha avuto la sensibilità di candidarsi solo per il Premio Speciale, riconoscendo che il regolamento non prevedeva esplicitamente la sua fascia. Per la prossima edizione vogliamo creare una categoria dedicata all’infanzia, con criteri di valutazione adeguati all’età e ai linguaggi propri di questa scuola.

Dare regole più chiare ai diversi formati. Il regolamento attuale fissa una soglia di battute (15.000–25.000) pensata per i racconti scritti, ma lascia in penombra i criteri per le narrazioni illustrate, i fumetti, i video, gli albi. Per la prossima edizione daremo soglie specifiche per ogni formato, in modo da non penalizzare i lavori che scelgono il linguaggio visivo e da non costringere chi sceglie il testo lungo a tagli innaturali.

Rendere fortemente raccomandata la scheda metodologica. Le schede “Come abbiamo lavorato” che alcune scuole hanno allegato si sono rivelate un dono per la valutazione: raccontano il percorso, valorizzano l’autenticità collettiva del lavoro, danno voce agli insegnanti. Vogliamo renderla fortemente raccomandata — quasi obbligatoria — per la prossima edizione, con un piccolo modello standardizzato per facilitare le scuole.

Valorizzare ulteriormente la pluralità linguistica. Il concorso di quest’anno ha incoraggiato l’uso del sardo, ma forse possiamo fare di più: per la prossima edizione vorremmo prevedere riconoscimenti dedicati alle varianti meno rappresentate (il gallurese, il sassarese, il tabarchino, l’algherese-catalano) e collaborazioni con sportelli linguistici, esperti di toponomastica, associazioni culturali locali, perché ogni scuola che voglia lavorare nella propria varietà locale trovi un sostegno tecnico.

Costruire un archivio permanente delle storie. I trentanove lavori di questa edizione sono già di per sé un piccolo archivio della Sardegna raccontata dai suoi ragazzi. Stiamo riflettendo sul modo migliore per dare a questi materiali — con il consenso delle scuole e nel rispetto della privacy degli alunni — una vita pubblica più lunga: una pubblicazione antologica, una mostra itinerante, un sito-archivio consultabile dalle altre scuole. Ogni storia raccontata è un piccolo atto di resistenza contro l’oblio: vogliamo che resti.

Una conclusione, e un grazie

In Sardegna esiste un concetto, IN PARIS, che indica lo stare insieme, uniti, per il raggiungimento di un determinato scopo. È un sentimento ancora vivo.

Forse la metafora più giusta per descrivere quello che è successo in queste settimane è proprio questa: un importante stare insieme culturale. Trentanove classi hanno donato un pezzo della loro ricerca, della loro lingua, della loro memoria, alla comunità più grande di chi vuole continuare a raccontare la Sardegna senza ridurla a stereotipo.

A tutte le scuole, a tutti gli insegnanti, a tutte le bambine, i bambini, le ragazze, i ragazzi che hanno partecipato: grazie. Avete fatto qualcosa di importante, e l’avete fatto con qualità, con cura, con allegria. La giuria ora avrà il piacevole problema di scegliere — ma ogni storia che ci avete mandato, anche quella che non vincerà, è già un dono ricevuto.

Ci rivediamo l’anno prossimo, con regole un po’ più rifinite e con la stessa voglia di ascoltare. Nel frattempo, baxei cun Deus: andate con Dio, come si dice nelle belle pagine sarde di chi sa salutare bene.