I segreti del toro

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di Giorgio Valdès

In un articolo pubblicato nell’edizione aprile-giugno 2008 della rivista “Archeologia Proibita”, Antonio Bonifacio, esperto in Storia religiosa antica, affrontava il tema dell’esaltazione pittografica, in periodo preistorico, “del particolare anatomico più evidente” nei bovidi, e cioè le corna. Le stesse corna che compaiono abbondantemente nei petroglifi delle nostre domus de janas, che caratterizzano il profilo dell’esedra delle tombe di giganti e che a volte, come accade in occasione del solstizio invernale, i raggi del sole stampigliano, sotto forma di protome taurina o bucranio che dir si voglia, sulle pareti interne di alcuni nuraghi come il Santa Barbara di Villanova Truschedu. In precedenti post si era osservata la sovrapponibilità di tale protome con l’apparato genitale femminile (cfr. link a margine); ipotesi che viene ripresa nell’articolo di Bonifacio, da cui è stato tratto il brano che segue:

“Le corna sono, come è noto, un simbolo associato alla “potenza” e in particolare alla potenza trascendente. Innumerevoli sono le rappresentazioni teriomorfe, come molteplici sono le rappresentazioni di divinità che sorgono proprio in mezzo alle corna di un bovide, oppure come tali figure attestino la discendenza avatarica della divinità. L’etimologia, come sempre, adiuva la comprensione del complesso e diffuso simbolo. La radice KRN, comune alle lingue semitiche e indoeuropee, forma infatti i termini “corna”, “corona” e “cairn (altura, elevazione) e quindi in sostanza tutti i termini si riferiscono costantemente a una posizione elevata, avente relazione con il cielo e quindi con gli stati superiori dell’essere. Sicuramente sul tema si potrebbe scrivere, non solo un articolo, ma forse un intero saggio e quindi, in questa sede, non si può affrontare che in termini assolutamente generali tale simbolo cercando di contestualizzarlo alle circostanze specifiche. Un contributo significativo alla comprensione del simbolo è stato offerto dalla studiosa lituana Marija Gimbutas che nel suo ormai celebre libro “Il linguaggio della dea” aveva chiaramente mostrato come lo schema dell’apparato genitale femminile corrispondesse esattamente a un  bucranio e quindi riconnettesse il significato del bucranio alla nascita. D’altronde la stessa forma a bucranio è comune a molte tombe preistoriche (basti pensare alla sagoma generale delle ‘Tombe dei Giganti’); come allo stesso modo, teste bovidi più o meno stilizzate, sono diffusamente presenti nella “decorazione” delle tombe antiche, attestando quindi una omologazione di significato e quindi riconnettendo la morte al germinare di una nuova vita proprio attraverso la mediazione dell’utero-tomba. Dal nostro punto di vista tale qualificata opinione è tuttavia limitata e condizionata dalla particolare visione della ricercatrice che sembra ammettere, come unica possibilità interpretativa, l’interpretazione connessa a un ciclo di morte e rinascita. Sono proprio le similitudini con l’anatomia genitale femminile invece a consentire di rimodellare tale interpretazione spingendola oltre il limite naturalistico nel quale sembra confinata. Si può piuttosto ipotizzare che in luogo di una semplice “rinascita” conseguita nell’orizzonte di un eterno divenire, ci si debba riferire a ben altro orizzonte metafisico…”.

Nella foto di Sergio Melis: la domus “Sa preda pertunta” all’interno della Roccia dell’Elefante a Castelsardo.

http://www.nurnet.it/it/1582/Antichi_Misteri_.html