IL NURAGHE, LABIRINTO TRIDIMENSIONALE

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di Angelo Ledda

Nel 2013 scrissi un lungo articolo in due parti dal titolo Il sacro segreto palese pubblicato prima nel blog Monteprama e successivamente nella rivista Monti Prama. Quaderni oristanesi n. 66, nel quale esprimevo il mio punto di vista sull’edificio ‘nuraghe’ e sulla sua funzione, a mio avviso da interpretare nella sfera del sacro, in risposta non tanto alla domanda “a cosa servirono” quanto piuttosto “cosa spinse ad edificarli”.
Riporto qui il mio pensiero in estrema sintesi e, data la complessità del tema, anticipo che nei prossimi giorni, sul blog Maymoni, verrà ripubblicato quello stesso articolo, revisionato e integrato.
Prima di aver studiato Sardoa Grammata del Prof. Gigi Sanna, ritenevo già che la nascita ed evoluzione dell’edificio ‘nuraghe’ dovesse essere ricercata nella sfera del sacro ma sulla scia di alcuni studi sul tema – in particolare quelli di Giorgio Baglivi e Mauro Peppino Zedda – supponevo una religione ‘dominata’ dalla Dea Madre, quindi a sfondo femminile e di tradizione neolitica, che nella tholos – la caverna oscura, l’utero materno – trovava la sua piena espressione.
Tuttavia gli studi sulla ‘scrittura nuragica’ rivelavano (e rivelano) un pensiero religioso molto complesso, che recentemente il prof. F. Cesare Casula ha sintetizzato nel suo La storia di Sardegna – Evo antico – Vol. 1 (2017) con queste parole:
“La notevole mole di documentazione epigrafica fornita dalla studioso della materia Gigi Sanna (…) mostra che il nome della divinità, CHIARAMENTE ANDROGINA, era vario: Y (acronomi di yh), YH, YHH, YHW e anche YHWH (…)

Le grandi effigi in pietra di organi genitali femminili e maschili (chiamati bétili) sono simboli supremi del dio maschio e femmina nello stesso tempo” (p. 92)
É pur vero che nel delineare i contorni della religione della dea neolitica, Maria Gimbutas la definì matrilistico-gilanica perché vi riconosceva al suo fianco un paredro maschile, figlio e sposo, ma in questo caso non si tratterebbe (soltanto) di ierogamia ma di una vera e propria divinità androgina, seppure questa non si presenti mai sotto forma di figura ‘umana’ e soltanto attraverso i suoi attributi.
Alla luce di queste considerazioni rileggevo il nuraghe e la sua simbologia, concentrandomi sul ‘monotorre’ (isolato ma comunque sempre presente anche al centro dei nuraghi complessi).
L’edificio-nuraghe sembra ereditare e fondere due elementi già presenti nella tradizione neolitica: da una parte l’elemento condensatore (quale era il menhir) ora bisognoso di elevarsi molto più di una “grande-pietra” e dall’altra uno spazio cavo, sottrattivo (come erano le domus de janas) che continua a simulare l’antro di una grotta nel corpo della Madre Terra. Tutta l’architettura nuragica sottende questa tensione: da un lato la spinta ascensionale dell’elemento condensatore e dall’altra lo svuotamento e la continua asportazione di materia.
Il nuraghe si presenta infatti come un corpo che deve penetrare il cielo, ancorarlo alla terra e agli inferi lungo l’axis mundi e che nasconde, al contempo, uno spazio cavo, un vuoto gravido di senso (si potrebbe definirlo un vuoto “pieno”), inaccessibile e segreto.

Nuraghe Burghido, Ozieri

La ricerca degli architetti nuragici li portò alla costruzione di un “betilo cavo alla scala del paesaggio” sperimentando la specifica tecnica costruttiva dell’arco orizzontale, che gli consentiva, tra le altre cose, di aprire un oculo all’apice della cupola.
Una ipotesi è che nella Sardegna nuragica, alle sacerdotesse di tradizione neolitica, si sia affiancata una nascente casta sacerdotale (i signori giudici?) con compiti complementari, che forse – successivamente – finì per prendere il sopravvento sul piano degli interessi di potere. La “quota parte femminile” non venne affatto messa in discussione (per la sua natura di custode della vita), ma la “quota parte maschile” si fece carico di contribuire a rendere perfetta, quindi divina e immortale, quella vita.
Schematicamente il nuraghe potrebbe essere letto suddividendolo in cinque elementi principali:
1) il segno femminile costituito dalla ‘camera oscura’, la più interna, ovvero la tholosutero, il corpo cavo (vaso e paiolo della jana, mondo sotterraneo) dentro la quale nasce in forma di luce/scintilla il vitello/embrione di toro (faccio riferimento qui al ‘toro di luce’ individuato dal GRS in diversi nuraghi).

La luce del toro

2) il segno maschile, che restituisce al nuraghe la tradizionale forma conica esterna (betilica e fallica) che, sempre più ambiziosa di elevarsi, avvolge la tholos come un manto. Si può infatti osservare che ogni nuraghe è formato da due strutture sovrapposte e compenetrate tra loro, come un bicchiere dentro l’altro.

3) Tra le due strutture (tra il maschile e il femminile)- lungo l’asse verticale – si avvita la scala elicoidale. È il segno del serpente, il seme della vita indistruttibile e del “principio vitale trascendente che ha come supporto fisiologico il liquido cerebrospinale e in generale tutti i liquidi chiari presenti nell’organismo” (Matteo Corrias, 2016);
4) All’apice vi è l’oculo e la possibilità di liberare le pietre apicali rendendo trasparente l’asse verticale (l’axis mundi) che collega terra e cielo;
5) L’elemento generalmente ritenuto un ballatoio/terrazzo aggettante, caratterizzato spesso da una lavorazione raffinata e differente dal paramento murario, è per me da intendersi quale “corona radiosa” (così l’ha definita anche il Pittau) con i mensoloni a rappresentare i raggi di un elemento simbolico luminoso che rende manifesto il tratto divino: è il capitello di una colonna, la parte sommitale di un altare che eleva un braciere reggente una fiamma eterna ed una ‘indeterminata’ luce (‘nur’).

Mensoloni di nuraghe

Nei modelli di nuraghe, ad esempio quelli numerosissimi rinvenuti a Mont’e Prama, il segno a V reiterato sembra proprio indicare tutto lo ‘splendore raggiante’ e se letto in tal senso si potrebbe assorbire la diatriba (e confusione) tra modelli di nuraghe intesi quali modelli cosmici, candelabri-lucerne, capitelli o altari.
Se ho ragione nel leggere in questo modo gli elementi che concorrono alla sua definizione, il nuraghe può allora essere letto in modo affine a quello di un labirinto.

Modello di Nuraghe, Mont’e Prama

Il mito greco-cretese ci dice che Arianna (dea cretese, prima che fanciulla greca), sposata da Dioniso dopo essere abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso, viene ascesa al cielo e incoronata, quindi fatta costellazione (Corona borealis).
Lo storico delle religioni Karl Kerenyi ci ha spiegato che il labirinto era per i cretesi “un cammino verso la luce”, il cui segno era la danza che avvolgeva e si svolgeva nel cortile centrale del Palazzo di Cnosso (il filo-serpente di Arianna, la danza delle gru) che rappresentava il transitare tra inferi (dove abita il Minotauro, bestia ed embrione) ed il cielo.
Dedalo era sia l’inventore del Labirinto che della danza (filo) e del volo (le ali di Icaro), ovvero gli espedienti per uscirne. Chissà che non si possa spiegare anche così il motivo per il quale i Greci associarono i nuraghi (daidàleia) alle opere costruite da Dedalo?
Come un labirinto tridimensionale, il nuraghe (ovvero, etimologicamente, il Toro di Luce, secondo gli studi del Prof. Gigi Sanna), è la ‘macchina ascensionale’ che assicura il passaggio dalla morte terrena alla ”seconda nascita”: ad una vita divina e immortale, che trova  espressione e si manifesta nella regale corona splendente.