Santa Cristina di Paulilatino

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di Giorgio Valdès

L’elemento più rappresentativo del sito archeologico di Santa Cristina, a Paulilatino, è sicuramente il suo pozzo sacro. Di questo straordinario monumento,  testimonianza del nostro antichissimo passato ha scritto anche Arnold Lebeuf nel suo libro “Il pozzo di Santa Cristina – Un osservatorio lunare”, (edizioni Tlilan Tlapalan – Cracovia 2011), nelle cui premesse l’autore ringrazia tra gli altri, per la collaborazione prestata, l’amico Mauro Peppino Zedda, che ci piace citare per le sue ricerche e l’impegno profusi specie in campo

archeo-astronomico. Dal lavoro di Lebeuf (docente di antropologia, archeo-astronomia e astronomia culturale presso l’Istituto per la Storia delle Religioni  della Jagiellonian Univerity di Cracovia), abbiamo tratto alcuni brani che proponiamo qui di seguito:

<< Abbiamo sottolineato prima l’estrema insistenza in tutta l’Europa della data del primo maggio o dei primi giorni di maggio per i rituali attorno ai pozzi. Il fatto che le testimonianze differiscano un pò tra loro, non è gravissimo. In effetti, innanzitutto la politica e l’ideologia moderna della redditività del lavoro ha spesso forzato la Chiesa a riversare le feste nella prima domenica che segue la data tradizionale per permettere ai fedeli di parteciparvi senza mancare dal posto di lavoro un giorno feriale. D’altra parte, le festività moderne conoscono ancora una festa che si scagliona su una novena e dunque dal sabato alla domenica seguente.

Ciò ricorda sicuramente un’antica celebrazione dei primi nove giorni di maggio. Questo mostra che il pellegrinaggio a Santa Cristina è antico e molto importante: i proprietari della zona vi hanno delle casette che formano come un villaggio che circonda la chiesa del posto per passarvi queste giornate festive. Queste abitazioni, secondo Moravetti: “I muristenes o cumbessias erano piccole abitazioni private o di proprietà ecclesiastica costruite intorno o in prossimità di una chiesa per facilitare la partecipazione a determinate funzioni religiose notturne (soprattutto i novenari )”.

Notare bene questa insistenza sull’aspetto notturno sottolineato dall’autore. Queste feste erano molto importanti e lo sono rimaste. Tutto ciò sottolinea ancora una volta la sacralità del luogo e risolve probabilmente le informazioni contradditorie sulla data della festa. Un elemento che attesta l’eccezionale continuità religiosa e sociale del luogo, è che questa disposizione di muristenes attorno alla chiesa di Santa Cristina riproduce quasi esattamente a tre millenni di distanza l’organizzazione spaziale delle capanne intorno al pozzo di Santa Cristina. Ricordiamo a questo proposito il valore eminentemente religioso e curativo che costituisce una presenza prolungata e il sonno in prossimità dei luoghi santi o all’interno del santuario. Questa pratica è fortemente attestata in Sardegna: “Sul rito dell’incubazione si é soffermato il Pettazzoni  interpretando un passo della Fisica di Aristotele, ripreso successivamente da Simplicio, secondo il quale i sardi, per liberarsi dalle ossessioni, erano soliti dormire presso la tombe degli eroi… Il Pettazzoni interpreta tale leggenda collegandola con la consuetudine animista dei protosardi di dormire nella tomba degli antenati: attraverso l’«incubatio» essi sarebbero entrati in contatto con lo spirito degli antenati, fugando cosi le ossessioni.… Tertulliano afferma che: Aristotele evidenzia che un eroe sardo liberava dalle ossessioni coloro che dormivano (incubatores) presso il suo tempio”.  (Giovanni Ugas)

Massimo Pittau sviluppa l’idea secondo la quale le tradizioni delle capanne d’epoca cristiana che circondano le chiese di campagna costituirebbero una continuazione delle pratiche nuragiche: “Le cumbessias esistono anche presso numerosi santuari degli antichi Nuragici, ad esempio a Santa Vittoria di Serri e a Santa Cristina di Paulilatino, già santuari nuragici, poi diventati, per il fenomeno molto frequente del «sincretismo religioso», santuari cristiani. Le cumbessias di Santa Vittoria di Serri hanno un pianta del tutto simile a  quella delle attuali pinnettas di Nostra Signora de Sauccu di Bortigali oppure erano loggias, lollas uguali alle «logge, tettoie» attuali. Anche per le cumbessías di Santa Vittoria di Serri non si può ipotizzare alcuna funzione differente da quella di «dormitori provvisori» .Ma non basta, considerato che le cumbessias di Santa Vittoria risultano chiuse da un recinto e tutte sono rivolte verso l’interno, cioè verso gli edifici di culto (proprio come si constata chiarissimamente a San Cosimo di Mamoiada e sa Itria di Gavoi,

 

 

ecc.), è stato ragionevolmente prospettata l’ipotesi che esse servissero anche per effettuare il rito della incubazione. Questo rito della incubazione consisteva nel dormire nelle vicinanze di un santuario in attesa di qualche sogno rivelatore, il quale poi veniva spiegato dai sacerdoti o molto più spesso dalle Pitie, che in Sardegna venivano chiamate in epoca classica Bitiae. Il rito della incubazione, strettamente connesso con quello oracolare, in epoca antica era molto diffuso ed alcuni santuari pagani erano particolarmente famosi in tutto il Mediterraneo, ad esempio, quello di Esculapio di Epidauro. Ciò perché gli antichi – ma non soltanto essi! – credevano molto ai sogni, per cui si aveva la necessità di farseli spiegare da sacerdoti o da sacerdotesse. Sia sufficiente ricordare che il materialista Epicuro riteneva che gli dei esistessero realmente, appunto in virtù del fenomeno dei sogni, molti dei quali si riteneva che venissero proprio dagli dei. L’esistenza del rito della incubazione nella Sardegna nuragica è attestata addirittura da una testimonianza di Aristotele, il quale dà la notizia dell’usanza dei Sardi di «dormire presso gli eroi». Un commentatore di Aristotele, un certo Filipono ci ha tramandato la notizia che in Sardegna il sonno incubatorio presso gli eroi durava perfino 5 giorni (evidentemente provocato da droghe).Ciò premesso dico che, se le cumbessías come locali dei santuari  esistevano in Sardegna già in epoca nuragica, è molto verosimile che non soltanto la cosa, cioè il tipo di locale, ma anche il suo nome sia nuragico”.

E il dizionario di Casalis ricorda le pratiche cristiane che vengono probabilmente dalle tradizione arcaiche:

“Sorge dietro a Ceres un’acutissima rupe, avente 711 tese di elevazione sopra il livello del Mare. Nel suo vertice sta un oratorio dedicato a Santa Cristina e spettante al Comune di Cantoira, ove si va da questi abitanti processionalmente in ogni anno il 24 di luglio; nel qual giorno vi si celebrano i divini misteri in onore de quella Santa. Il parroco di Cantoira ed alcuni altri sacerdoti vi passano la notte che precede il giorno di quella festa per ascoltarvi le confessioni dei molti devoti, che a quest’effetto vi si conducono al tramontare del Sole”.

Il fatto di passare la notte in prossimità del pozzo di Santa Cristina in mezzo ad altre pietre fitte, nuraghi, rovine e tombe, in uno spazio sacro, inquietante e misterioso, doveva certamente comportare quest’aspetto curativo, onirico ed oracolare>>.