Il Capovolto

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di Giorgio Valdès

Il “capovolto” è un simbolo che si ritrova sulle rappresentazioni parietali presenti nelle camere di alcune domus de janas della nostra regione, come anche sul prospetto di diverse statue-stele, molte delle quali sono conservate nel museo archeologico di Laconi. E’ opinione generale che tale simbolo voglia raffigurare il momento del trapasso, quando l’anima del defunto, lasciato il mondo dei vivi, si ricongiunge alla madre terra. In precedenti post si è parlato di questa effigie dal profondo significato sacrale, proponendo anche un’interpretazione di carattere strettamente personale dell’altra figura, di regola assimilata ad un “pugnale bipenne”,  che nel caso delle statue-stele, spesso accompagna il rovesciato (cfr.link) .

A proposito dei “capovolti” Dolores Turchi, nel suo libro “Lo Sciamanesimo in Sardegna”, osservava come in molte domus si siano spesso “trovate ciotole capovolte e frantumate intenzionalmente”.

Ci permettiamo di osservare che anche nell’antico Egitto, con il quale si presume gli antichi sardi abbiano intrattenuto lunghi e frequenti rapporti, nel corso della cerimonia funeraria di sepoltura del faraone, dopo che il sovrano era stato deposto nel sarcofago, coloro che lo accompagnavano si trasferivano nell’anticamera e lungo il cammino frantumavano alcuni vasi rossi. Il significato di questo cerimoniale non è molto chiaro, ma potrebbe trovare una giustificazione nelle considerazioni che la Turchi espone in merito alla rottura dei vasi rinvenuti nelle nostre sepolture neolitiche.

Scrive la Turchi che “…Gli Altaici, come gli altri popoli dell’Asia settentrionale, immaginavano che il mondo dei morti fosse un’inversione di quello dei vivi, pertanto nell’aldilà tutto doveva funzionare a rovescio rispetto a questo mondo. Quando sulla terra è giorno ivi è notte e viceversa. E’ per questo che gli spiriti compaiono dell’oscurità e di giorno si ritirano. Anche gli oggetti che si deponevano presso la salma del defunto venivano capovolti o addirittura spezzati, perché le cose che son spezzate sulla terra sono intatte nell’altro mondo(riferimenti omessi). Questa concezione spiega molto chiaramente le rappresentazioni dei cosiddetti “capovolti” che si trovano in molte tombe rupestri della Sardegna, meglio conosciute come “domus de janas”. In esse si sono spesso trovate ciotole capovolte e frantumate intenzionalmente (riferimenti omessi). Un rituale che risponde con esattezza alla concezione dell’oltretomba che avevano le antiche popolazioni asiatiche. Tale rituale, protrattosi nel tempo, è giunto almeno sino al XVII secolo della nostra era. Ce ne informa il sinodo di Aleria (Corsica) del 1652, il quale condanna <<quelle donne che spezzano o rompono scodelle, boccali ed altri vasi sopra la tavola, o panca, dove stava il cadavere del morto e voltano la stessa tavola sottosopra; quelle donne che, nell’uscir di casa li morti, tirano fuori dalle finestre pignatte, o altri vasi rotti, conservandoli a questo effetto>> (riferimenti omessi). E’ da presumere che tale tradizione non riguardasse solo la Corsica, visto che la frantumazione e il capovolgimento degli oggetti che accompagnavano il defunto è attestato dagli scavi archeologici anche in Sardegna.

Capovolgere un oggetto o un indumento per timore della “coga” significava dunque non essere più nel regno dei vivi, ma trovarsi in comunicazione con i defunti, diventare simile a uno spirito e pertanto acquisirne gli stessi poteri o essere addirittura in grado di combatterli o di annullarli. In Barbagia si capovolgeva di notte anche il treppiede di ferro nella casa in cui era un neonato. La “coga-sùrbile”, trovando tale oggetto capovolto, avrebbe creduto che in quel luogo vi era uno spirito a difesa del bimbo e pertanto non avrebbe osato toccarlo.

Sembrerebbe di scorgere in questo tipo di protezione una sorta di dualismo tra forze benefiche e forze malefiche che si fronteggiano e si combattono, come fanno i benandanti del Friuli; oppure la presenza dell’oggetto capovolto stava a significare che in quella casa non vi erano persone vive ma morte.

Il capovolgimento degli indumenti è stato sempre strettamente legato ai defunti. Fino alla metà del XX secolo nei paesi della Barbagia le donne capovolgevano il fazzoletto che usavano come copricapo e indossavano al rovescio il giubbetto del costume in segno di lutto, quando moriva un congiunto. L’usanza non è tipica della Sardegna in quanto è praticata da diversi popoli mediorientali.

Ancora oggi vi sono persone che fanno indossare ai propri figli un camicino o una maglietta capovolta, sicuri di difenderli in tal modo dalle influenze negative. Questo capovolgimento, di cui non si conosce più l’origine, dovrebbe mettere in relazione col mondo dei capovolti, ossia con l’aldilà, pertanto non è azzardato supporre che tale azione, che oggi si afferma di fare contro il malocchio, ma che fino a mezzo secolo fa si faceva anche in segno di lutto, avesse in tempi lontani una motivazione più profonda. Mentre si veneravano gli antenati morti da tempo si aveva paura dei morti recenti. Si temeva che questi tornassero nelle case a molestare i vivi, non accettando subito la loro condizione e che cercassero di portarsi via la persona cui erano più affezionati. Con tutta probabilità indossare per un certo tempo indumenti capovolti significava, in tempi lontani, disorientare gli spiriti, far credere loro che anche i familiari erano morti. Un’usanza, questa, che si è protratta per millenni senza più comprendere la motivazione che l’aveva originata, benché restasse sempre legata al rapporto con i defunti ”.

 

Nella foto di Sergio Melis: Petroglifi di “capovolti” nella domus di “Sos Furrighesos” ad Anela.

http://www.nurnet.it/it/1018/il_bipenne:_maneggiare_con_cura.html