Il grande puzzle della Storia

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di Giorgio Valdès

Le vicende della Sardegna sono comprese in un gigantesco puzzle, con molte tessere della sua storia più recente sistemate al loro posto, con “buchi” sempre più frequenti mentre ci si allontana dai giorni nostri e una gran parte di piccoli pezzi accatastati disordinatamente in attesa di una collocazione difficile se non addirittura impossibile. L’aspirazione di passare da uno stato di disordine all’ordine, insita nello spirito umano, fa sì che molti si cimentino nell’impresa di riordino e riposizionamento, e questo compito coinvolge i “professionisti” del gioco ma anche, inevitabilmente, i semplici appassionati.  C’è chi mira a ristabilire l’ordine seguendo una regola scientifica, ammesso che esista, chi più semplicemente ricorre all’intuito e chi purtroppo tende a forzare l’inserimento dei pezzi in caselle troppo strette. Ma tutti ci provano nell’interesse comune di ricostruire il puzzle. Quasi l’intera Sardegna del pre-nuragico e del nuragico è suddivisa tra le tessere ancora ammonticchiate in un angolo della tavola con nuraghi ancora privi di una sistemazione funzionale, Shardana che non si comprende se debbano far parte del quadro d’insieme e dove allocarne la provenienza, pezzi di storia di arduo posizionamento temporale ed elementi in cui appaiono segni di scrittura, che non si sa bene se siano capitati nel mucchio per errore. Sta di fatto che, nell’incertezza diffusa, la convivenza di più persone impegnate nella risoluzione del rebus crea spesso contrasti, malumori e soprattutto un’insofferenza che a volte tende a degenerare.

Per passare dal “puzzle virtuale” a considerazioni più concrete e reali, si può trarre spunto da un capitolo del libro di Francesco e Maria Rita Murroni (“Dal lungo inverno glaciale alle catastrofi planetarie”), che tratta del nostro atteggiamento verso la storia (ed. Grafica del Parteolla – 2010) e di cui proponiamo alcuni brani piuttosto significativi:

“La storia, l’archeologia, la geologia ed altre scienze, diversamente da altre (matematica, fisica), hanno a che fare con “materiali” (gli oggetti di studio) fuggevoli e imprevedibili, talvolta concreti ma restii ad essere catalogati con certezza, a meno che non siano sempre sostenuti da esami certi. Ma anche allora occorre collocarle in un contesto che, se non si conosce, rende inutili i risultati strumentali sicuri. Vedasi il caso dell’Uomo di Similaun, che ha richiesto molti anni e studi di diversa provenienza per essere inquadrato in modo inequivocabile. Vedasi soprattutto la Sacra Sindone, sulla quale, dopo mille studi ed esami, esistono ancora dei dubbi. Per entrambi tali casi si sono spese somme ingenti. Immaginate ora di trovarvi di fronte ad un reperto meno importante, sul quale la comunità scientifica ha espresso “verdetti” divenuti di pubblico dominio: modificarne i giudizi significherebbe dover ricostruire un intero sistema ormai acquisito (e, nello stesso tempo, riconoscere che quel tale importante studioso, ancora in cattedra, o un’intera equipe, hanno sbagliato). L’archeologia, perciò, è soggetta ai filtri del pensiero accademico, capaci di snobbare, impedire e contrastare la divulgazione e la discussione di nuove scoperte e di nuove idee, che divergano dai dogmi inseriti qua e là nel pensiero ortodosso.

Naturalmente la posizione della comunità scientifica è comprensibile sotto l’aspetto umano. Ciò che non si riesce a comprendere è l’atteggiamento di scientificità che molti attribuiscono a sé stessi in contrapposizione a quello degli altri. Infatti, il metodo scientifico impone che l’esperimento sia ripetitivo e che, qualora un’ipotesi di lavoro venisse contraddetta anche da un solo esperimento, non venga ritenuta valida. La quale circostanza costringerebbe alla ricerca di altre vie, peraltro impercorribili, perché certe materie di studio, per loro natura, non si prestano alla ripetitività, specie la storia. E allora? Occorre aspettare che si rinvengano altri dati a sostegno di una certa posizione. Prima d’allora non può esistere una posizione certa: Però si è soliti far passare per vera quella che, per essere stata scelta dalla maggioranza degli accademici, diventa “ufficiale”.

Inoltre, considerate quante singolarità, stranezze ed eccezioni si sono trovate dal 1920 (data dei primi ritrovamenti extracronotopici) ad oggi. Tutti contrastano con il modello di Preistoria da loro costruito: molti s’indirizzavano verso un’antica umanità selvaggia, in lento progresso continuo. Ebbene, osservate le riviste specializzate: si difende, giustamente, il metodo scientifico, ma nessuno sembra fare alcunché per giustificare o demolire scientificamente i reperti “strani”, fuori tempo o fuori luogo.

Noi saremmo perfino d’accordo se ci dimostrassero che molti reperti sono falsi. Ma non siamo disponibili a ritenerli tali solo perché la comunità scientifica non li considera, o dice genericamente che sono falsi senza darne dimostrazione. Oppure che si affermi, se non altro per onestà intellettuale, che non ne capiscono l’esistenza, non riescono ad inquadrarli in un contesto. Il fatto è che, per giunta, molti di essi, troppi, sono confortati da documenti antichi, da leggende convergenti di popoli e da miti, che solitamente vengono respinti a priori, senza attribuir loro un giusto peso, il beneficio del dubbio, perché, si dice, non sono notizie scientificamente acquisite.

La nostra civiltà è grande ma arrogante, come colui che si china a lei per fede, perché convinta di trovarsi all’apice delle conoscenze umane, secondo un modello lineare della storia, con un inizio povero ed una estremità splendente: la nostra civiltà attuale. Assomiglia troppo al modello di governanti che ci siamo scelti (i quali non sono neppure grandi), ciascuno con il proprio “indiscutibile” punto di vista.

Occorrerebbe un approccio sistemico, non specialistico, capace di chiamare in causa tutte le discipline di sostegno all’archeologia (in questo caso), e non lasciare il parere a questo o quello studioso, pur di livello notevole. Più volte abbiamo affermato, e ne siamo convinti, che lo specialista è “colui che sa quasi tutto di quasi niente”. Le anomalie, talvolta, non rappresentano prove definitive, e neppure prove. Ma sono lì alla portata di tutti, e meritano considerazione…”.

La foto dei petroglifi all’interno della domus “delle corna” a Montessu (Villaperuccio) è di Nicola Castangia.