Istanza per l’inserimento nella TENTATIVE LIST dei beni richiedenti la nomina quale Patrimonio  Culturale dell’Umanità nella Lista UNESCO

 

col Patrocinio della presidenza del Consiglio regionale della

Sardegna e della Giunta della Regione Autonoma della Sardegna

Istanza per l’inserimento nella TENTATIVE LIST dei beni richiedenti la nomina quale Patrimonio  Culturale dell’Umanità nella Lista UNESCO

 

STATO COMPONENTE: ITALIA

DATA DI PRESENTAZIONE:  30 Settembre 2020

Richiesta compilata dal referente del Comitato promotore

Dottor Michele Cossa

quale rappresentante della Associazione proponente.

Associazione “La Sardegna verso L’Unesco”

Denominazione del Bene: I MONUMENTI DELLA  CIVILTÀ NURAGICA

Italia – Sardegna

Estremo  Nord Ovest  41°15’34.30″N   –   7°48’32.72″E

Estremo Sud Est         38°48’54.01″N   –   10° 2’54.86″E

Premessa

L’idea di proporre l’inclusione dei monumenti della Civiltà nuragica nel Patrimonio  culturale dell’Umanità dell’Unesco, nasce dalla presa di coscienza dell’importanza che negli ultimi decenni  essi hanno assunto per i Sardi, quali segni fondamentali della loro identità a fianco degli altri grandi valori culturali e naturali posseduti. La Sardegna appare come un Museo aperto, con innumerevoli beni culturali e paesaggisti, spesso poco conosciuti agli stessi Sardi nonostante la loro importanza scientifica e bellezza, che tanto affascinano i visitatori meno frettolosi che dalla spiaggia si muovono verso l’interno. Considerazione ben evidenziata dal complesso archeologico di Su Nuraxi di Barumini, finora l’unico bene culturale materiale sardo incluso nella lista del Patrimonio Unesco, e che rappresenta, esso stesso, uno dei tanti elementi di un più vasto ed articolato Patrimonio culturale sardo. Idealmente si parte proprio dal complesso archeologico Baruminese per inserirlo nel contesto più ampio della “miracolosa” Civiltà Nuragica, e della sua più significativa espressione: l’architettura.

Attorno al tema del riconoscimento di questo valore culturale si è sviluppato in maniera naturale un interesse crescente, una sorta di movimento di base di innumerevoli cittadini, gruppi, associazioni, pagine social, editoria cartacea e pagine culturali sui quotidiani locali e nazionali, che dimostrano l’esistenza di un sentire forte attorno all’importanza del patrimonio archeologico, sempre vario e sempre sorprendente, dal mare alle piane e dai colli alle montagne, partendo proprio dai monumenti nuragici.

A questo sentire, corrisponde l’azione di salvaguardia da parte delle Istituzioni attraverso le norme di tutela statali, regionali e comunali che preservano migliaia di monumenti e siti archeologici nuragici.  Ma è necessario un ulteriore sviluppo di questa sensibilità generale per  tutelare e fruire, attraverso un’attenta gestione dello straordinario patrimonio culturale, con il concorso di tutta la comunità isolana, in primis la Regione Sardegna  e i tanti Comuni dell’isola, ma anche con il fondamentale supporto dello Stato italiano e dell’Unesco.

Questa generale presa di coscienza contiene un valore sociale e sollecita la tutela e la valorizzazione di un bene che appartiene non solo alla Sardegna ma all’intera comunità mondiale e che deve essere fatto emergere perché in linea con la visione di sostenibilità e tutela degli Eccezionali Valori del Patrimonio Mondiale, alla base della Convenzione Unesco, della Convenzione di Faro e dei più recenti programmi della Comunità Europea e degli Stati Membri.

L’imponente documentazione scientifica prodotta dalle Università, dalle Soprintendenze, dalle realtà museali centrali e periferiche, dagli uffici della Regione Sarda, dai singoli Comuni,  dai centri di ricerca pubblici e privati, dalle fondazioni, dalle pubblicazioni divulgative e di letteratura archeologica e storica, nonché dai Geoportali e dalle Mediateche generati dall’attività sui social e su internet, ha ispirato un primo  documento che nel luglio del 2020 è stato proposto, da un primo nucleo dell’attuale Gruppo Promotore, all’attenzione del Consiglio Regionale della Sardegna. Da qui è nata la Mozione n. 318 della XVI Legislatura, presentata dai consiglieri Salaris, Cossa, Marras, Satta G.A, e depositata il 14 luglio 2020. Mozione quindi, approvata in data 30 settembre 2020, finalizzata a impegnare la Presidenza e la Giunta della Regione Autonoma della Sardegna a perseguire ogni iniziativa necessaria all’ottenimento del riconoscimento da parte dell’UNESCO del Patrimonio Culturale della Sardegna quale Patrimonio dell’Umanità, a partire dai Monumenti della Civiltà nuragica, e dalla definizione del suo territorio quale “museo aperto”. La Mozione, valutata positivamente e sottoscritta da quasi tutti i capigruppo regionali, sia della maggioranza sia della minoranza,  porta la firma di quasi tutti i  Consiglieri regionali: COSSA – GIAGONI – MULA – GANAU – COCCIU – CAREDDA – MURA – COCCO – MANCA Desiré Alma – SECHI – SALARIS – CANU – CERA – CIUSA – COMANDINI – CORRIAS – CUCCU – DE GIORGI – ENNAS – FANCELLO – GALLUS – LAI – LANCIONI – LI GIOI – MAIELI – MARRAS – MELE – MELONI – MORICONI – MORO – MUNDULA – OPPI – PERU – PIGA – PINNA – PIRAS – PISCEDDA – SAIU – SATTA Gian Franco – SATTA Giovanni – SATTA Giovanni Antonio – SOLINAS Alessandro – TALANAS – TUNIS.

Lo stesso Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna ha concesso il patrocinio gratuito e l’utilizzo del logo al progetto (vedi intestazione).

Analogamente il Patrocinio e l’utilizzo del Logo della Presidenza e della Regione sono stati concessi con delibera n.49/13 del 30/09/2020 della Giunta Regionale.

In precedenza hanno aderito all’iniziativa moltissimi sindaci sardi, senza distinzione di appartenenza politica e supportati dall’impulso di tantissimi privati cittadini, consapevoli dell’indiscutibile valore delle testimonianze monumentali nuragiche e dell’intero patrimonio culturale della loro isola. Di seguito, circa cento settanta Consigli comunali hanno deliberato a favore dell’iniziativa stessa (l’obiettivo del Gruppo Promotore è l’adesione della totalità dei Comuni Sardi).

Ciò premesso, è necessario fornire un’adeguata risposta al consenso creatosi attorno all’idea di valorizzare il patrimonio monumentale nuragico e dare “struttura” a questo movimento di base, con l’avvio della procedura che miri al suo riconoscimento da parte dell’UNESCO. Il raggiungimento di tale obiettivo è la missione del Gruppo Promotore.

Questo documento dichiara la volontà di portare a compimento il progetto e perseguirne le finalità, in primo luogo attraverso l’affidamento dello studio ad un autorevole comitato scientifico, dando vita alle strutture organizzative e alle azioni necessarie allo scopo, coinvolgendo i potenziali interessati (stakeholder), i cittadini, le organizzazioni, i gruppi imprenditoriali, le istituzioni e i suoi rappresentanti politici, oltre al mondo accademico e scientifico di pertinenza.

I proponenti hanno chiara coscienza delle difficoltà insite nella realizzazione del progetto, trattandosi di un processo lungo e costoso che avrà necessità di un grande impegno, non solo da parte dei promotori iniziali, ma anche delle Istituzioni e, in senso più ampio possibile, dell’intera comunità sarda, col supporto dello Stato.

In questa istanza rivolta alla Commissione Italiana Unesco si pone in rilievo, in sintesi, l’Eccezionale Valore del Bene proposto per l’inserimento nella Lista del Patrimonio dell’Umanità, in ottemperanza ai criteri riportati nelle Linee Guida Operative; si dichiara l’Autenticità e l’Integrità del bene; si riporta una visione degli esistenti strumenti di tutela e del piano di gestione futuro; si manifesta la consapevolezza di aver acquisito i vari documenti che illustrano gli strumenti tecnici e tematici necessari per avviare il procedimento, compresi quelli pubblicati dall’Unesco nei propri siti istituzionali, nonché quelli segnalati da vari interlocutori, nel corso delle diverse riunioni e incontri sin qui effettuati.

Sono punti di riferimento per questa Istanza le schede e i documenti pubblicati da UNESCO sui siti internet propri e degli Stati parte, compreso il manuale riguardante il processo di nomina redatto con la collaborazione di ICCROM, ICOMOS, IUCN.

 

L’Eccezionale Valore Universale e l’Autenticità e Integrità dei Monumenti nuragici.   

La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale culturale e naturale, adottata dall’UNESCO nel 1972, prevede che i beni che ne sono oggetto possano essere iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale alternativamente come patrimonio culturale, patrimonio naturale e paesaggio culturale. I beni del patrimonio culturale sono definiti dall’articolo 1 della Convenzione del 1972 che cita in particolare, per quanto concerne i monumenti: “le strutture di carattere archeologico, iscrizioni, grotte e gruppi di elementi di valore universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o scientifico”; in riferimento agli agglomerati: “i gruppi di costruzioni isolate o riunite che, per la loro architettura, unità o integrazione nel paesaggio hanno valore universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o scientifico”; per quanto infine si riferisce ai siti: “le opere dell’uomo o opere coniugate dell’uomo e della natura, come anche le zone, compresi i siti archeologici, di valore universale eccezionale dall’aspetto storico ed estetico, etnologico o antropologico”. Tutti elementi che illustrano l’evoluzione di una società e del suo insediamento nel tempo sotto l’influenza di costrizioni e/o opportunità presentate, all’interno e all’esterno, dall’ambiente naturale e da spinte culturali, economiche e sociali. La loro protezione può contribuire alle tecniche moderne di uso sostenibile del territorio e al mantenimento della diversità biologica.

Ciò considerato, si ritiene che i Monumenti della Civiltà Nuragica, quale eccezionale bene culturale, anche per la loro grande incidenza nella società, siano degni di essere inclusi nella Tentative List del Patrimonio universale dell’UNESCO.  Le ragioni sono esposte qui appresso, in grande sintesi.

Per la sua strategica  posizione  insulare, il suo clima mite, la fertilità dei suoli, la bellezza e  le notevoli risorse naturali, celebrate già dagli scrittori classici, la Sardegna attrasse a più riprese i gruppi umani e divenne un crocevia di genti, provenienti da vari angoli del Mediterraneo e d’Europa per commercio o per emigrazione, che hanno forgiato le sue radici culturali e ad un tempo influito sui cambiamenti e sulla particolare conservazione del suo straordinario aspetto naturale, plasmandone l’identità. Tra il Neolitico e la Prima età del Ferro, al tempo delle facies archeologiche prenuragiche (neo-eneolitiche e del Bronzo antico: circa 6000-1600 a.C.) e nuragiche (Età del Bronzo medio-I Ferro: circa 1600-510 a.C.), la Sardegna fu un importante punto di raccordo nelle dinamiche culturali tra i vari paesi del Mediterraneo e un centro di acquisizione e trasmissione di innovazioni tecnologiche. Ciò si rileva ad esempio dal commercio dell’ossidiana nel Neolitico e dei metalli nei tempi eneolitici e nell’età del Bronzo, ma anche e soprattutto dalla sua pregevole cultura materiale e dai suoi grandiosi monumenti, unici nel loro genere, della Civiltà nuragica.

L’antico ruolo centrale dell’isola emerge particolarmente dalle innumerevoli testimonianze dell’architettura della pietra che, integrandosi armoniosamente con la natura dei luoghi, originano uno straordinario paesaggio culturale, segnato da due fenomeni eclatanti, talora intersecantisi: il megalitismo, inteso nella sua accezione più ampia, vale a dire l’architettura  sopra suolo della (grande) pietra; l’ipogeismo, vale a dire l’architettura  ctonia, sotterranea.  Il megalitismo isolano trova il suo culmine nell’età del Bronzo, con il diffondersi  su tutta l’isola dell’edificio turrito noto come  nuraghe, un’opera così mirabile da essere ritenuto dagli antichi autori greci una geniale creatura di Dedalo. La grandiosità e la straordinaria diffusione dei monumenti nuragici (oltre sei mila i siti già censiti), dando un’impronta indelebile al paesaggio sardo, fanno emergere una civiltà di grandi architetti e scultori.

Nel dettaglio la Civiltà nuragica, che fiorì per un millennio di anni tra il Bronzo Medio e il I Ferro (circa 1600- 510 a.C.), ci ha lasciato, oltre che numerosi e importanti reperti mobili, i seguenti monumenti, il cui numero è ancora in evoluzione con le nuove ricerche:

  • Nuraghi arcaici (protonuraghi), tipo Front’e Mola di Thiesi, Su Mulinu di Villanovafranca, Is Fogaias di Siddi;
  • protonuraghi con cinte megalitiche prive di torri, tipo Frenergazu di Bortigali, Monte Sara di Macomer;
  • nuraghi evoluti (castelli e torri) del Bronzo recente e finale, suddivisi in: torri singole o monotorri (es. Nuraxi di Goni); castelli senza cinta esterna (es. Santu Antine di Torralba, e castelli con cinta esterna (es. Nuraghe Arrubiu di Orroli,  Domu Beccia di Uras e Casteddu de Fanari di Decimoputzu,;
  • nuraghi trasformati in tempio (es. Su Mulinu di Villanovafranca; Nurdole di Oliena);
  • nuraghi con villaggi (es. Palmavera di Alghero, La Prisciona di Arzachena; Genna Maria di Villanovaforru e Su Nuraxi di Barumini già inserito nel Patrimonio Culturale dell’Unesco);
  • monumenti dei villaggi nuragici (abitazioni, templi dell’acqua, templi “a megaron”, rotonde del consiglio e altri edifici pubblici e privati (es. Santa Vittoria di Serri, Su Romanzesu di Bitti, Sant’Anastasia di Sardara, Sa Carcaredda di Villagrande);
  • templi dell’acqua isolati (Su Tempiesu di Orune);
  • grotte ad uso santuariale (Grotta Pirosu di Su Benatzu in Santadi) e ad uso funerario (es. Dom’e s’Orcu di Urzulei) dell’età nuragica;
  • tombe collettive a corridoio e absidate (“tombe di giganti”): con emiciclo (esedra) di lastre ortostatiche sulla fronte attorno alla grande stele centinata dell’ingresso (es. Li Lolghi di Arzachena); con emiciclo in muratura (San Cosimo di Gonnosfanadiga); senza emiciclo senza fronte e seminterrate (es, su Fraigu di San Sperate);
  • tombe ipogeiche con grande stele centinata scolpita sulla fronte (es. Sos Furrighesos di Anela);
  • tombe in anfratti (tafoni) nuragiche della Gallura;
  • aree funerarie (con tombe a pozzetto, a fossa, a circolo etc.) talora monumentalizzate  con betili (es. Monte Prama di Cabras), cippi a forma di nuraghe e grandi statue (Monte Prama di Cabras.

I nuraghi sono diffusi in tutto il territorio regionale offrendo un quadro unitario dell’intera  civiltà che da essi prende il nome, diversamente da altri monumenti presenti in modo non uniforme e che rispondono alle connotazioni specifiche delle differenti popolazioni ed economie locali e alle diverse caratteristiche ambientali. Infatti, a giudicare dai testi classici, in età nuragica (e ancora in età romana) vi erano tre popoli principali, Iliesi, Balari e Corsi,  con molte comunità al loro interno. Così, in ambito funerario, quello più distintivo, solo nella Gallura granitica a vocazione pastorale, abitata dai Corsi, si osservano le sepolture nuragiche in anfratti naturali di roccia (tafoni), mentre esclusivamente nella Sardegna Nord-Occidentale abitata dai Balari si riscontano le tombe ipogeiche con la monumentale stele centinata. Le tombe di giganti, con o senza esedra, sono invece diffuse soprattutto nelle regioni abitate dagli Iliesi e dai Corsi

La carenza, e in rari casi l’assenza, di emergenze nuragiche in alcune aree è in relazione con i suoli sottoposti a interventi di bonifica e di spietramento, aree fortemente urbanizzate, o siti in cui i resti sono ancora interrati e dunque non evidenziati. Altri resti, attestando una notevole continuità insediativa, talora dal Neolitico sino ad oggi, si trovano sotto gli abitati attuali (es. San Sperate, Decimoputzu); talora, all’interno del loro perimetro si innalzano ancora i nuraghi. Basti ricordare quelli di Armungia, Barumini (Nuraxi ‘e Cresia), Gesico (San Sebastiano), Ozieri (Sa Mandra ‘e sa Jua), Sant’Anna Arresi, Siurgus Donigala (San Teodoro) e Uri (Santa Cadrina).

Questi monumenti rispondono ai requisiti dell’autenticità e integrità perché descritti e documentati in una notevole mole di pubblicazioni scientifiche e non sottoposti a moderni  restauri invasivi, anche se il loro numero è soggetto a qualche mutamento col proseguire dei nuovi studi, in particolare con i censimenti in corso di elaborazione sui singoli territori comunali. Grazie alla conservazione di molti dei caratteri distintivi della Civiltà nuragica che si sono succedute nell’isola tra il Bronzo Medio e il I Ferro, ancora oggi questo Patrimonio Culturale è l’espressione di un continuum archeologico caratterizzato da edifici e opere scultoree che si distinguono per il loro Eccezionale Valore e l’evidente Unicità.

Solo una parte dei monumenti nuragici sono messi in luce totalmente, ma anche quelli non del tutto evidenziati o per niente indagati offrono un segno rilevantissimo della loro magnificenza  e nel loro insieme evidenziano la  capacità  organizzativa e disponibilità di forza lavoro delle comunità che li hanno realizzati.

 

L’elenco dei siti, Geoportale e Mediateca

Sono allegate a questa istanza la cartografia su base satellitare (v. allegato lettera d),  e la corrispondente tabella che elenca i siti con monumenti nuragici già noti (v. allegato lettera e), ancora in corso di aggiornamento, e contiene i riferimenti alla Denominazione, Comune, provincia e regione storica di appartenenza di appartenenza (Curatoria), oltre alle coordinate geografiche di ogni sito, espresse nel Datum WGS84.

La Mappa, è ricavata tramite un mosaico dei “riquadri” estratti digitalmente dal GIS di proprietà della Fondazione di Partecipazione Nurnet-La Rete dei Nuraghi e del CRS4 (Centro Ricerche Sardegna 4, istituto di ricerca controllato da Sardegna Ricerche e dalla Regione), reperibile al link internet http://nurnet.crs4.it/nurnetgeo/.

La Mappa e i dati in essa contenuti sono il risultato di un lavoro durato sette anni.  I dati iniziali, ricavati dalle pubblicazioni scientifiche, dai censimenti condotti dalle Università e dagli archivi del Piano Paesaggistico Regionale, sono stati integrati con quelli dei Geoportali presenti in internet, dei Piani Urbanistici Comunali già noti e da altre pubblicazioni in corso di verifica.

La fondazione Nurnet ha arricchito ulteriormente la base dati originaria, grazie a una campagna social di cui esiste una rilevante rassegna stampa, post facebook e articoli su internet, soprattutto attraverso l’interazione con gli appassionati, a oggi 67.000, iscritti alla pagina facebook aperta e gestita dalla stessa Fondazione. Di recente, i siti riportati nel geoportale sono stati verificati singolarmente, tramite riscontri visivi sulle immagini satellitari e sulle pubblicazioni, all’interno di un progetto finanziato dalla Fondazione di Sardegna. I dati del Geoportale sono già un’ottima base per comporre il corpus dei Monumenti nuragici nella loro globalità, strumento indispensabile per acquisire le informazioni necessarie per impostare il piano progettuale di tutela e gestione, d’intesa con le istituzioni interessate, e per stilare il catalogo dei monumenti nuragici da presentare per la Nomina nel Patrimonio materiale universale, secondo le indicazioni del Comitato Scientifico e degli interlocutori dell’UNESCO

Al Geoportale è collegata la Mediateca delle foto inviate a Nurnet tramite la messaggistica della pagina facebook (https://www.nurnet.net/mediateca/). In essa sono contenute circa 15.000 foto di cui circa 10.000 riguardanti i monumenti nuragici.

La mediateca sarà arricchita di nuovi contenuti e ulteriormente strutturata attraverso il progetto che sarà portato all’attenzione dell’Unesco. Tramite il Comitato Scientifico, l’Associazione Promotrice, nel corso del procedimento di Nomina, provvederà a verificare  e a incrementare i dati sui Monumenti dell’elenco e del Geoportale, apportando le modifiche necessarie per adattare il modello  agli standard scientifici nazionali e internazionali. A tal fine dovranno essere reperite risorse finanziarie e umane importanti, da definire e computare, sia per realizzare una base operativa dotata di tutti gli strumenti informatici di raccolta e catalogazione georefenziata (GIS-Geoportale), sia per avviare i cantieri di ricognizione di tutti i siti, indispensabili per acquisire le informazioni utili per la documentazione, la catalogazione e pubblicazione dei beni, sia per predisporre il piano di tutela e valorizzazione.

 

Tutela e Valorizzazione

In numero consistente i siti archeologici sono sottoposti a tutela dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MiBACT) ai sensi della L. 1089/1939 e seguenti. La gran parte dei siti sardi con i monumenti archeologici è sottoposta a tutela anche nel Piano Paesaggistico Regionale (PPR), ai sensi della L.R. 25/2004, n. 8 (e normative ss) e nei singoli Piani Urbanistici Comunali (PUC), correlati agli stessi PPR. Nel Piano Paesaggistico Regionale e nei PUC  i siti  archeologici, e dunque anche i monumenti nuragici,  sono registrati con i dati relativi alla loro ubicazione  (coordinate GIS )  e al contesto culturale ambientale (Buffer zone), integrando i vincoli  di tutela stabiliti con la L. 1089/1939 e successive modifiche.  La mancata  continuità nell’interrelazione tra Uffici della Regione  Sardegna  e del MiBACT  è un ostacolo per una visone organica in fieri del processo di tutela  dei monumenti  che  dovrebbe essere andrebbe superato.

Occorre considerare che l’articolata e diffusa ricchezza di monumenti, spesso non facilmente accessibili, non è stata riconosciuta finora per il suo valore complessivo, integrato, quale bene da tutelare e valorizzare. L’evidenza dimostra che gli interventi per la tutela e la valorizzazione fondamentali e utilissimi per la conservazione e la conoscenza dei beni debbono essere ulteriormente incrementati proprio per le specialissime caratteristiche dei Monumenti nuragici e dei beni archeologici pre-protostorici sardi in generale, con pochi confronti sul piano monumentale e per il loro numero straordinario. Le risorse messe a disposizione per questi beni culturali, talora neanche censiti e dunque considerati come inesistenti, si sono finora dimostrate assolutamente insufficienti, anche per far fronte alla semplice manutenzione di monumenti, spesso aggrediti dall’erosione naturale e dalla macchia arbustiva. Capita peraltro che l’attività agricola, gli interventi vandalici e gli scavi abusivi determinino la distruzione più o meno totale di molti di essi.  Avviene così che tanti reperti prenuragici e nuragici finiscano per alimentare le collezioni private e i musei sparsi in molte parti del mondo.

L’ISTAT ha pubblicato l’annuale rapporto relativo ai siti museali ed al più complessivo patrimonio culturale presente nel territorio dello stato italiano, e sulla base dei dati rilevati per il 2017, sono indicate 206 aree e 81 parchi archeologici, dei quali 54 sono dislocati nel territorio della Sardegna (45 aree archeologiche e 9 parchi archeologici) pari al 18,8% del totale complessivo. Si tratta tuttavia di un dato che tiene conto esclusivamente dei siti  valorizzati o tutelati, e non di quelli effettivamente esistenti, che a citare solo quelli censiti e risalenti al periodo nuragico, come detto, sono migliaia. In effetti, le aree archeologiche sarde, come definite dal Decreto Legislativo 42/2004 e s.m.i., Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, sono talmente diffuse che la definizione di “Museo aperto”, per la totalità dell’intero territorio regionale, risulta essere ampiamente giustificata.

 

Rispetto dei dieci criteri caratterizzanti

Questa istanza rispetta gran parte dei 10 criteri caratterizzanti il concetto di Valore Universale Eccezionale, nonché le condizioni di Integrità e Autenticità indicate nelle LINEE GUIDA OPERATIVE.

Si intende, quindi, perseguire il processo volto al riconoscimento da parte dell’UNESCO dei Monumenti della Civiltà nuragica quale Patrimonio dell’Umanità, intraprendendo ogni iniziativa affinché:

la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO inserisca nella lista provvisoria la nostra indicazione progettuale;

venga sviluppato l’iter di confronto dialettico fra questo Comitato e i rappresentanti della Commissione Italiana;

gli obiettivi e il progetto siano modificati secondo le reciproche esigenze e i parametri UNESCO;

siano attivate le opportune procedure al fine di vedere garantita la tutela di massimo grado dei Monumenti della Civiltà nuragica, attraverso il loro riconoscimento, da parte dell’UNESCO, quale Patrimonio dell’Umanità.

Questa iniziativa non è vista come isolata o a sé stante ma integrata in un ideale, più ampio e articolato modello di sviluppo sostenibile, rispettoso delle comunità locali e dei valori  culturali  e identitari della nazione sarda, a partire dall’uso e dalla promozione in campo sociale della lingua sarda nelle sue varianti, aggredita da alcuni decenni da una forma di modernismo totalizzante che mette a rischio la sua stessa esistenza.

Così come indicato nelle Linee Guida Operative il concetto di sostenibilità è sovraordinante e deve indirizzare la Sardegna -progressivamente sempre più spopolata, impoverita e invecchiata specie nelle zone interne, depauperata economicamente da una politica dei trasporti che imprigiona sempre più  l’isola allontanandola dal resto del mondo- verso un buon modello di sviluppo. Modello che dovrà essere coerente con gli indirizzi di sostenibilità ambientale e sociale sposati anche dall’UNESCO, capace di valorizzare le risorse economiche locali, dall’agricoltura, all’allevamento, all’artigianato, ad un turismo rispettoso degli straordinari beni donati all’isola dalla Natura, e coerente con le necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e agli indirizzi della Comunità Europea.

Alla base di tutto ciò debbono essere posti necessariamente l’Eccezionale Valore Universale e l’Unicità dell’immenso patrimonio di lasciti della Civiltà nuragica.

Sarà cura del Comitato Scientifico occuparsi dell’acquisizione dei dati necessari per il progetto con il coinvolgimento delle Università, Soprintendenze, Uffici della Regione Sarda,  Comuni,  Direzione e curatela dei Musei e aree archeologiche, Centri di ricerca pubblici e privati, Fondazioni, Associazioni e altri soggetti che possano dare un concreto apporto informativo e gestionale.  I dati acquisiti saranno messi a disposizione delle Università, delle Soprintendenze interessate, della Regione Sardegna e dei Comuni, oltre che ovviamente, dell’Unesco, oltre che contestualmente pubblicati.

 

Dati di base e riferimenti utili per la verifica dell’istanza da parte della destinataria  Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO

1) Testo della Mozione n. 318/2020 presentata in Consiglio Regionale.

2) Testo della Mozione presentata e già votata da una parte consistente dei Consigli Comunali della Sardegna.

3) Mappa generale dei siti pre-protostorici della Sardegna con particolare riferimento ai monumenti nuragici ricavata dal GIS, NURNET/CRS4,

4) Geoportale dei monumenti nuragici http://nurnet.crs4.it/nurnetgeo/

5) Mediateca con le immagini geo-riferite dei siti pre-protostorici della Sardegna, https://www.nurnet.net/mediateca/

6)  Siti archeologici nuragici sottoposti a tutela dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MiBACT) ai sensi della L. 1089/1939 e seguenti.

7) Monumenti archeologici riconosciuti tra i beni identitari nel Piano Paesaggistico Regionale (PPR), ai sensi della L.R. 25/2004, n. 8 (e normative ss) e nei singoli Piani Urbanistici Comunali (PUC).

8) Bibliografia essenziale

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  • Roggero P.P., 2019. Agro e aree rurali nello sviluppo della Sardegna. Informazione, Ordine degli ingegneri della provincia di Cagliari, 1, pp. 87-91.
  • Giovanni Ugas, l’Alba dei nuraghi, Fabula Cagliari, 2007.
  • Giovanni Ugas Shardana e Sardegna”. I Popoli del Mare, gli alleati del Nordafrica e la fine dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.), pp. 383- 652; Edizioni della Torre, Cagliari 2016.

 

Attori interni

I promotori originari costituitisi in Fondazione di partecipazione, ogni cittadino, organizzazione privata, organizzazioni Onlus no profit, istituzioni pubbliche e private, imprenditori e imprese che abbiano interesse ad affiancarsi, che aderiscano al progetto e contribuiscano alla sua realizzazione con apporti di competenze o finanziari.

Comitato scientifico

Attori esterni

UNESCO. Commissione Nazionale Italiana Unesco; organizzazioni facenti parte del sistema di verifica delle richieste di riconoscimento dell’UNESCO.

MIBACT e altri Ministeri dello Stato Italiano.

Regione Autonoma della Sardegna.

Amministrazioni locali.

Organi di stampa e attori della comunicazione pubblica e sociale.

 

CRITERI INDIVIDUATI (Articolo 77 delle linee guida operative)

(ii)
(iii)
(iv)
(v)
(vi)
(vii)
(viii)
(ix)
(x)

 

 

 

(i)  rappresentano un capolavoro del genio creativo umano;

Come singoli beni e nel loro complesso, i monumenti della Civiltà Nuragica sono espressioni della genialità creativa umana e rappresentano una formidabile testimonianza del processo di sviluppo dell’architettura mediterranea.

I nuraghi

Opere geniali nel campo dell’architettura sono innanzitutto  gli oltre gli oltre 6.000 castelli e torri, noti come nuraghi, innalzati in terra sarda dal Bronzo Medio al Bronzo Finale nell’arco di seicento anni (circa1600-1000 a.C.); da essi prende il nome la Civiltà nuragica che nel suo complesso si svolge nell’arco di circa mille anni estendendosi sino al I Ferro (circa 1000-510 a.C.)  quando avvenne un’importante fase di ristrutturazione e riutilizzo sacro dei nuraghi prima dell’occupazione cartaginese della Sardegna avvenuta intorno al 510 a.C.

L’uso e l’eccezionale diffusione dei nuraghi,  cosi come alcuni aspetti della cultura immateriale, in particolare l’assenza di immagini figurate, discendono da specifiche concezioni politiche e religiose delle comunità tribali sarde vissute tra il Bronzo medio e il Bronzo Finale (circa 1600-1000 a.C.). I regimi tribali delle comunità nuragiche guidate da re sacri a tempo determinato (Diodoro Siculo li chiamava re Tespiadi eraclidi) e la correlata successione ereditaria per via matrilineare richiedevano che, per accedere al trono sposando la figlia del re, il successore  uccidesse  il vecchio re alla fine del suo ciclo di tempo stabilito, come emerge  sia dalle fonti letterarie classiche  sia dalla tradizione etnografica  sarda relativa al sacrificio rituale dei vecchi padri.  Dalla successione matrilineare derivava anche  l’esilio dei figli del vecchi re  e la conseguente ricerca da parte loro di nuovi territori dove insediarsi; essi allora, accompagnati da gruppi giovanili come nel noto costume del ver sacrum dei Popoli italici, fondavano nuovi insediamenti costruendo nuraghi e villaggi, e così estendevano il territorio tribale, diventando essi stessi capi di un distretto territoriale, sia pure subalterni del re tribale.

Inizialmente, nella fase detta protonuragica (circa 1600-1330 a.C.), i nuraghi mostrano una pianta ellittica nei più semplici e un contorno concavo piano-convesso, bilobato o trilobato, in quelli più grandi. I più antichi (nuraghi a corridoo) sono privi di camere al piano terra (es. Mandra Antine di Thiesi) e mostrano un corridoio che tramite una scala di gradini di pietre  conduce al piano superiore con la camera, di pianta ellittica, coperta con la volta tronco-ogivale.  In un momento successivo le camere sono disposte sui due livelli e nel XIV secolo a.C. si incontrano oramai protonuraghi assai complessi, sempre con camere ellittiche e copertura tronco-ogivale, ma con un corpo centrale trilobato e una cinta esterna dotata di torricelle con camera ovale (es. Su Mulinu di Villanovafranca).

Il nuraghe mutò profondamente la sua forma, tra il Bronzo recente e finale (circa 1330-1000 a.C.). Ora i nuraghi, definiti evoluti o classici o a tholos ogivale, si presentano con alte torri a pianta circolare di profilo tronco conico che ospitano camere circolari coperte con la volta ogivale. Infatti, l’adozione rivoluzionaria dei vani circolari nelle torri determinò la nascita della slanciata volta ogivale. I nuraghi  sono formati da  una torre singola (nuraghi monotorre) oppure  da più torri, i castelli. I castelli hanno diversi impianti planimetrici e differenti articolazioni. Le torri laterali, unite da cortine murarie rettilinee o concave-convesse di minore altezza, anch’esse terrazzate, sono disposte a lato (addizione laterale) o attorno (addizione centrale) a un torrione (mastio) che si innalza su tre piani e termina con un terrazzo coronato da mensole a sostegno del parapetto.  Il bastione si mostra bilobato, trilobato, tetralobato o pentalobato, perché formato da un numero variabile (da 1 a 5) di torri laterali che si elevano su due piani, talvolta con silo intermedio, e culminano col terrazzo.

Nel formidabile bastione trilobato del nuraghe Santu Antine di Torralba le torri perimetrali sono raccordate da cortine murarie provviste di alti e armoniosi corridoi coperti, disposti su due piani. Il mastio, talora residuo per oltre 14 metri, avvicinava e talora superava i metri 23 d’altezza col terrazzo e la cupoletta della guardiola soprastante (Su Nuraxi-Barumini, Santu Antine di Torralba, Arrubiu di Orroli), mentre le torri laterali del bastione potevano raggiungere i 18 metri, avendo talora dei silos troncoconici intermedi tra la camera inferiore e quella del secondo livello (es. Su Nuraxi). Ogni piano della torre ospita una camera a pianta circolare coperta con una volta ogivale (tholos) costruita a filari di pietra, il cui aggetto nelle torri più arcaiche comincia dai primi filari di base. Al primo livello le  armoniose tholoi delle camere sono alti non meno di 7 metri e talora si avvicinano ai 12 metri ad esempio nei nuraghi Is Paras di Isili  e Arrubiu; terminano con una copertura a volta ogivale anche gli straordinari  corridoi, disposti su due piani, che raccordano le torri del bastione del Santu Antine, e gli anditi che portano alle camere del mastio (es. Is Paras di Isili) e meno frequentemente delle torri della cinta esterna, ad esempio la torre F di Su Mulinu. Le torri laterali e il mastio del bastione si affacciano su un cortile interno spesso di pianta ellissoide che ospita  il pozzo o la cisterna.

Nei geniali castelli nuragici, il torrione centrale (mastio) è un capolavoro assoluto: propone tre camere sovrapposte l’una all’altra coperte con armoniose volte a ogiva, raccordate da una ardita scala a chioccola intramuraria realizzata a gradini di pietre (es.  Santu Antine di Torralba e  Su Nuraxi). Occorre rilevare che neppure al giorno d’oggi si conoscono edifici con tre cupole in sovrapposizione, come nei torrioni centrali dei castelli nuragici, nonostante l’uso di malte cementizie!

I castelli nuragici più maestosi, una trentina, le dimore o regge dei capi tribali,  sono dotati di cinta esterna (antemurale) munita di torri raccordate da cortine murarie rettilinee; vanno citati tra gli altri Su Nuraxi-Barumini, Arrubiu in Orroli,  S’Uraki di San Vero Milis, Su Mulinu di Villanovafranca (seconda fase), Genna Maria di Villanovaforru, Su Casteddu de Fanari di Decimoputzu-Vallermosa. Le torri della cinta antemurale, in numero da 5 a 10, si presentano a un solo piano e cingono a giro il bastione. Sugli spalti delle torri e delle cortine di questi poderose fortificazioni potevano essere schierati non meno di duecento soldati.

Nella lizza esterna, le torri raccordate da cortine murarie raggiungevano la quota di circa 8-10 metri. Escluso il mastio, le torri del primo livello del bastione polilobato sono provviste di finestrelle strombate, talora disposte su due serie, di cui quelle superiori, a circa 3-4 metri dal suolo, erano raggiungibili tramite un soppalco ligneo sorretto da tronchi come indicano i fori nella muratura in cui essi erano innestati (es. Su Nuraxi- Barumini).  Il loro numero varia da tre a tredici su ciascuna serie. Queste  feritoie  erano utilizzate per illuminare, spiare e se necessario per scagliare le frecce con l’arco; ora in qualche caso non sarebbe possibile perché, per l’assestamento statico, alcune si sono ristrette  e in qualche caso chiuse del tutto.

Le torri presentano esternamente il profilo a tronco di cono e aggettano sino al piano del terrazzo. L’uso della volta di sezione ogivale è sistematico nell’architettura nuragica di fine secolo XIV- XII poiché nello stesso periodo lo si riscontra anche nella camera-corridoio delle tombe megalitiche e nel vano circolare dei templi a pozzo. Si è in presenza di uno stile architettonico definito giustamente “gotico ante litteram”. Siamo di fronte a una originale soluzione sarda della copertura dei vani delle torri a pianta circolare che si contrappone a quella della copertura a piattabanda negli ambienti delle torri a base quadrangolare dell’Est del Mediterraneo e del Medo Oriente.

Torri e cortine terminano con spalti sorretti da mensole litiche sporgenti dal filo murario, e spesso nei piani alti utilizzano conci di colore diverso da quello dei massi della restante muratura, talora alternando il colore da una torre all’altra e da una cortina all’altra, ad esempio nella fortezza di Su Nuraxi. Le sommità degli spalti terrazzati dei nuraghi sono restituibili non grazie ai mensoloni trovati ancora in opera (es. Su Nuraxi), e agli oramai numerosi modelli bronzei (Olmedo, Ittireddu) e in pietra come quelli di San Sperate, Cannevadosu e Monte Prama di Cabras, realizzati nel I Ferro, spesso impiegati come altari e cippi. Sul terrazzo della torre centrale e talora delle torri laterali dei bastioni di questi modelli, ad esempio di Monte Prama e  Cordianu di Ozieri, si eleva una cupoletta interpretabile come un piccolo ambiente che fungeva da guardiola per la vedetta e da riparo per il corridoio-scala che conduceva allo stesso terrazzo.

Gli ingressi ubicati nella cinta antemurale possono essere semplici a luce rettangolare, architravati e sorvegliati da due guardiole (Su Nuraxi di Barumini) disposte a transetto. Anche l’andito d’ingresso al bastione era sorvegliato da una o due guardiole, e così pure l’andito del mastio, dove spesso la guardiola è posta di fronte all’ingresso per il corridoio-scala elicoidale che conduce ai piani superiori e al terrazzo. I vari piani e il terrazzo del mastio risultano raccordati da scale intramurarie elicoidali, ad esempio Santu Antine, o da scale retrattili, verosimilmente in legno. Lo stesso torrione centrale del bastione era provvisto di nicchie in numero da 1 a 3, che possono avere una luce ogivale (Nuraghe Arrubiu di Orroli) o trapezoidale e la pianta rettangolare o ellittica o “a L”.

L’armonioso profilo ogivale che caratterizza la volta dei corridoi, degli anditi e delle nicchie dei nuraghi del Bronzo Recente è proposto eccezionalmente  a piano terra anche nell’ingresso e nelle nicchie della camera inferiore della torre centrale del nuraghe Arrubiu (e in genere dei nuraghi che controllavano i distretti della valle del Flumendosa. I nuraghi del Bronzo Recente sono costruiti con moduli, fondati sul cerchio e la linea retta, che presuppongono l’uso del compasso e della fune. L’evoluzione dell’architettura si coglie anche nella struttura muraria, nel taglio e nella disposizione dei massi nei filari. I muri sono costruiti con due paramenti (interno ed esterno) che utilizzano grandi massi (quelli esterni di maggior mole) e un riempimento mediano di pietre piccole e zeppe legate con malta d’argilla. La malta viene impiegata anche tra le commessure delle pietre dei paramenti, insieme a zeppe che danno al muro una straordinaria coerenza e solidità.

Le garitte di guardia agli ingressi dei bastioni sono disposte con uno schema a transetto (es. Su Nuraxi). Anditi a taglio ogivale con guardiole laterali affrontate sono presenti anche negli ingressi delle cinte esterne (es. Su Mulinu), ma la luce della porta è rettangolare.

Frutto dell’opera di architetti di notevole ingegno e creatività, sostenuti da una committenza  (i capi tribali e i capi distrettuali) vogliosa di far emergere la propria potenza, le costruzioni palesano oltre che un senso di grandiosità anche un notevole gusto estetico. Nel Bronzo Recente e Finale, la bellezza e l’armonia delle diverse parti costruttive esterne e interne dei nuraghi è raggiunta con l’aggetto progressivo dei filari, l’impiego di massi, tagliati perfettamente e martellinati (ashlar masonry) e l’effetto bicromico dei paramenti murari di torri e cortine. Infatti nei bastioni si alternano livelli di torri e cortine con conci isodomi di colore scuro (in basalto, trachite) e livelli con massi di colore chiaro (in calcare, arenaria), ad esempio nei nuraghi Su Nuraxi-Barumini (prima del rifascio) Santu Miali di Pompu, S’Uraki di San Vero Milis, Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore.

Sullo scorcio del Bronzo Finale e agli inizi del I Ferro, molti nuraghi (Su Mulinu di Villanovafranca, Nurdole di Orani etc.), anche parzialmente abbattuti, sono trasformati in templi; qui si venera, oltre che una divinità femminile lunare cui si offrono in grandissimo numero le lucerne accese, anche l’immagine scultorea aniconica del nuraghe turrito, da riconoscere nel simbolo dell’antenato Norax (Nuraghe) di cui riferisce Pausania.

Stando agli autori classici (pseudo Aristotele, Diodoro Siculo), l’artefice degli edifici nuragici “costruiti all’antico modo greco  con tholoi elegantissime”, era Dedalo; In effetti  non potevano essere  se non architetti geniali coloro che innalzarono  tali edifici, ma gli scrittori greci erravano  perché furono architetti sardi che li costruirono, anche grazie alla lunga tradizione nella lavorazione dei grandi massi e alle esperienze acquisite nelle relazioni con altri paesi mediterranei.

I templi e gli altri edifici di pregio artistico dei villaggi nuragici,   

Decisamente rilevante anche l’architettura dei villaggi nuragici, spesso ottimamente conservati, benché ancora poco indagati, con edifici decisamente unici sia per le loro planimetrie e materiali utilizzati, sia per le specificità architettoniche e funzionali.

Nei villaggi nuragici della fase protonuragica (sec. XVI-XIV a.C.), ad esempio quelli presso il Nuraghe Talei di Sorgono e il Nuraghe Asusa di Isili, le capanne di pianta ellittica mostrano i basamenti di pietre medio-piccole; l’elevato doveva essere realizzato con pali e frasche. Più tardi, nella fase nuragica evoluta (seconda metà sec. XIV-XI), ad esempio nei sti di Serra Orrios di Dorgali), le capanne, ora di pianta circolare, mostrano ancora un basamento di pietre e una restituibile copertura con una impalcatura conica a raggiera di pali e frasche, convergenti alla sommità; sono richiamate dalle pinnette della tradizione pastorale sarda. Nel Bronzo finale agli inizi del sec. XII nel Campidano (Monte Zara di Monastir) sono documentate le case a più ambienti quadrangolari con muri in mattoni di fango su uno zoccolo di pietre medio-piccole; qui appaiono capitelli a gola egizia realizzati in pietra.

Nel I Ferro  i villaggi tendono a urbanizzarsi, con le case signorili, formate da più ambienti attorno  piccolo cortile di disimpegno centrale, con spazi per l’artigianato e la lavorazione dei metalli e  talora un ambiente circolare destinato a terme, eccezionale per il tempo e notevole dal punto di vista architettonico, con  sedile a giro, vasche,  forno per riscaldare l’acqua, canali adduttori per l’acqua e doccioni zoomorfi (Sedda Sos Carros di Oliena). Si distinguono altri straordinari edifici: recinti per le feste  (es. S. Vittoria di Serri); anfiteatri con gradinata  di cerchi di pietre  a giro, capaci di ospitare centinaia di spettatori (es. Su Romanzesu di Bitti; Forraxi Nioi di Nuragus, Funtana Sansa di Bonorva); grandi rotonde con sedili a giro interno (es. S. Vittoria di Serri), utilizzate per le riunioni del consiglio degli anziani (gli aristoi) del villaggio dopo la cacciata dei re Tespiadi, vale a dire  i capi tribali,  di cui racconta  Diodoro Siculo.  Nei villaggi emergono soprattutto gli edifici sacri, piccoli gioielli dell’architettura: i templi dell’acqua, o templi a pozzo e dell’acqua sorgiva,  e i templi celesti, “a megaron” o “in antis”.

I templi a pozzo, sono caratterizzati da un atrio rettangolare coperto a doppio spiovente, da una scala in  pietra che raggiunge un vano circolare che funge da serbatoio, parzialmente  o del tutto scavato sul terreno, rivestito con massi e coperto con una volta ogivale come le camere dei nuraghi.  Gli edifici più antichi, di fine del XIV-XIII secolo, come quelli di Sant’Anastasia di Sardara e Funtana Coberta di Ballao, mostrano un apparato murario megalitico a massi poligonali, mentre più tardi, nel Bronzo Finale e nel I Ferro iniziale, queste antiche fonti edificate evidenziano un’apparecchiatura di conci squadrati o isodomi come si osserva nei villaggi di Santa Vittoria di Serri e Santa Cristina di Paulilatino e talora bugnati (Perfugas) e saldati tra loro con barre di piombo fuso. Nei templi a pozzo del Sud-Est dell’isola (Is Pirois di Villaputzu, Iscramoris di Escalaplano), spesso costruiti con lastre in luogo di massi, il taglio dell’ingresso all’andito che conduce alla camera è ogivale, e non rettangolare come di norma, Sistema che richiama quello degli ingressi e delle nicchie a luce ogivale nelle camere dei nuraghi (torre centrale del citato bastione di Nuraghe Arrubiu), risalenti già alla fine del XIV secolo o agli inizi del XIII, ubicati nel Sud Est dell’Isola. Al centro della camera di alcuni templi a pozzo, in particolare a Funtana Coberta di Ballao, si osserva la presenza di un pozzo interno cilindrico stretto e profondo realizzato per raggiungere la falda freatica.

Nelle regioni montane dell’interno ricche d’acque sorgive perenni, la camera è generalmente piccola. Da richiamare soprattutto l’edificio sacro di Su Tempiesu di Orune che mostra ancora, pressoché integralmente, il tetto dell’atrio a doppio spiovente, abbellito da un acroterio di spade, come nel piccolo modello di tempio in bronzo di Ittireddu proposto lateralmente a un nuraghe con bastione tetralobato. Le due falde del tetto terminano ai margini con  una cornice a dentelli, mentre la copertura interna, in origine a sezione ogivale, risulta impostata su archi monolitici, realizzati forse nel I Ferro perché simili a quelli che incorniciano la bocca dei forni nelle case a corte di Su Nuraxi-Barumini. Nei templi dell’acqua era venerata una divinità femminile dell’acqua sotterranea e sorgiva.

I templi “a megaron” o “in antis” sono così definiti perché provvisti di uno o più vani rettangolari in asse longitudinale preceduti da un atrio rettangolare con due bracci murari sporgenti sul davanti, “in antis”.  Appartiene già al Bronzo Medio l’edificio di Malchittu in Arzachena, con cella rettangolare absidata e bancone a giro interno. A partire già dal Bronzo Recente, se non dal Bronzo Finale, i templi in antis mostrano da uno a quattro vani rettangolari in sequenza longitudinale, come si può osservare negli edifici sacri dei villaggi di Domu de Orgia-Esterzili e di Sa Carcaredda di Villagrande e in altri templi analoghi delle aree montane prevalentemente delle zone barbaricine. In questi templi aerei, celesti, era venerata una dea lunare, tramandata dalla letteratura popolare come Orgìa o Urxìa o Luxìa, cui venivano offerte le colombe. Un altro tipo di edificio in antis ha diversamente la cella circolare, turriforme, presente oramai in vari villaggi; a Santa Vittoria di Serri prese il nome di Capanna del sacerdote da  Antonio Taramelli che la mise in luce.

Per quanto attiene l’architettura sacra va citata anche quella della grotta di Is Caombus (I Colombi) di Morgongiori dove fu realizzata una lunga scalinata in pietra per raggiungere la vena d’acqua.  La particolare ubicazione di questa struttura fa pensare a un rito o a un rifugio segreto.

La necropoli di Monte Prama

Eccezionale e unica nel suo genere è nondimeno la necropoli di Monte Prama di Cabras del I Ferro (sec. IX-VIII a.C.), con tombe a pozzetto (oltre 150 già individuate), chiuse da lastre sormontate da magnifiche statue a tutto tondo, almeno una trentina, di guerrieri (arcieri, spadaccini e sacerdoti con grandi scudi oblunghi) in calcarenite, alte oltre due metri, che sfilavano lungo una via cimiteriale.

 

(ii)  esibire un importante scambio di valori umani, in un arco di tempo o all’interno di un’area culturale del mondo, sugli sviluppi nell’architettura o nella tecnologia, nelle arti monumentali, nell’urbanistica o nella progettazione del paesaggio

Dopo la scoperta della navigazione, nel suo lungo ciclo pre-protostorico tra il Neolitico e l’età nuragica (circa 6000-1000 a.C.), la Sardegna attrasse a più riprese i gruppi umani e divenne un crocevia di genti, e dunque di relazioni culturali con i paesi di vari angoli del Mediterraneo e d’Europa. Necessariamente la creatività delle comunità protosarde fu l’esito non solo di elaborazioni locali ma anche dei molteplici intrecci dell’isola con l’Est e l’Ovest del Mediterraneo. Le relazioni interculturali condussero ad uno sviluppo delle innovazioni tecnologiche prima nel Neolitico, avendo per traino l’industria dell’ossidiana, e appresso, quando si diffusero le culture eneolitiche, l’isola poteva contare su consistenti  disponibilità  di argento (per gli antichi  greci la Sardegna era “l’isola dalle vene d’argento”),  piombo, rame e altri metalli.

Nei tempi della Civiltà nuragica, si sviluppò soprattutto la lavorazione e l’uso dei grandi massi nell’edilizia, grazie anche alla comparsa della metallurgia del bronzo e al perfezionamento  degli  attrezzi  degli scalpellini:  asce, martelli, scalpelli, cunei. Non a caso, nei contesti nuragici sono spesso presenti  numerosissimi grandi lingotti di rame (talenti oxhide), talora marcati con segni della scrittura sillabica cretese, micenea o cipro-minoica, che le navi sarde portavano direttamente da Cipro per redistribuirli in altre regioni del Mediterraneo, a giudicare dal fatto che in Occidente solo in Sardegna si trovano quantità notevoli di  questi talenti in rame.

Le splendide residenze fortificate dei capi tribali del Tardo Bronzo, vale a dire i castelli protetti da cinte turrite, come su  Nuraghe Arrubiu, Su Mulinu di Villanovafranzca e Su Nuraxi di Barumini, furono il frutto di innovazioni e creatività, e ad un tempo correlati con altre  architetture mediterranee, Così per l’uso dei vani circolari, in luogo di quelli ellittici dei protonuraghi, e delle coperture con la volta, gli architetti nuragici  trassero ispirazione, è da credere  dalle forme delle tombe a tholos siciliane micenee e cretesi, oltre che dagli ambienti cupolati delle tombe dolmeniche a corridoio dell’Occidente europeo, edifici però ipogeici e non soprasuolo, mentre per la realizzazione dei terrazzi su mensole dovettero ispirarsi all’architettura egizia e del Vicino e Medio Oriente, sia pure con torri di pianta quadrangolare.

A loro volta, al tempo dei nuraghi, i Sardi influenzarono notevolmente l’architettura delle altre isole occidentali del Mediterraneo e non solo. Si riscontra la torre troncoconica a base circolare come quella nuragica nelle vicine isole occidentali: in  Corsica, la torra si osserva soltanto a sud di Ajaccio dunque sul lato prospiciente la Sardegna; e nelle Baleari  il talayot è presente in particolare a Minorca, l’antica Nura. Insieme a queste altre terre circondate dal mare la Sardegna forma il complesso delle “Isole delle Torri” dell’età del Bronzo.  Questa vicinanza culturale tra isole è rimarcata altresì dalla diffusione di edifici funerari analoghi alle “tombe di giganti” nelle Baleari (le navetas) e ai tafoni della Gallura, in Corsica (tafonu). Per grandiosità e perizia tecnica gli edifici della Corsica e delle Baleari non sono equiparabili alle costruzioni  nuragiche e, tuttavia, mostrano in parte soluzioni originali e come l’architettura nuragica sono degne di far parte del Patrimonio Universale Unesco; si potrebbe così ricomporre l’insieme delle Isole delle Torri sotto le ali protettive dello stesso Unesco.

Artefici degni di Dedalo operavano in Sardegna, come sostengono gli autori classici, ma non solo; maestranze specializzate sarde partirono dall’isola per  toccare le sponde dell’Egeo e di altre terre dell’Est del Mediterraneo. Ciò emerge in primo luogo dagli  elementi costruttivi  delle mura megalitiche di Tirinto, in particolare i corridoi con la volta ogivale, nicchie di profilo ogivale e feritoie strombate,  decisamente identici, per  forme e tecniche, ad analoghi elementi dell’architettura nuragica. Tali particolari architettonici delle mura di Tirinto risalgono non a caso alla fine del secolo XIII, quando i Sardi, a giudicare dalle fonti letterarie greche (in primo luogo Simonide di Ceo e Plutarco) e dai vari dati dell’archeologia, si stanziarono in Creta, Grecia e altre regioni del Mediterraneo.

Anche nel campo dell’ingegneria idraulica i Sardi influenzarono l’architettura dell’Est del Mediterraneo e in vari casi intervennero direttamente. Ciò si può osservare sia nella fonte Perseia di Micene  realizzata con massi poligonali e connotata dal corridoio coperto con la volta taglio ogivale, dalla scala di pietre e da una porta trilitica, sia nella fonte di Zakros, in Creta con serbatoio circolare e scala d’accesso di pietre, sia e ancor più palesemente nel tempio a pozzo di Djarlo, in Bulgaria, che deriva forma e tecnica costruttiva  dai templi a pozzo  dalla Sardegna sud-orientale (valle del Flumendosa).

Passando all’architettura funeraria è evidente che la forma delle straordinarie stele centinate, alte anche 4 metri  che si osservano sulla fronte delle più antiche tombe di giganti e, scolpita in rilievo, sulla fronte degli ipogei nuragici, proviene direttamente  dalle stele dell’Egitto del sec. XVI a.C., essendo assente altrove nell’Egeo e nell’Est del Mediterraneo.

Altri contatti interculturali sono rivelati dalle opere scultoree. Si è accennato alle statue di Monte Prama. Queste splendide sculture precedono la produzione delle grandi statue della Grecia e della penisola italiana e verosimilmente si ricollegano direttamente alla grande statuaria egizia, benché stilisticamente si avvicinino anche ad esemplari della bronzistica cipriota. In ogni caso la loro presenza è frutto di una rivoluzione culturale che abolisce l’aniconismo dell’età del Bronzo nuragica e dunque si ricollega alla scultura figurativa extrainsulare.

In breve, sono molteplici i segni delle relazioni culturali intrecciati dai Sardi con i paesi mediterranei dell’Est e dell’Ovest  riconoscibili nelle opere dell’architettura. Nel complesso, i grandiosi monumenti nuragici rivelano con evidenza i segni degli scambi intrecciati  tra gli artefici sardi e quelli degli altri paesi mediterranei. Le loro opere in parte rispondono alle sollecitazioni culturali esterne, in parte propongono soluzioni innovative poi trasmesse ad altri popoli, attestando il contributo dato dalle comunità sarde allo sviluppo dell’architettura  mediterranea nell’età del Bronzo

 

(iii) dare una testimonianza unica o almeno eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà che è viva o che è scomparsa

Se il numero e la grandiosità dei nuraghi, costruiti  in un lungo periodo, evidenziano le capacità organizzative delle comunità nella difesa dei loro territori, le diverse forme, stili e tecnologie documentano il  processo di sviluppo interno all’architettura nuragica e fanno risaltare la perizia dei costruttori nella lavorazione dei vari tipi di pietra, dal granito al calcare e dal basalto  alla trachite, e nell’uso di conci poligonali, squadrati o isodomi; questi ultimi, messi in opera con alternanze cromatiche comparse oltre 2000 anni prima dell’architettura romanica.

Ma la l’architettura nuragica è figlia di un processo evolutivo straordinario nato nel Neolitico e i monumenti pre-protostorici sardi rappresentano, nel loro insieme, la testimonianza di una tradizione culturale Unica ed Eccezionale, definibile protosarda, che si protrasse per un arco di tempo di circa 4000 anni dal Neolitico all’Età del Ferro. In questa tradizione risaltano in particolare due aspetti legati all’uso e alla lavorazione della pietra: la grande scultura e l’architettura.

Il percorso dell’architettura protosarda nelle sue linee di sviluppo è un unicum eccezionale, legato al progredire della tecnologia nella lavorazione della pietra, alle funzioni degli edifici e alle gerarchie sociali delle comunità. Nei circoli neolitici di Arzachena  realizzati con lastre ortostatiche  non sono ancora attestati i muri sopra suolo, mentre gli edifici riprodotti in negativo nelle tombe ipogeiche edificate nei tempi della cultura di Ozieri e quelli innalzati sopra suolo delle culture eneolitiche antiche e medie presuppongono zoccoli murari e  coperture con travature lignee a uno spiovente (atrio) o a doppio spiovente (camere).

Nel tempio a gradoni di Monte d’Accoddi, edificato tra il Neolitico finale e l’Eneolitico iniziale,  oltre al grande muro di contenimento perimetrale delle fiancate, realizzato a scarpa, si osserva sulla piattaforma lo zoccolo murario del sacello sulla piattaforma a pianta rettangolare che a giudicare dagli intonaci dipinti probabilmente aveva le pareti in mattoni di fango e copertura lignea, caduta per un incendio documentato dagli scavi. Infatti i mattoni di fango sono stati trovati, concotti, ma fuori contesto nel villaggio Ozieri e SubOzieri di Su Coddu di Selargius e dovevano appartenere anch’essi a un edificio templare considerato che le comuni abitazioni, parzialmente infossate nel suolo, risultano con pareti di frasche intonacate con l’argilla. Anche nei tempi della cultura di Monte Claro del tardo eneolitico (circa 2700-2350 a.C.) le abitazioni di forma rettangolare absidata, monocellulari con atrio, avevano un basamento di pietre non grandi. Delle case della facies del vaso Campaniforme conosciamo solo le piante delle case ancora absidate precedute da un padiglione o da un piccolo vano o atrio, disegnate su una parete della grotta del Bue Marino di Dorgali)  e della stessa planimetria, ma già tendente al perimetro ellittico  è l’edificio, partenente alla facies Bonnanaro del Bronzo antico (circa 2000-1800) di Su Stangioni de su Sali a Portoscuso di cui resta un basso zoccolo di pietre piccole.

Nell’ambito dell’uso della pietra rappresentano un deciso  passo in avanti  sul piano tecnologico le muraglie con grandi massi poligonali, ora disposti  a filari su due paramenti, documentate nel Nord-Ovest della Sardegna (es. Monte Baranta);  presentano una grande architrave sulle porte e sono prive di torri. Frequentemente riferite all’Eneolitico finale (Facies di M. Claro), si differenziano dalle coeve muraglie eneolitiche europee (es. Lebous e Los  Millares), perché queste sono  turrite, e si avvicinano  formalmente alle muraglie dei  villaggi (poblados) talaiotici delle Baleari degli inizi del Bronzo Medio, con analoghe porte a trilite, e talora si  associano anche ai più antichi protonuraghi (es. Frenegarzu di Bortigali).

Una straordinaria evoluzione  nella tecnologia e nelle forme dell’architettura avviene  nell’isola nell’età del Bronzo tra il 1600 e il 1000 a.C.   Per tutto il periodo eneolitico e la prima età del Bronzo non sono note  nell’isola  edifici  dotati con coperture  anziché lignee,  di pietre,  ad esclusione dei monumenti funerari dolmenici, coperti con grandi lastroni a piattabanda; ma si tratta di corridoi, non di ambienti d’abitazione.  È all’inizio dell’età nuragica che  i protonuraghi  mostrano le camere a pianta  ellittica  coperte per la prima volta con volte di pietra, aggettanti, di taglio troncoconico. Le pietre  messe in opera nei muri sono prevalentemente poligonali, ma ben presto si dispongono a filari regolari con pietre squadrate, come si osserva nel protonuraghe di Su Mulinu  di Villanovafranca.

Qui compare anche l’ingresso con finestrella sopra l’architrave.  Fin dal suo nascere il nuraghe è un piccolo palazzo, non una  semplice abitazione perché si sviluppa su due livelli raccordati tra loro da una scala a gradini di pietre.

Con i nuraghi evoluti (circa 1330-1000 a. C.) l’architettura sarda ha un’impennata e trova soluzioni uniche e meravigliose. Determinante è l’adozione rivoluzionaria della pianta circolare per le torri  che per la copertura dei vani rese necessario l’uso e dunque la nascita della slanciata volta ogivale; questa trova confronto soltanto nelle tholoi delle tombe a camere micenee che però sono sotterranee e  si appoggiano  per gran parte della loro altezza alle pareti del banco naturali in cui sono scavate e soprattutto non ricevono mai il carico di ambienti soprastanti.  La curvatura regolare delle torri e la perfetta linearità delle cortine presuppongono l’uso del compasso e della fune.

Straordinariamente  il torrione centrale  del  bastione, per emergere sulle torri laterali, è costruito con tre camere sovrapposte, tutte coperte con slanciate volte ogivale, raccordate da una scala a chiocciola intramuraria. La statica di questa opera d’arte è sorprendente. Niente di simile si conosce altrove nell’Età del bronzo, ma non colpisce solo la forma di questi edifici. È evidente il progresso nella lavorazione della pietra non solo nella disposizione regolare dei filari ma soprattutto, specie nei nuraghi più recenti,  l’impiego di massi  perfettamente isodomi e  la cercata  bicromia e tricromia  con conci  di diversi colore. L’effetto estetico è cercato anche nelle accuratissime mensole che reggono gli spalti; lo stessa ricerca estetica che si riscontra nei templi dell’acqua, nei quali   sono impiegati anche conci bugnati con bozze  cilindriche e cornici dentellate sui tetti .

Anche nella grande scultura si osserva un importante ciclo evolutivo col progressivo passaggio dal menhir piccolo e grezzo, un cippo non lavorato, attestato nei circoli funerari neolitici della Gallura, ai menhir, ora in parte grezzi ora levigati e dotati talora di coppelle, anche molto alti (4-6 metri) risalenti alla cultura di San Michele d’Ozieri e alle prime fasi eneolitiche. Appresso, nel tardo Eneolitico le statue stele documentano un importante passaggio verso l’arte figurativa  con le immagini scolpite in rilievo su una faccia del monolite. In età nuragica la rappresentazione di nuovo diventa aniconica, benché il betilo conico che  segnala le tombe di giganti  implichi già, per la sua forma, il concetto dell’immagine umana a tutto tondo simboleggiata dai seni (betili di Tamuli  Macomer) o dalla vulva (betili di Silanus) della dea Madre. La grande immagine scultorea in pietra a tutto tondo, ora esclusivamente maschile, verrà proposta soltanto dopo il crollo della società tribale nuragica, nel I Ferro, dalle statue dei guerrieri di Monte Prama di Cabras.

 

(iv) essere un esempio eccezionale di un tipo di edificio, insieme architettonico o tecnologico o paesaggio che illustra (a) fasi significative della storia umana;

Nell’età del Bronzo, i castelli turriti nuragici con cinta esterna, le residenze dei capi delle comunità rappresentavano, come i castelli medioevali,  l’elemento politico baricentrico, a  guida e controllo, dei distretti tribali, tramite i piccoli castelli e le torri singole, in una società gerarchizzata, sostanzialmente feudale con i villaggi non difesi da mura e in condizione subalterna ubicati in prossimità o sparsi  per il territorio.  È palese che le migliaia di castelli  e torri sono palesemente in relazione con una società guerriera. Tutto parla di guerre: l’essenzialità della cultura materiale, la presenza di armi e più tardi, con il ritorno o dell’arte figurativa, le rappresentazioni dei guerrieri, arcieri frombolieri, spadaccini, portatori di giavellotto e di lancia.

Si è detto che le armi potevano essere utilizzate in conflitti tra i diversi popoli sardi, e infatti qualche fonte letteraria classica  evidenzia le rivalità tra i Balari e i Corsi e ancor più dagli Iolei  o Iiesi, benché il corso del Tirso  impedisse loro  di scontrarsi.  Tuttavia, il numero straordinario di villaggi e di nuraghi indica che tutto sommato gli scontri  tra le comunità sarde erano contenuti. Ora, la continua  fondazione di nuovi nuraghi e torri,  che portava all’occupazione progressiva  di nuovi territori, con i principi costretti  lasciare e i giovani  costretti a lasciare  le loro dimore a causa del  regime tribale a successione matrilineare,  a lungo andare  portava alla fine del territorio disponibile  con la conseguenza,  che gli stessi principi e giovani  erano costretti a lasciare l’isola per trovare nuove terre, ad emigrare. Questo spiega la presenza di tante armi, e tanti lingotti in rame necessari per forgiarle.

La cultura materiale mobile e  gli stessi i monumenti architettonici indicano con chiarezza che i Sardi ebbero strette relazioni  commerciali con i paesi del Mediterraneo, soprattutto dell’Est, ma le fonti letterarie greche raccontano anche che i  Sardi erano guerrieri del mare i quali nel XIII secolo assediarono Creta e si insediarono nella stessa Creta e in Laconia; è palese, come dimostrano le evidenze archeologiche, le testimonianze egizie su monumenti e papiri e le fonti letterarie antiche, che erano Sardi gli Shardana, i guerrieri che dal XV al XIII secolo a.C.  prestarono servizio negli eserciti dei faraoni Egizi e poi, insieme ad altri Popoli del Mare, mossero all’attacco dello stesso impero egizio e di quello ittita portandoli a rovina tra il 1220 e il 1180 a.C.

Più tardi, nel Bronzo Finale, cade la società tribale  e nel Primo Ferro i villaggi sovrapponendosi anche fisicamente ai ruderi dei nuraghi, dopo la caduta dei capi tribali intorno al 1000 a.C. si impongono come le nuove sedi del potere politico.  Nasce la proprietà privata e i suoi abitanti fanno parte di comunità benestanti che praticano diffusamente il commercio  e sviluppano  le arti: basti pensare alla piccola bronzistica figurata e alle grandi statue di Monte Prama. Ora cessano le grandi tombe collettive sostituite da quelle individuali. Del nuovo ruolo dei villaggi e del benessere da essi acquisto nel I Ferro, evidente dai dati archeologici, scrive ancora  Diodoro Siculo il quale  racconta  non solo di bellissimi edifici (daidaleia) come i dikasteria (le sedi dei giudici,  magistrati)  e i gymnasia  (palestre)  anche della eudaimonia “felicità“ delle comunità nuragiche del tempo, dopo la cacciata in Italia dei re Tespiadi (i capi tribali) che dimoravano nei nuraghi.

Oltre a mostrarci la loro bellezza unica ed eccezionale, i monumenti nuragici raccontano anche una storia che sembra una favola.

 

(v) essere un esempio eccezionale di un tradizionale insediamento umano, uso del suolo o uso del mare che è rappresentativo di una cultura (o culture) o dell’interazione umana con l’ambiente, specialmente quando è diventato vulnerabile sotto l’impatto di cambiamenti irreversibili;

La Sardegna già prima dei nuraghi conobbe un lungo e importantissimo processo culturale. I monumenti nuragici furono preceduti da notevolissime testimonianze risalenti a tutto il ciclo  compreso tra  Neolitico al Bronzo antico. Tra i tanti beni architettonici neolitici ed eneolitici si distinguono in particolare: i circoli funerari con cista della Gallura, i primi monumenti megalitici dell’Occidente mediterraneo ed europeo; le  circa 3500 tombe ipogeiche note come domus de janas, in  buona parte decorate, realizzate tra il Neolitico recente e l’età del Bronzo, che segnalano i profondi rapporti tra la Sardegna e l’Est del Mediterrano; il monumentale tempio a gradoni e rampa di Monte d’Accoddi, che richiama analoghi edifici delle lontane terre d’Egitto e Mesopotamia; i grandi menhir e le oltre 450 statue-stele con immagini scolpite in rilevo della Sardegna centrale. Insieme ai manufatti mobili e al patrimonio della cultura immateriale, queste opere d’arte dell’architettura e della scultura  compongono lo straordinario sostrato culturale da cui trae le radici la civiltà nuragica.

Il complesso delle testimonianze pre-protostoriche si integra con altri rilevanti resti monumentali delle civiltà successive all’età dei nuraghi, innalzati  a partire dai Fenici, Cartaginesi e  Romani sino al Medioevo, ad esempio quelli delle città di Nora, Tharros, Caralis  Portotorres, Fordongianus, Cornus, ma anche gli   edifici chiesastici di età bizantina e più tardi le chiese dagli inconfondibili stili del stile romanico e del gotico.

Non di meno i monumenti nuragici e pre-protostorici in genere, costruiti con la pietra, si  trovano in piena sintonia  col paesaggio naturale, spesso scarsamente antropizzato e con porzioni territoriali a volte in via di spopolamento. Paesaggio sempre vario nella sua morfologia e composizione litologica dei suoi rilievi (con rocce andesitiche, granitiche, calcaree, etc.) formatisi nell’antichissima e lunga storia geologica di 520 milioni di anni dell’Isola, ricco di falesie, tafoni granitici, tacchi, colate laviche di basalto o di ossidiana) (Monte Arci) e con rocce metallifere, tantissimi siti con fossili talora antichissimi (trilobiti), foreste pietrificate (Zuri, Martis) e suggestive formazioni zoomorfe (citiamo ad esempio l’Orso di Palau e l’Elefante nel territorio tra Castelsardo e  Sedini).

Gli antichi monumenti sardi si uniscono a una natura meravigliosa e di straordinario interesse scientifico. Pochi posti al mondo, come la Sardegna, possono mostrare nel proprio paesaggio  un lungo segmento dell’antica storia dell’umanità in spazi così ristretti  (circa Kmq 24 000).  I nuraghi si integrano in un territorio dai molteplici aspetti ed eccezionali monumenti naturali: i canyon e le doline calcaree del Supramonte, tra i più profondi d’Europa; formazioni rocciose assolutamente originali come i “Tacchi” d’Ogliastra; grotte profonde e spesso ancora inesplorate; boschi impenetrabili; fasce litoranee vastissime, che alternano arenili candidi a scogliere scoscese, talora ancora  presidiate da torri nuragiche. A tutto ciò si aggiunge la costante presenza di numerosissime “rarità” e biodiversità, come gli alberi plurimillenari e le svariate specie botaniche e faunistiche endemiche, che costituiscono un importante attrattore per un turismo escursionistico qualificato e responsabile.

Gli abitanti dei nuraghi, come noi, non potevano non stupirsi di questa meravigliosa natura costellata di  monumenti naturali straordinari, come  il tacco di su Textile di Aritzo, e quello di Perda Liana Seulo, la voragine di Su Sterru nel Golgo di Baunei, dove gettavano  secondo la leggenda scaraventavano i vecchi padri,  il mega pillow in lava andesitica di Su Corongiu de Fanari in territorio di Masullas; la grande dolina di su Suercone  nei calcari mesozoici del Supramonte di Orgosolo non lontana dal villaggio nuragico e romano  di Tiscali (Oliena-Dorgali). Doveva essere suggestiva  agli occhi degli abitanti dei nuraghi anche  la veduta panoramica dall’arco naturale di sa Preta istampata sul Monte Tuttavista  di Galtelli, e la vista  dei  monumenti naturali di Scala di San Giorgio,  s’Archittu di Santa Caterina,  Punta Goloritzè, Perda longa di Baunei,  scala san Giorgio  al margine del tacco di Osini, la fonte di su Cologone e la cascata detta su Stampu de Turrunu (Seulo). E non erano certo ignorate  le sorprendenti le formazioni  rocciose zoomorfe  note come l’Orso di Palau e l’Elefante di Sedini/Castelsardo;  nel ventre roccioso di in quest’ultimo gli antichi abitanti neolitici realizzarono una domu de jana ornata con una testa taurina in rilievo.

Gli antichi abitanti isolani  conoscevano già e frequentavano almeno in parte per finalità sacre, funerarie, rifugi temporanei le  bellissime e grandiose grotte  dell’isola che si aprono soprattutto nei rilievi calcarei.

La Sardegna è la regione italiana con il più elevato numero di monumenti naturali,  rappresentati da entità geologiche, vegetali, paleontologiche o idriche; quelli ufficialmente riconosciuti e tutelati da leggi regionali, appartengono a 27 aree protette, ma di fatto i monumenti naturali dell’isola sono centinaia sparsi ovunque nel suo territorio, spesso sconosciuti ai più, generati soprattutto dalla straordinaria varietà geologica, ma anche consistenti in esemplari arborei particolarmente vetusti. Attualmente sono stati istituiti dalla Regione Sardegna con apposita legge regionale, 20 monumenti geologici, ma in realtà l’intero territorio sardo, disseminato di più di 100 geositi di importanza internazionale, costituisce di per sé un patrimonio da tutelare, valorizzare e rendere fruibile. Inoltre, occorre ricordare i parchi istituiti ai sensi della Legge Quadro sulle Aree Protette 394/91) e della Legge Regionale della Sardegna 31/1989.

È pienamente comprensibile che, per questa straordinaria varietà culturale e naturale, l’isola sia stata definita dallo scrittore Marcello Serra con la felice espressione “Sardegna quasi un Continente”.

L’interferenza dell’uomo sull’ambiente e dell’ambiente sull’uomo nei tempi della civiltà nuragica è eclatante.  Per la costruzione dei nuraghi è indispensabile l’uso della pietra ed è palese che questi edifici sono più numerosi laddove la materia litica è abbondante e laddove è possibile praticare un’economia mista agro-pastorale, Tuttavia, si osserva la presenza di nuraghi anche nelle piane campidanesi dove mancano i rilievi rocciosi. In questo caso l’uomo ha trasferito la materia prima, in grandi quantità, da  distanze  superiori anche ai 10 chilometri, con uno sforzo sociale certo rilevante.

In Gallura, ricca di anfratti, le  piccole comunità pastorali utilizzarono le cavità delle rocce granitiche (tafoni)  per le sepolture  e  sfruttarono le sporgenze rocciose per  innalzare i  nuraghi.  Nel Sulcis, e in altre contrade, sono numerose le tracce della frequentazione umana nelle grotte naturali, come dimora, luogo sacro o  destinato ai defunti. Un altro esempio straordinario di interazione con l’ambiente è il piccolo villaggio nuragico e romano di Tiscali fra Oliena (NU) Dorgali (NU) con casette monocellulari in muratura  costruite all’interno di una dolina carsica, un rifugio pastorale, un tempo in mezzo alla foresta, dettato da necessità difensive,  ben celato alla vista dei nemici.

Il paesaggio naturale della Sardegna, che abbraccia quello culturale, comprende un notevole patrimonio forestale (87000 ettari), certo riserva di caccia già nei tempi preistorici e protostorici. I boschi di latifoglie, talora ridotti a vaste distese di profumata macchia mediterranea (mirto, cisto, lentischio, ginestra, oleandro, corbezzolo etc.) accompagnano l’ancestrale tradizione pastorale di una parte degli abitanti dell’isola visibile nelle pinnettas e altri edifici di pietra e di legno  degli antichi cuiles (ovili) dell’agro che ripropongono modelli costruttivi dell’età nuragica; si tratta di un paesaggio che l’uomo ha plasmato e piegato alla sua utilità, ma conservando aspetti di grande suggestione e notevole interesse naturalistico.  Anche al tempo dei nuraghi, come nella tradizione enogastronomica attuale, l’olio era ottenuto dal  lentischio (modditzi) come dall’olivastro (ollastu). Un esemplare di questa pianta da San Baltolu a Luras, infatti, risale già  a 4000 anni fa.  Al tempo dei nuraghi nell’isola  erano già coltivati  le graminacee ma anche i fichi, i prugni, il melone, la vite e tanti altri  frutti attestati dalle analisi archeologiche paleobotaniche, mentre le foreste, i boschi e le campagne, a giudicare dai dati archeologici della paleofauna, erano invase da tantissimi animali selvatici e da mandrie, branchi e greggi di bovini, suini, ovi-caprini che nutrivano le comunità.

 

(vi) essere direttamente o tangibilmente associato ad eventi o tradizioni viventi, a idee o credenze, ad opere artistiche e letterarie di eccezionale significato universale. (Il Comitato ritiene che questo criterio dovrebbe essere preferibilmente utilizzato insieme ad altri criteri);

Molti edifici della Preistoria e Protostoria dell’isola sono stati spesso, e tuttora sono, materia di ispirazione per la letteratura, l’artigianato, la  pittura e in genere l’arte della Sardegna. Né potrebbe essere altrimenti, considerato che esse si trovano ovunque, quasi uniformemente rintracciabili e visibili e comunque tali da contrassegnare il paesaggio.

Sono innumerevoli i racconti popolari sardi legati ai monumenti pre-protostorici. Le domus de janas, il cui nome allude alla casa (domu) di Diana/Jana, la dea della luna notturna, sono abitate dalle Janas e talora dalle Fadas (le profetesse); queste ultime, però, si aggiravano soprattutto nei nuraghi e in altri edifici nuragici  I nuraghi, talora riutilizzati in età romana e in età bizantina per le sepolture, sono correlati anche con s’Orcu (l’Orco) e così le tombe di giganti (es. sa domu de s’Orcu di Siddi). Molti nuraghi trasformati in templi nella I età del Ferro spesso hanno mantenuto la loro sacralità anche con il cristianesimo e traggono spesso il nome dai santi.

In ambito etnografico, i menhir sono ritenuti persone pietrificate e talora sono identificati in una figura femminile, Orxia o Luxia, in origine la dea della luce che, nelle leggende popolari,  talora appare come una  Demetra irata. Ancora si conserva la relazione della dea con la casa (domu), cioè il tempio di Orxia, nell’omonimo grande tempio nuragico “a megaron” di Esterzili, con tre grandi celle allineate sull’asse dell’atrio d’ingresso, dove riceveva come Afrodite l’offerta  delle colombe, raffigurate nei bronzi votivi.

Nella tradizione popolare è ancora viva l’eco dei sacrifici rituali nuragici dei vecchi padri  praticati  nel dirupo di Sa Babbaiecca di Gairo, nella  voragine di Su Sterru nel Golgo di Baunei e in altri siti della dell’Ogliastra dove il rito dovette conservarsi a lungo, forse anche in età storica.

 

(vii) contenere fenomeni naturali superlativi o aree di eccezionale bellezza naturale e importanza

(viii) essere esempi eccezionali che rappresentano le fasi principali della storia della terra, compreso il record di vita, processi geologici significativi in ​​corso nello sviluppo di morfologie o caratteristiche geomorfiche o fisiografiche significative;

(ix) essere esempi eccezionali che rappresentano significativi processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione e nello sviluppo degli ecosistemi terrestri, di acqua dolce, costieri e marini e delle comunità di piante e animali;

(x) contenere gli habitat naturali più importanti e significativi per la conservazione in situ della diversità biologica, compresi quelli contenenti specie minacciate di eccezionale valore universale dal punto di vista della scienza o della conservazione.

Dichiarazioni di autenticità e / o integrità

Le Linee Guida Operative all’art.82 recitano che “le proprietà soddisfano le condizioni di autenticità se i loro valori culturali (come riconosciuti nei criteri di nomina proposti) sono espressi in modo veritiero e credibile attraverso una varietà di attributi, tra cui”:

  • forma e design;

Le forme degli edifici nuragici sardi sono molteplici e già ben documentate, descritte e illustrate con disegni e immagini nella letteratura archeologica, con un’ampia bibliografia. Nuraghi, tombe di giganti, templi, edifici abitativi etc., sono autentici e realizzati dall’uomo nella preistoria e protostoria, perché messi in luce dagli scavi archeologici o ancora parzialmente interrati sotto sedimenti naturali.

Tutti i manufatti delle aree archeologiche già fruibili e non, sono nella loro interezza originali, ad esclusione di pochi tratti aggiunti con interventi di restauro per integrazioni statiche, ben distinguibili, sempre eseguiti o controllati delle Soprintendenze competenti per territorio. La forma di questi edifici è Unica, Eccezionale e inconfondibile, oltre che in relazione a tecniche costruttive, tipiche di particolari periodi, anche se soggetta a qualche modifica nel corso dei secoli per sopraggiunte ragioni sociali o semplicemente per mode locali. Ad esempio nei villaggi, le case sono monocellulari nell’età del Bronzo, mentre nel I Ferro  si articolano in  più ambienti attorno a uno spazio centrale o corte che funge da disimpegno.

Le tombe di giganti variano la loro forma sia nel tempo, sia in relazione alle diverse comunità locali. Nelle regioni del centro nord nei primi secoli dell’età nuragica le tombe mostrano un emiciclo frontale formato da stele ortostatiche attorno alla grande stele centinata che funge da porta (es. Li Lolghi di Arzachena, Thomes di Dorgali). La camera tombale prima rettangolare e coperta a piattabanda, successivamente appare di pianta oblunga e con la copertura a volta tronco-ogivale (Dom’e s’Orcu di Siddi). Più tardi, nel Bronzo Recente/Finale, in linea con i nuraghi, la camera delle tombe di giganti mostra una volta ogivale (Madau di Fonni), mentre la stele centinata è sostituita da una stele composita con una cornice a dentelli terminale.

Nel Sud dell’isola la fronte è invece realizzata con una muratura a filari di massi (San Cosimo di Gonnosfanadiga, Is Concias di Quartucciu) e nelle aree campidanesi prevalgono le tombe  della stessa forma, ma infossate e senza emiciclo (Su Fraigu di San Sperate).

Allo stesso modo si evolve il nuraghe. Il nuraghe arcaico, dalla pianta ellittica o sinuosa concavo-convessa con vani ellittici e coperture a cupola troncoogivale, tipica del Bronzo Medio, muta la sua forma nel Bronzo Recente dando origine al nuraghe classico, semplice o complesso, di cui si è già riferito, con torri a pianta circolare che ospitano camere coperte da una cupola (tholos) ogivale, unite da cortine.

Non esiste finora, neanche per scopi didattici, una riproduzione moderna nella stessa scala degli antichi monumenti, a parte alcune tipologie di abitazioni semplici come le capanne circolari: troppo costosa e in molti casi anche di difficilissima realizzazione. Di fatto i nuraghi, costruiti con grandi massi non solo i castelli più complessi ma anche le singole torri, sono sostanzialmente irriproducibili, sia per i costi elevatissimi sia, soprattutto, per le difficoltà derivanti dalle loro forme e tecnologie.

 

  • materiali e sostanza;

I materiali impiegati  nelle architetture,  prevalentemente  la pietra,  resistono ai millenni. Nei nuraghi risultano messi in opera massi di varie dimensioni, spesso pesanti diverse tonnellate, e  di varia pezzatura e lavorazione. È magistrale la realizzazione di questi monumenti, avvenuta ricorrendo all’ordinata sovrapposizione dei filari a giro man mano restringentisi, formati da due paramenti aggettanti di grandi pietre tra i quali è interposto un amalgama di piccole pietre e terra, mentre schegge di pietra argilla e solidissima argilla che fungeva da collante sigillano le commessure (l’aria non penetra mai all’interno dei vani se non attraverso le porte e le feritoie). Un esempio è ben noto all’Unesco attraverso il magnifico nuraghe di Su Nuraxi di Barumini, ma non meno straordinari sono altri castelli nuragici e monumenti che nel loro insieme offrono l’idea della grandiosità e unicità dell’architettura e della società nuragica.

Il materiale utilizzato per l’edificazione dei nuraghi è di regola la pietra locale, semplicemente sbozzata o più spesso lavorata in modo da offrire un regolare aggetto e garantire la tenuta statica dell’edificio. Talora però dove mancano gli affioramenti di roccia e la pietra scarseggia, in particolare nei Campidani, ad esempio nell’agro di San Gavino, la materia prima proviene dai rilievi del Guspinese distanti oltre una decina di chilometri.  Come già evidenziato, per abbellire i nuraghi con effetti cromatici, per i i piani alti e il coronamento delle mensole nei terrazzi talora venivano utilizzati, non solo conci perfettamente levigati, ma anche massi di diversi colori. In tal caso in aggiunta alla materia prima locale, la pietre da mettere in opera, in particolare il calcare chiaro, il basalto poroso nero e la trachite rossa, venivano trasferite anche da distanze più considerevoli.

 

  • uso e funzione;

Le tante tipologie edilizie d’ambito protostorico sardo sono legate a varie funzioni ora sacra, funeraria, abitativa, fortilizia e ad un tempo residenziale. Spesso gli edifici  mantennero la stessa funzione primaria  per alcuni secoli ma persistettero sostanzialmente sino ai nostri giorni con riutilizzi di varia natura.

È straordinariamente singolare l’iter dell’uso dei nuraghi.  Indiscutibile la funzione primaria dei castelli e delle torri nuragiche come residenze  dei capi  delle comunità nuragiche, come risulta evidente già dalle indagini di Antonio Taramelli e Giovanni Lilliu, non solo per l’impiego di grandi massi e per le armi  usate  dai  costruttori (spade, pugnali, cuspidi di giavellotti e lance, punte di frecce per gli archi, pietre da fionda), ma anche per l’ubicazione e gli elementi formali di questi edifici: torri, cortine, postazioni di guardia agli ingressi, feritoie, terrazzi su mensole con piombatoi e garitta di guardia, silos per scorte alimentari. Le numerose torri dei castelli con cinta esterna presuppongono l’esistenza di un consistente contingente di soldati, almeno duecento uomini per la loro difesa, in primo luogo frombolieri e arcieri per tenere i nemici a distanza e appresso le altre formazioni militari (giavellottisti, lancieri e spadaccini) per i combattimenti ravvicinati.

Dopo la caduta dei capi tribali e la devastazione dei nuraghi avvenuta intorno al 1000 a.C. nel Bronzo Finale, diversi di questi edifici furono trasformati in sacelli, come attesta la presenza di altari, focolari e offerte cerimoniali evidenziata negli scavi dei siti di Su Mulinu di Villanovafranca e di Nurdole di Orani. Con l’occupazione romana e punica rispettivamente nel 510 e 238 a.C., i nuraghi tempio furono e sottoposti a saccheggio, ma alcuni  mantennero la funzione sacra almeno sino ai primi secoli d. C. In età vandalica furono utilizzati come luoghi di guardia e in qualche caso trasformati in postazioni militari (Su Mulinu) e poi  ai tempi della conquista bizantina  divennero dei luoghi per le sepolture (San Teodoro di Siurgus Donigala) e intitolati a santi, tanto che gli studiosi ottocenteschi pensarono che anche la loro funzione primaria fosse quella funeraria. Almeno nei tempi dei Giudicati (sec. X-XIII d.C.) e dell’occupazione aragonese e spagnola, i nuraghi furono utilizzati per i confini dei distretti territoriali (curatorie) e come luoghi di vedetta del territorio. Nell’Ottocento, per la loro collocazione in luoghi elevati o comunque emergenti sul territorio circostante, furono scelti come riferimenti per i punti trigonometrici. Non sorprende che sino a poco tempo fa siano stati utilizzati anche dalle vedette anticendio.

Anche nell’ambito delle tombe di giganti si registrano riutilizzi secondari. La stele della tomba di Su Quaddu de Nixia di Lunamatrona, sino al secolo scorso, fu oggetto di  una pratica rituale fertilistica, mentre una tomba di giganti del sito di San Cosimo di Gonnosfanadiga, parzialmente crollata fu considerata una grotta, s’Arutta de Sant’Uanni, legata al culto di San Giovanni.

 

  • posizione e ambientazione;

La posizione dei monumenti varia a seconda della loro funzione, delle attività economiche delle comunità che li costruirono e della disponibilità della materia prima e per altre ragioni.

Nel caso dei nuraghi l’ubicazione è legata  in primo luogo alla funzione e all’assetto economico-sociale delle comunità che li costruirono.  Il nuraghe è un edificio sopra suolo e, come si è già scritto, la sua funzione primaria consisteva nel controllo del territorio. Il numero elevatissimo dei nuraghi, circa settemila,  dipese certamente  dal modello di società  in auge in Sardegna  nella media età del Bronzo, ma proprio tale numero, straordinario, indica che le comunità non ebbero mai un’unica  sede di riferimento politico ed economico, come i coevi palazzi micenei e in genere dell’Est del Mediterraneo; tuttavia  le comunità nuragiche erano in grado di costruire tanti e grandiosi edifici con la partecipazione di un numero elevato di persone.

La presenza nella Sardegna nuragica di tre differenti popolazioni principali e di vari raggruppamenti tribali al loro interno, come si è detto, indusse i capi delle comunità a difendere e possibilmente ad ampliare il loro territorio, e ciò avvenne attraverso un modello di popolamento che prevedeva la costruzione di nuovi nuraghi e nuovi villaggi, una sorta di pianificazione territoriale.

Se i castelli sono le sedi dei capi, capi tribali e capi subalterni di distretti minori in seno al territorio tribale, le torri singole hanno il compito di controllare i confini territoriali e le vie d’accesso e le principali fonti di sussistenza, nella sostanza tutti i luoghi sensibili. I castelli generalmente occupano altopiani piatti o suoli vallivi che possono ospitare agevolmente in prossimità anche un villaggio (es. Su Nuraxi di Barumini, Su Mulinu di Villanovafranca, Arrubiu di Orroli), mentre le torri singole sono dislocate spesso nei pendi scoscesi e in cima a  rilievi talora  quasi inaccessibili, veri nidi d’aquila (nuraghe Tzairi di Gonnosfanadiga, nuraghe Mereu di Orgosolo). Ai margini del Campidano, però uno dei più grandi nuraghi in assoluto, il Casteddu de Fanari di Decimoputzu-Vallermosa si trova proprio sulla sommità del rilievo a dominare un vasto tratto della piana campidanese sottostante.

Un gran numero di nuraghi, dislocati secondo una rete ordinata attorno ai grandi castelli, si ergono ancora, dopo più di tremila anni, a osservare le coste, i corsi d’acqua e le antiche vie di comunicazione.

 

  • lingua e altre forme di patrimonio immateriale;

La lingua usata per i monumenti emerge dagli studi della toponomastica che rivela sia il processo di formazione dei loro nomi sia talora il significato.  Ovviamente essendo i monumenti numerosissimi non si può fare che un discorso assai generale.  I nomi dei monumenti per lo più,  come la gran pare dei toponimi, sono in lingua sarda, a sua volta probabile esito delle varie stratificazioni linguistiche che hanno accompagnato il succedersi di tante  culture tra  il Neolitico e l’età del Bronzo.

 

Già i il termine “tombe di giganti” rivela immediatamente il rapporto di questi monumenti con la sfera funeraria. “Tomba di giganti” è la traduzione italiana di tumba de sos zigantes, perché vi erano sepolti sos mannos, “i grandi”, vale a dire gli antenati che essendo eroi erano anche giganti, ma il carattere sovraumano dei defunti era  evocato anche dalle proporzioni gigantesche dei sepolcri e delle enormi pietre adoperate, specie le stele centinate sull’ingresso.

È stata sempre oggetto di attenzione la spiegazione del termine nuraghe (in sardo nuraxi, nuracci, nuraki, nurake, nuraghe, naracu) attestato già come nurac in una iscrizione romana sull’architrave del nuraghe Aidu Entos di Aidomaggiore, palese relitto del sostrato linguistico preromano e prefenicio, dunque indigeno. Il nome si rapporta alla materia e alla forma che indica l’edificio, significando all’origine “cumulo di pietre disposte a giro”,  come la ruota della noria, vocabolo che sembra avere la stessa radice.

Molti nuraghi  derivano il loro nome dalla  funzione  originaria di casteddu, “castello”, guardia o bardia, “guardia”, su castiu, vedetta, ma anche dal loro colore, dalla loro grandezza,  dalla proprietà del terreno in cui si trova il monumento. I toponimi studiati  da Giulio Paulis hanno conosciuto un  recente, utilissimo, studio del linguista Mauro Mascia, che  ha  elencato i nomi di ben 8000 nuraghi. Resta da accertare se questi toponimi possano essere riferiti in parte anche ad altre tipologie di beni archeologici.

Correlati con gli antichi monumenti sono diverse tradizioni etnografiche, in particolare i racconti fiabeschi connessi, di frequente, con le tombe ipogeiche prenuragiche (domus de janas), i menhir (perdas fittas) e i nuraghi. Si racconta, come già visto, che nelle tombe ipogeiche avessero dimora le janas e le fadas, ma che queste ultime frequentassero soprattutto i nuraghi e i luoghi sacri. Il termine Fadas significava in origine profetesse e generalmente si riteneva che esse offrissero doni e dispensassero vaticini.

Si è conservato straordinariamente la titolatura del  tempio nuragico a megaron di Esterzili, nella Barbagia di Seulo, alla dea Orgia. Infatti, questo edificio è  detto Domu de Orgia, cioè “casa e dunque “tempio di Orgìa”. Come già detto, nelle leggende popolari sarde, Orgìa è un personaggio  femminile, proveniente dai culti precristiani, un’antica divinità della Luna. Nel suo ciclo triadico, questa divinità si manifesta ora come Diana/Giana nel suo aspetto di dea della Luna crescente, ora come Orgia, la dea della Luna piena, nel suo aspetto fertilistico attestato nel tempio di  Esterzili, ora infine come Orgìa o Luxìa arrabiosa, una Demetra angosciata, in cerca dei figli scomparsi, nel suo aspetto di Luna calante.

Già i classici ci informano che in Sardegna la terapia per guarire dalle ossessioni  consisteva nel dormire presso le tombe degli antenati, verso le quali era anche indirizzata l’usanza tradizionale di prelevare i crani per invocare la pioggia. Soprattutto presso il tempio funerario dedicato a Iolao, di cui racconta Diodoro Siculo, bisogna riconoscere la presenza di una divinità locale e in esso doveva presumibilmente svolgersi il culto degli eroi che apparivano come se dormissero. In questi eroi, che Diodoro chiama re tespiadi perché secondo lui provenivano dalla Beozia, occorre riconoscere i capi tribali nuragici, oggetto di culto in quanto re sacri.

In Sardegna permangono ancora, tantissime tradizioni, con riti, costumi e leggende ereditati da un lontano passato. Con le fonti sacre si raccordano le tradizionali prove ordaliche note dai racconti classici i e anche la terapia delle acque calde. Ma con l’acqua delle fonti si rapporta anche il drammatico racconto sull’eroina Maria Iusta che accetta il sacrificio di sangue con la scure (su strale) perché giunga l’acqua alle campagne e perché le vene disseccate della fonte riprendano a scorrere.

In effetti, è straordinario il patrimonio etnografico sardo con le sue sagre,  gli abiti tradizionali, i canti, la musica e le danze; l’artigianato;  gli aspetti della cucina locale; i valori delle economie rurali, pastorali, agricole, etc.

Per concludere, l’uso della lingua sarda, tende purtroppo ad essere abbandonato soprattutto nelle grandi città, mentre persiste più frequentemente nei paesi dell’interno. È fondamentale sostenerla e rivitalizzarla.  Purtroppo non viene insegnata nelle scuole e non si insegnano le materie di studio nell’idioma sardo, il cui valore è almeno pari a quello delle altre lingue romanze.  Occorre proteggere e promuovere la lingua sarda nelle sue diverse varianti e anche questo progetto può essere uno strumento propulsore per rivitalizzarne la conoscenza e l’uso.

 

  • spirito e sentimento;

Nelle popolazioni locali è fortemente radicato lo spirito identitario e l’attaccamento alle tradizioni. Nel loro subconscio molti sardi dell’attuale generazione degli anziani e di quelle da non molto trascorse, hanno avuto l’orgogliosa sensazione che i loro antenati ebbero un ruolo importante nella storia.  Questa storia lontana è richiamata in ogni caso  dalle testimonianze archeologiche e  dalla letteratura classica che racconta,  non solo delle lotte combattute per l’indipendenza contro i Cartaginesi e i Romani, ma anche dei Sardi  guerrieri del mare che, come detto, in piena età nuragica nel XIII secolo a.C., assediarono Creta e si insediarono nella stessa Creta e in Laconia e che, stando all’interpretazione dei testi egizi che consentono di identificarli con gli Shardana, insieme ad altri popoli marinari determinarono la fine degli imperi degli Ittiti e dell’Egitto intorno al 1200-1185 a.C.

All’età eroica dell’isola, con la quale si intrecciano ineludibilmente i nuraghi, sono state dedicate nel passato opere letterarie e musicali e oggi sono frequentissimi i richiami sui siti internet, profili social, nomi di locali e di aziende, eventi, romanzi, film e prodotti di ogni genere molto apprezzati anche dai giovani.

Il nuraghe è senz’ombra di dubbio la vera icona della Sardegna, un emblema diffuso su tutto il suo territorio, che si connette indissolubilmente al paesaggio attuale sardo, a sua volta ricco di tanti capolavori della natura. Non a caso l’indimenticato grande scultore Pinuccio Sciola, che faceva vibrare la pietra, l’avrebbe voluto come simbolo identitario nel vessillo sardo al posto degli anacronistici e infelici Quattro Mori che richiamano le lotte degli Aragonesi contro gli Arabi stanziati nel Nordafrica e nella penisola iberica.

L’istanza del riconoscimento dei monumenti nuragici quale bene culturale nel patrimonio  universale dell’Unesco è una palese manifestazione di questo sentimento d’orgoglio identitario, che unisce l’intera gente di Sardegna e si esprime  anche nel movimento di opinione che sostiene e accompagna l’istanza medesima.

La Sardegna è un libro aperto, un’isola culturale conservata dalla sua natura meravigliosa e dalla sua gente, un tempo lontano felice e benestante (Diodoro Siculo) e da qualche tempo sofferente, che sta perdendo il suo atavico orgoglio; leggiamolo per intero questo libro della cultura, a partire dal suo più prestigioso segmento, quello della civiltà nuragica.

 

  • altri fattori interni ed esterni.

Le deliberazioni a favore di questa istanza assunte dal Consiglio Regionale e da circa cento cinquanta Consigli Comunali, ma anche le entusiastiche manifestazioni di consenso che provengono dai privati cittadini, non solo sardi, sono la prova tangibile di quanta passione susciti questa iniziativa.

Tra i vari fattori che possono incidere in negativo sui risultati del progetto, almeno per quanto attiene la fruizione, vanno considerati i vincoli che gravano sulla mobilità dei Sardi e di coloro che si recano in Sardegna per mare e per i cieli.  Questa situazione non deriva dalla insularità in sé stessa, ma dalla gestione tutt’altro che ottimale, che dura oramai da qualche decennio, dei mezzi di trasporto per, da e nella Sardegna.  Per di più la situazione della viabilità interna alla regione è un altro punto dolente.

Il numero ridotto degli abitanti dell’isola, a fronte di un territorio relativamente grande, è da qualche tempo uno degli handicap dello sviluppo della Sardegna, in particolare del turismo, soprattutto interno.  Una delle ragioni è data dal fatto che i finanziamenti pubblici si basano generalmente  sul numero degli abitanti e non anche sull’ampiezza delle regioni e dunque sulle esigenze del territorio. La mancata considerazione anche del parametro territoriale produce effetti disastrosi sulla economia delle regioni meno popolose e in particolare delle aree interne dove spesso mancano anche i servizi primari. La carenza delle infrastrutture nel territorio regionale, a cominciare dai trasporti ferroviari (con linee vetuste e incredibilmente ridotte  rispetto a quelle del I Novecento!) e dalle strade statali, provinciali, comunali e rurali (in Sardegna queste sono prevalentemente comunitarie e intercomunali e non padronali), crea non poche difficoltà  anche all’espansione della fruizione dei beni culturali e naturalistici, sparsi appunto per il territorio,  da parte degli stessi abitanti dell’isola  ancor prima che dei visitatori provenienti dall’esterno.

Per realizzare gli obiettivi di questo progetto, occorrerebbe anche lo sviluppo di una sana politica del territorio, finora emarginata da scelte che favoriscono i grandi agglomerati urbani e in genere i poli cittadini (oggi sono di moda le città metropolitane!) e finiscono per penalizzare le stesse città costrette a convivere con lo smog e il caos prodotto dal numero eccessivo di auto dei residenti e di coloro che vivono nell’immediato hinterland.

 

Integrità

  • Quali sono le caratteristiche e gli attributi chiave del bene che portano il potenziale Eccezionale universale Valore intero o intatto?

L’eccezionale valore universale del patrimonio culturale della Civiltà nuragica della Sardegna è rappresentato dalla notevolissima evidenza e numero strabiliante dei monumenti, stato di conservazione spesso straordinario, inusitata bellezza, enorme rilevanza per la conoscenza del processo evolutivo della storia dell’arte, in particolare dell’architettura e della scultura, dei beni archeologici nel loro insieme. Non di meno il valore di questo patrimonio, di  oltre mille anni, scaturisce dal pieno integrarsi sia con altri valori culturali, quali le numerose,  importanti e meravigliose testimonianze prenuragiche dei menhir, statue- stele, tombe ipogeiche, dolmen e tombe a  corridoio (allées couvertes) circolo con tombe  a cista e a camera, il grandioso tempo a  gradoni di Monte d’Accoddi. A ciò, come riferito, si aggiungono i  beni delle successive civiltà storiche, a cominciare da quelle fenicie, cartaginesi e romane, e  ancora le numerosissime e interessanti tradizioni etnografiche e le caratteristiche dell’economia agro-pastorale. Non di meno i monumenti millenari nuragici in pietra si integrano con un meraviglioso paesaggio naturale spesso incontaminato dell’isola, il clima piacevole, le tante sfumature di colori, la suggestiva bellezza e l’interesse scientifico dei suoi monumenti  geologici, faunistici e  botanici.

  • Il bene include tutti gli elementi necessari per esprimere il suo potenziale eccezionale Valore universale?

Come si è avuto modo di esporre, le svariate migliaia di edifici nuragici  formano un Patrimonio Unico ed Eccezionale. Molti di questi sono stati sottoposti a scavi archeologici i cui risultati sono pubblicati e noti; altri ancora attendono uno scavo o un’ulteriore ricerca o uno studio di maggiore approfondimento; altri sono semplicemente mappati e altri ancora non sono neppure censiti. Il bene  nel suo  complesso  palesa già, in modo eloquente, il suo Valore universale  ma può essere ulteriormente incrementato il numero dei monumenti e meglio conosciuto con ulteriori investigazioni di questi ultimi.

 

  • Il bene è di dimensioni adeguate a garantire la completa rappresentazione delle caratteristiche?

I monumenti nuragici appartengono all’intera Sardegna, dunque un territorio molto ampio, inconsueto per i progetti di questa tipologia riconosciuti finora nel Patrimonio Universale dell’Unesco. Data la sua complessità e varietà, il patrimonio culturale nuragico non può essere presentato per singoli monumenti, pur rappresentativi e di per sé eccezionali, come è il caso di Su Nuraxi di Barumini. Tanto meno può essere proposto per singole aree, perché frazionarlo significherebbe snaturarlo e ridurlo profondamente nel significato. Infatti, le svariate migliaia di testimonianze materiali dell’antichissima civiltà protosarda, non solo permeano l’intero territorio isolano, ma sono reciprocamente e indissolubilmente connesse da rapporti culturali di lunghissima durata, rappresentando un segmento evolutivo eccezionalmente lungo nella storia della civiltà mediterranea e umana, con particolare riferimento ai comparti dell’architettura e della scultura. Questo patrimonio va visto, per quanto è possibile nella sua globalità, perché altrimenti non si capirebbero le profonde interrelazioni dei monumenti con gli altri valori c delle civiltà sarde più antiche e più recenti.

In breve, in questa proposta il bene, nella sua organicità, ha le dimensioni adeguate a garantire la rappresentazione delle sue caratteristiche nel suo complesso e nei singoli monumenti.

 

  • Quale è la condizione delle caratteristiche principali e degli attributi del bene e lo stato di manutenzione? conservato / in buone condizioni?

Il numero dei monumenti del periodo nuragico è talmente alto da rendere impossibile la definizione dello stato di conservazione e manutenzione degli stessi, salvo voler considerare singolarmente ciascun monumento, per redigere quindi un complessivo elenco dettagliato. Ciò comporta l’ineludibile esigenza di procedere per sommi capi.

I nuraghi e le tombe di giganti già sottoposti a scavi sono globalmente in buone condizioni di conservazione. Molti edifici non ancora indagati, ma già in buona parte emergenti e meritevoli anch’essi di essere messi nel circuito delle aree visitabili, talora hanno bisogno di interventi di restauro, anche di natura statica.

Molti nuraghi non sono agevolmente raggiungibili e visitabili, in quanto situati in aree territoriali particolarmente distanti dai centri abitati e magari circondati dalla natura selvaggia che, nonostante il passare dei secoli, non ha mai perso i suoi connotati originali. Per questi e in generale per i monumenti del nostro più lontano passato, occorrerà procedere con un’attenzione particolare per l’ambiente, creando le condizioni per l’accessibilità dei luoghi con una viabilità e una sentieristica adeguata e non invasiva.

La manutenzione interessa esclusivamente, e non sempre in modo sufficiente, i monumenti delle aree archeologiche già fruibili per il pubblico, un numero assai modesto in rapporto al vastissimo patrimonio. In questo campo occorrerà spendere maggiori energie.

In conclusione, sarà indispensabile tener presente un elenco dei monumenti fruibili, già indagati e non, di quelli potenzialmente fruibili (accessibili e non accessibili), e infine di quelli non accessibili e non visitabili per ragioni varie, considerando opportunamente la pertinenza pubblica o privata degli stessi ed evidenziando le aree direttamente occupate dai monumenti (Property, core zone) e le circostanti zone di rispetto o  “zone cuscinetto” (buffer zone), con  un adeguato apparato cartografico e illustrativo.

 

  • Nel caso di paesaggi culturali, città storiche o altri beni culturali viventi, sono mantenuti i processi, le relazioni e le funzioni dinamiche essenziali per il loro carattere distintivo e in uno stato rilevante?

Benché qui siano considerati i monumenti nuragici e non il paesaggio culturale nel suo complesso, sono palesi le relazioni dinamiche fra i manufatti nuragici e lo stesso paesaggio culturale (il paesaggio ambientale e naturale in senso vasto). Relazioni che fanno emergere il carattere distintivo dello scenario culturale sardo.

Negli ultimi decenni, a fronte di un relativo processo di spopolamento ed emigrazione delle popolazioni locali, è cresciuta la frequentazione dell’isola per attività culturali, ludico-sportive, turistico-esperienziali e di intrattenimento paesaggistico. Teoricamente sono cresciuti anche i pericoli per la salvaguardia del patrimonio culturale isolano. Tuttavia, anche oggi, non è pensabile un’idea del paesaggio culturale della Sardegna, e in particolare della Civiltà nuragica, senza un’interrelazione con la realtà insediativa, produttiva ed economica in generale. Questa relazione non va vista come conflittuale ma in una dinamica di rapporti positivi in linea con le esigenze di rispetto dell’ambiente e della natura e con la dovuta considerazione della storia umana. L’uomo che vive di memoria, pur nei cambiamenti talora anche troppo rapidi della società che emarginano le persone anziane e i più deboli, non può distruggere i fili che questa memoria sostengono.  I monumenti del passato, soprattutto  quelli della Civiltà nuragica rappresentano un pezzo importante del filo d’Arianna della storia umana e di questo occorre tener conto.

 

Sistemi, norme e iniziative di tutela e gestione

Norme

Le normative statali, regionali e locali emanate per garantire la salvaguardia e la gestione dei beni paesaggistici e culturali sono innumerevoli, stratificate nell’ultimo secolo.

Per sintesi, a compendio, si citano:

-Legge 1089 del 1 giugno 1939 e seguenti;

-Legge 29 giugno 1939, n. 1497;

Legge Galasso del 1985;

-Il cosiddetto Decreto Urbani,  Codice dei beni culturali e del paesaggio, convertito in legge 21 maggio 2004 n. 128 della Repubblica Italiana;

-Il Piano Paesistico Regionale della Sardegna, approvato nel 2006, è uno strumento di governo del territorio che persegue il fine di preservare, tutelare, valorizzare e tramandare alle generazioni future l’identità ambientale, storica, culturale e insediativa del territorio sardo, proteggere e tutelare il paesaggio culturale e naturale con la relativa biodiversità, e assicurare la salvaguardia del territorio e promuoverne forme di sviluppo sostenibile al fine di migliorarne le qualità. Il Piano identifica insieme ai beni paesaggistici i beni culturali quale patrimonio identitario e risorsa strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio sardo e “riconosce la necessità di ricorrere a forme di gestione integrata per garantirne un corretto sviluppo in grado di salvaguardare la biodiversità, l’unicità e l’integrità degli ecosistemi, nonché la capacità di attrazione che suscita a livello turistico”. Il Piano è attualmente in fase di rivisitazione per renderlo coerente con le disposizioni del Codice Urbani, tenendo conto dell’esigenza primaria di addivenire ad un modello condiviso col territorio che coniughi l’esigenza di sviluppo con la tutela e la valorizzazione del paesaggio (http://www.sardegnaterritorio.it/).

A queste norme fanno da corollario le tante Aree Marine protette, Parchi nazionali, Parchi regionali, Parchi provinciali e locali di cui la Sardegna è costellata, con i corrispondenti Piani di Gestione e Salvaguardia.

Questo corpus normativo e gestionale garantisce già, idealmente, la tutela e la valorizzazione  dei Beni Culturali e Naturali della Sardegna. Tuttavia essendo il patrimonio sardo di eccezionale valore e dimensioni, oltre che diffuso pressoché in ogni landa, queste norme di tutela si presentano spesso, nella realtà percettiva, come tendenziali e non totalmente osservate e garantite

Le Soprintendenze, Agenzie, Corpi di polizia di tutela, dei BB.CC. e Naturali, guardie forestali, “barracelli” comunali addetti alla sorveglianza rurale operano con efficacia nella quotidianità ma, per la vastità del territorio, per le scarse risorse disponibili e in qualche settore anche per l’esiguità del personale, non è possibile  far fronte completamente  a tale gravosissimo compito. Un vero e moderno presidio di tutela efficace, lo si otterrà con la raggiunta consapevolezza da parte delle popolazioni locali, dell’eccezionale valore di tutta questa bellezza, della biodiversità e della non ripetitività di questo “Patrimonio”. L’inserimento dei Monumenti della Civiltà nuragica nella Lista del Patrimonio dell’Umanità, e le stesse iniziative soggiacenti al percorso per il suo ottenimento, darebbero un notevole contributo per incrementare il percorso virtuale, iniziato ormai da decenni, indirizzato alla conservazione e tutela dell’antico patrimonio culturale. La Regione Autonoma della Sardegna e tutte le Istituzioni preposte e interessate vorranno onorare la Nomina con ulteriori interventi anche normativi nel campo della tutela e della valorizzazione e investendo idonee risorse per incrementare la fruizione del bene culturale e contribuire al benessere materiale e immateriale della popolazione sarda.

 

Iniziative per la gestione

Il progetto che si intende elaborare per la gestione dei monumenti nuragici dovrà coinvolgere per quanto possibile la società sarda, a cominciare dai Comuni dell’interno che ne sono i principali depositari e che vivono un momento particolarmente critico. Esso dovrà mirare a una dinamica di sviluppo culturale e di crescita economica e in tal senso dovrà necessariamente essere oggetto di interlocuzione e definizione tra il Gruppo Promotore e il Comitato Scientifico, la Regione Autonoma della Sardegna, le Soprintendenze per i Beni Archeologici, i Comuni e altri soggetti, il MIBACT e il Comitato dell’Unesco. Non si può fare a meno di ricordare che già nel 2008  e poi nel 2011, in ambito UNESCO era stata suggerita la creazione di una rete tra i nuraghi e il loro complessivo inserimento nel World Heritage Found, il Patrimonio mondiale dell’Umanità; ma allora tale ipotesi  non ebbe la dovuta e meritata considerazione.

Il numero notevolissimo dei monumenti  nuragici con i connessi contesti paesaggistici che li caratterizzano, determina problematiche non semplici ai fini delle iniziative necessarie per la tutela, la fruizione e la valorizzazione degli stessi beni. A tal fine si ribadisce che  il Comitato Scientifico, a seguito di un accurato lavoro di ricerca che impegnerà un numero consistente di studiosi di archeologia nuragica e di altre materie culturali e ambientali, e che coinvolgerà i singoli Comuni e gli operatori territoriali, predisporrà  prioritariamente, insieme ad un quadro di sintesi generale, le schede di ogni singolo bene (monumento o complesso nuragico) dell’intera  Sardegna. Queste schede conterranno:  i dati riferiti  sia alla ubicazione dei singoli monumenti interessati  (con le relative coordinate) e in generale alla Property, sia alle aree di rispetto ambientale (buffer zone); le caratteristiche essenziali corredate delle opportune illustrazioni;  le informazioni relative alle proprietà (pubblica o privata), accessibilità (viabilità, sentieristica etc.), conservazione, restauro, toponomastica, contesto culturale e ambientale, tutela, fruizione, oltre agli altri dati e informazioni utili per impostare un organico programma di tutela e valorizzazione  dei beni della civiltà nuragica.

Nella situazione attuale, la fruizione di gran parte dei beni  monumentali della Civiltà nuragica paesaggio è preclusa non solo al turismo culturale, ma anche alle stesse comunità locali.  S’impone dunque un piano programmatico che ne consenta l’estensione in un’ottica di tutela e di sviluppo sostenibile. A ragione di ciò è indispensabile, in primo luogo, un ulteriore processo di acquisizione di dati dei siti e monumenti, e una precisa identificazione della proprietà dei beni, pubblici e privati, e della loro accessibilità e fruibilità. È infatti opportuno un adeguato impegno da parte della Regione e dei Comuni dell’isola e di altri soggetti pubblici e privati, per rendere accessibili i luoghi meritevoli di essere visitati con un’idonea viabilità rurale e una segnaletica che tenga conto anche dei riferimenti alla toponomastica e dunque alla lingua sarda e alle tradizioni popolari locali.

La cartellonistica dovrà presentare caratteri di uniformità e dovrà contenere indicazioni in lingua sarda (nella variante locale), in italiano e in altre lingue straniere. Ai riferimenti sui  siti da visitare, occorrerà  affiancare, con una visione panoramica della cultura e dell’ambiente, le informazioni essenziali sui valori naturalistici (geologici, botanici, faunistici, ecc.) e sugli altri beni culturali del contesto territoriale: musei locali e monumenti di interesse storico-archeologico e artistico; beni etnografici di cui la Sardegna è straordinariamente ricca (ricorrenze festive, abiti tradizionali, i canti, la musica e danze; l’artigianato tradizionale ed artistico; aspetti della cucina locale); i valori delle economie rurali, pastorali, agricole,  e tutto ciò che occorre per avere una panoramica  dei valori culturali e ambientali etc.

Dovranno essere realizzati  sia pubblicazioni  illustrate sull’intero corpus dei Monumenti per categorie, sia dépliant illustrativi dei singoli monumenti visitabili.

I primi portatori di interessi a favore della realizzazione di questo progetto sono le Istituzioni:

  • La Regione Autonoma della Sardegna, con il suo Consiglio, che ha deliberato a favore del perseguimento di questo progetto; con la Presidenza della Giunta e l’intero esecutivo, che hanno a loro volta concesso il patrocinio e l’uso del Logo istituzionale al progetto e a questa richiesta.
  • Centocinquanta Comuni (altri si aggiungeranno nel corso dell’iter di questa iniziativa) i cui consigli comunali hanno deliberato a favore del progetto che qui si sta presentando.
  • Le rappresentanze delle parti sociali, tra cui l’associazione delle Pro Loco della Sardegna, capaci di presidiare con i loro associati ogni territorio comunale.
  • Le parti del tessuto economico e sociale che il Comitato Promotore avrà cura di contattare e rendere partecipi e solidali.

Queste Istituzioni, secondo le proprie competenze e giurisdizioni, emaneranno ulteriori programmi di tutela e valorizzazione, con corrispondente impegno di risorse, tali da garantire il mantenimento del Patrimonio in funzione dello sviluppo sostenibile e del benessere della popolazione sarda.

Entrando nel dettaglio di alcuni aspetti, si propone l’idea di Piano di Gestione, sintetizzato nei seguenti paragrafi, che questo Comitato ha in animo di proporre alla Regione e alle parti interessate.

 

La Sardegna diventa un unico grande cantiere identitario

Ogni Piano Strategico e di Gestione fonda le proprie possibilità di riuscita sul coinvolgimento dal basso di tutti gli interessati e per primi i cittadini. Nei “cantieri” della partecipazione i Sardi, ovunque si trovino, diventano i protagonisti (e gli ambasciatori) di questo processo di identificazione dei monumenti nuragici della loro Isola come bene Culturale Unico e di Eccezionale Valore Universale.

 

La storia e la lingua sarda nelle scuole

Le azioni a sostegno del progetto devono essere forti e a queste deve necessariamente correlarsi l’introduzione nei percorsi curriculari della scuola sarda lo studio dalla Storia della Sardegna, con particolare riguardo alla civiltà nuragica, attraverso libri di testo, dispense, supporti digitali, laboratori e gite d’istruzione, e attraverso il coinvolgimento degli insegnanti ai vari livelli affinché nelle rispettive discipline si adoperino per utilizzare il sardo come lingua madre, a partire dalla variante locale.

La divulgazione dei dati elaborati nel progetto, gestiti in internet attraverso un GIS (Sistema Informativo Territoriale) e la Mediateca, sarà promossa anche nelle scuole utilizzando le moderne tecniche multimediali e attraverso adeguate pubblicazioni. Questo progetto e il suo auspicato riconoscimento da parte dell’Unesco saranno veicoli formidabili per far conoscere la cultura e la storia delle antiche popolazioni della Sardegna e per sostenere il processo identitario dei Sardi.

 

La valorizzazione e la certificazione

Occorre stimolare e incentivare la canalizzazione e l’utilizzo delle energie spontanee, volontarie, o già in qualche modo orientate, che la società sarda può mettere a disposizione del progetto. Da qualche tempo, in Sardegna, decine di associazioni, centinaia di gruppi Facebook, migliaia di persone si interessano dei temi inerenti i nuraghi e gli altri beni monumentali della Civiltà nuragica. Si tratta di risorse eccezionali, di cui il progetto non può fare a meno e che comunque si dovranno in qualche maniera coordinare.

Alla Regione spetta il compito di creare e orientare l’infrastruttura che possa catalizzare e finalizzare le spinte già oggi esistenti, operando per organizzare lo straordinario  movimento di promozione che conseguirà alle azioni di cui si sta parlando. Questa proposta immagina una grande rete di cooperazione tra i Sardi, centrata sui Comuni e sulle associazioni e individua una serie di azioni su cui investire. Il Piano prende spunto dalle strategie di certificazione del territorio per creare un sistema di gestione, secondo tecniche e parametri già noti e sperimentati, degli indirizzi programmatici per gli operatori, per gli enti locali e, più diffusamente, per gli stakeholder interessati a partecipare al processo di miglioramento della tutela e valorizzazione del Patrimonio Culturale. Il processo di promozione previsto dalla presente proposta vorrebbe fondarsi sulle tecniche di sviluppo e tutela note come “certificazioni territoriali”.

I luoghi come custodi e simboli dell’identità

Questa proposta tende a realizzare una visione del territorio che attribuisca valore all’identità, al capitale sociale e al patrimonio culturale indigeno. La valorizzazione dei territori minori e del loro patrimonio culturale, materiale e immateriale, passa infatti per il binomio Identità (Heritage) e Turismo. L’identità è qui intesa come  simbiosi  del patrimonio  culturale  e del patrimonio naturale: monumenti  di interesse storico in senso lato; paesaggio prevalente; flora e fauna; geologia; lingua e letteratura; musica e arte; eventi e tradizioni popolari; eno-gastronomia e stili di vita tradizionali. Valori che certo hanno contribuito fortemente nel loro complesso a far sì che la Sardegna si fregiasse del titolo di “isola della lunga vita”, atteso che la nostra regione vanta un primato di longevità che condivide con solo altri quattro luoghi del mondo (Okinawa in Giappone, Nicoya in Costa Rica, Icaria in Grecia e la comunità di Loma Linda in California).

 

Lo spirito di condivisione nasce dal basso

La proposta individua nel coordinamento di una rete di relazioni e di attività delle Soprintendenze, Università, Enti locali, organizzazioni civiche, economiche, istituti di studio e ricerca, libere associazioni di cittadini, la giusta forma dei processi di sviluppo fondati sull’unicità e il valore eccezionale, di rilevanza mondiale della nostra archeologia.

Nella gestione di una rete di innumerevoli siti, itinerari e paesaggi culturali, in una regione così vasta come quella sarda, le certificazioni territoriali rappresentano elementi di riconoscibilità di un percorso intrapreso e di rispondenza a criteri identificati e misurabili. Esse hanno normalmente carattere volontario e stimolano la realizzazione di progetti di sostenibilità ambientale, turistica e sociale.

 

I label

Il sistema di certificazione che questo progetto individua è del tipo label (etichette), assegnate secondo un meccanismo di premialità, in virtù del compimento di una o più azioni regolamentate in forma quanto più dettagliata.  Si attende che questo modello di certificazione  abbia un suo riferimento normativo  in un disegno di legge  della  Regione Sardegna.

Come vedremo sono state individuate, per il momento, dieci azioni, improntate prevalentemente sui “temi” della Civiltà nuragica, a cui corrisponde l’assegnazione di dieci o più label identificative.

Con il tempo, se questo primo laboratorio avrà successo, con le proposte proveniente dal territorio, il percorso e le azioni potrebbero riguardare più ampiamente tutti i temi dell’Heritage, dell’identità, come sopra elencati, contribuendo quindi alla costruzione di uno sviluppo diverso da quello sin qui conosciuto, che possa progressivamente sanare le profonde ferite dell’ambiente e del tessuto sociale e garantisca la conservazione dei patrimoni archeologici e delle caratteristiche eccezionali del paesaggio.

Condizione indispensabile perché il nostro progetto abbia successo, come già detto, sarà la capacità di suscitare l’ulteriore apprezzamento e la partecipazione di tutti i sardi, ognuno per la propria quota parte, in modo che i risultati possano essere percepiti  come capacità collettiva di azione e miglioramento.

 

Le azioni. Il GIS catalogo dei Beni Culturali

Le azioni previste dal Sistema di Certificazione qui proposto includono l’utilizzo di un sistema informativo territoriale nel quale far confluire su diversi livelli tematici i “punti” indicanti i siti con i  monumenti nuragici.

Tali azioni mirano, ricorrendo ai contributi del Comitato Scientifico, ad implementare e arricchire gli archivi esistenti, sopra menzionati e descritti. Essi saranno sovrapposti  ai livelli della sentieristica regionale di Forestas, a quelli degli itinerari dei percorsi ciclistici a mobilità sostenibile progettati dalla stessa Regione Sardegna, ai percorsi comprendenti le attività artigianali, delle tradizioni etno-antropologiche, dell’intrattenimento turistico, sportivo, naturalistico e ad ogni altra informazione proveniente da nuove fonti, anche stimolate dalle stesse azioni previste da questo progetto.

La mediateca

La creazione del Sistema Informativo Territoriale, reso disponibile a tutto il vasto pubblico dei potenziali visitatori, negli obiettivi degli estensori di questa proposta, fornirà un archivio unico e articolato che comprenderà anche le immagini delle migliaia di siti già catalogati o ancora da catalogare.  Questo archivio sarà coordinato dal Comitato Promotore, dal Comitato Scientifico e dai Partners istituzionali, attraverso un ufficio, capace di auto regolare il flusso dei dati proveniente dalla campagna di “costruzione dell’identità”, tutela della Civiltà nuragica, nonché di rendere capace il visitatore di accedere al Patrimonio Identitario costruendosi da sé l’itinerario più adeguato alle personali esigenze e desideri.

I monumenti della Civiltà nuragica saranno documentati e schedati con i dati sulla loro ubicazione, consistenza e con i provvedimenti di tutela e valorizzazione già in atto o da proporre.

La certificazione

Il sistema di certificazione prende spunto dai sistemi operativi rivolti a standardizzare e misurare le specifiche azioni intraprese dalle istituzioni locali e aspira anche ad offrire un sistema di riconoscibilità identitaria esteso a tutti gli operatori interessati, consentendo l’eventuale accesso diretto ai finanziamenti disponibili.

È palese che il tema della “Civiltà nuragica” non può essere inteso come un perimetro circoscritto, limitato da paletti e reticolati, ma va considerato come un motore, unico e straordinario  all’interno di un ideale  virtuoso progetto di sviluppo della nostra Isola.

Il sistema di certificazione da noi proposto è dunque incentrato su singole azioni che, nel loro complesso, possono consentire il raggiungimento degli scopi che ci prefiggiamo. Le azioni proposte sono coordinate tra loro con l’intento di potenziarsi reciprocamente, estendendosi, per osmosi culturale, su tutto il territorio della Sardegna

Nella piena consapevolezza del lavoro in progress che l’attende la nostra proposta progettuale prevede, tra l’altro, interventi di monitoraggio, revisione e implementazione periodica delle azioni proposte, con lo scopo di mantenerle adeguate agli obiettivi finali della legge.

Le “azioni” del sistema di certificazione

Il sistema di certificazioni territoriali, che punta a far crescere la consapevolezza identitaria, ma anche la capacità e l’eccellenza della auto-organizzazione dell’offerta di qualità nei territori, si fonda su un oggettivo percorso di accreditamento. All’entrata in vigore della legge, dovrà dunque decollare il processo di costruzione dell’identità che, nei territori, verrà stimolato attraverso specifiche azioni che portano al riconoscimento e all’attribuzione dei label.

Nella fase di avvio (start up), sono state individuate le “10 AZIONI” descritte di seguito, che permettono l’assegnazione dei relativi label ai Comuni, stimolandone l’attività in forma aggregata:

AZIONE “FRUIBILITA’”. Verrà premiato con lo specifico label, ogni sito del periodo pre nuragico e nuragico, esistente sul territorio, in cui sia dimostrabile l’avvenuto studio, lo scavo e la costante manutenzione, e reso fruibile con visite condotte da guide professionali.

AZIONE “DIVULGAZIONE”. Verrà premiata la puntuale compilazione delle schede del Sistema informativo Territoriale, inerenti i monumenti nuragici del territorio comunale, nelle forme individuate dal regolamento redatto dall’Ufficio Regionale appositamente costituito, nonché la descrizione del più ampio e circostante paesaggio, per scopi turistici e di valorizzazione.

AZIONE “COMUNICAZIONE VIA WEB”. Riceverà lo specifico label, la capacità di realizzare e aggiornare la pagina internet di adozione e racconto del paesaggio archeologico del territorio comunale (da parte di un’associazione, di appassionati o, meglio ancora, di una classe delle locali scuole, o di una miscela di utenti locali), delle esperienze maturate in questo percorso di conoscenza, unitamente alla compilazione delle schede regionali. La struttura regionale appositamente costituita fornirà le chiavi d’accesso al sistema e si occuperà delle necessarie attività di formazione e di scouting territoriale, attraverso seminari o incontri che spieghino le potenzialità della piattaforma e il modo di incrementarne i dati e i vantaggi che il comune potrà trarne.

AZIONE “MEMORIA”. Riguarda la Toponomastica, le Sculture i Murales, le iniziative culturali tematiche. Viene suggerita alle comunità locali una premialità per l’individuazione e intitolazione almeno della “Via o Piazza della Civiltà nuragica”, come prima indicazione toponomastica e intitolazione di altre vie a toponimi, idee o oggetti che rammentino questo tema identitario.

AZIONE “ARTE”. Prevede specifici riconoscimenti per la realizzazione ed esposizione, in una delle piazze cittadine, di una o più sculture, murales o opere d’arte che rammentino i  monumenti nuragici.

AZIONE “CULTURA”. Premia l’organizzazione di almeno una o più giornate, feste, manifestazioni sportive, eventi culturali e simili, che abbiano ad oggetto la promozione della Civiltà nuragica.

AZIONE” EDUCAZIONE”. Prevede il label per l’insegnamento della Storia della Sardegna dalle origini,  con particolare riguardo alla civiltà nuragica, nelle scuole elementari e medie.

AZIONE “IN RETE”. Prevede la realizzazione di percorsi turistici e culturali, della lunghezza di almeno dieci chilometri, attraverso i monumenti della Civiltà nuragica più significativi del territorio, di cui sia stata verificata l’esistenza e la manutenzione.  È specificamente premiata la realizzazione di “percorsi in rete”, in associazione con i limitrofi comuni,

AZIONE “ARCHEOGUIDA”. Un label speciale premia la capacità di stesura dell’archeo guida della Civiltà nuragica Comunale, anche in semplice forma digitale, la sua diffusione nelle scuole, fra la popolazione e il suo utilizzo per scopi di promozione turistica.

AZIONE “CONDIVISIONE”. Premia la creazione di processi partecipativi e di formazione del volontariato, utili alla crescita della capacità di collaborazione e al presidio al patrimonio culturale.

Le “label” del Sistema di Certificazione, saranno rapportate, alla quantità e alla qualità delle azioni svolte, secondo le indicazioni del Regolamento che dovrà essere emanato dalla Presidenza della Regione Autonoma della Sardegna, o dalle istituzioni all’uopo competenti e individuate, entro 90 giorni dall’approvazione della citata legge, ed annualmente revisionato per ogni necessario adeguamento ai mutati contesti di riferimento.

Ogni Comune della Sardegna avrà diritto di fregiarsi delle “label” comprovanti lo stato del proprio percorso ed esporle sia nei documenti ufficiali che nel proprio materiale promozionale.

La Regione Autonoma della Sardegna, il Comitato Promotore e tutti gli Enti partners del progetto, attraverso l’attività delle specifiche strutture, promuoveranno con i propri strumenti di comunicazione e attraverso apposite campagne di marketing territoriale, la comunicazione relativa all’accesso al sistema delle certificazioni e ai risultati conseguiti dalle Istituzioni locali, dai territori e dalle Associazioni.

 

Comparazione con Beni simili già appartenenti alla Lista UNESCO

Esiste una grande varietà di beni culturali rappresentativi delle diverse regioni del mondo. Lo spirito con cui la categoria dei Beni Culturali fu inserita nei Patrimoni dell’Umanità si caratterizzò per la volontà di rivelare e sostenere la grande diversità delle interazioni tra gli esseri umani e il loro ambiente “per proteggere le culture tradizionali viventi e preservare le tracce di quelle che sono scomparse”.  Il Patrimonio Culturale della Sardegna antica, costituito in parte preponderante e nel modo più appariscente dalle testimonianze monumentali della Civiltà nuragica, è sostanzialmente unico nel suo genere. Non si ha infatti notizia di un territorio, di analoghe dimensioni (kmq 24.000), in cui si sia sviluppato un ciclo ininterrotto di civiltà che abbia lasciato una mole così considerevole di edifici caratterizzati da una tipologia propria, unica e ricca di particolari architettonici, sia già investigati ed editi, sia non ancora indagati ma parimenti meritevoli di tutela, studio, fruizione.

L’Unesco ha già riconosciuto l’eccezionale rilevanza del complesso nuragico di Su Nuraxi di Barumini, caratterizzato da un castello e da un villaggio. Il significato di questo sito archeologico può essere meglio compreso alla luce del più ampio contesto dell’architettura  nuragica. In effetti, come già riferito, i complessi nuragici formati dal castello o reggia,  connotati da un grande bastione turrito difeso da  una cinta pure turrita, quasi tutti con un ampio villaggio, talora  non del tutto indagato come quello di Su Nuraxi,  sono una trentina  e tutti di grande bellezza, monumentalità e della stessa funzione politica di sede di un capo tribale. Basti ricordare: Su Mulinu di Villanovafranca, un vero libro dell’architettura che dal Bronzo medio si protrae sino all’Età bizantina; Arrubiu di Orroli con bastione pentalobato; Domu Eccia di Uras; S’Uraki di San Vero Milis; Casteddu de Fanari di  Decimoputzu-Vallermosa; Is Paras di Isili; Serucci di Gonnesa; Losa di Abbasanta, Palmavera di Alghero.

Un più ampio  riconoscimento del patrimonio culturale nuragico da parte dell’Unesco non solo offrirebbe maggiori garanzie per la tutela e opportunità economiche nella gestione dell’intero patrimonio culturale nuragico, ma lo stesso svolgimento dell’iter genererebbe sviluppi positivi e ulteriori motivazioni virtuose nelle popolazioni e negli amministratori pubblici.

A testimonianza del suo straordinario patrimonio culturale, materiale e immateriale,  sul versante etnografico, la Sardegna ha ottenuto la nomina del Canto a Tenore, quale bene immateriale Patrimonio dell’Umanità, “che si è sviluppato nell’ambito della cultura pastorale della Sardegna. Si tratta di una forma di canto polifonico eseguito da un gruppo di quattro uomini usando quattro diverse voci chiamate bassu, contra, boche e mesu boche. E’ caratterizzato dal timbro profondo e gutturale del bassu e delle controvoci ed è eseguito in piedi in circolo. I solisti cantano un pezzo di prosa o poesia, che può anche appartenere a forme di espressioni culturali contemporanee, mentre le altre voci fanno un coro di accompagnamento.” Ancora oggi, durante le sagre, nei piccoli “Tzilleris”, piccoli bar di paese, arrostite comunitarie all’aperto dei paesi della Sardegna, non è difficile ascoltare questo canto unico e di eccezionale valore, parte del Paesaggio Culturale dell’Isola.  Ma tanti altri beni unici ed eccezionali delle tradizioni popolari sarde meriterebbero il riconoscimento, come ad esempio i riti del carnevale con le maschere zoomorfe, le danze, la musica delle launeddas, gli innumerevoli abiti e le stesse sagre, a partire da quella di Sant’Efisio di Cagliari, dalla Sartiglia di Oristano, o di San Costantino di Sedilo.

Volgendo lo sguardo oltre l’isola, le comparazioni possibili per il paesaggio culturale della Preistoria e Protostoria della Sardegna sono numerose benché non sempre del tutto stringenti. Per lo studio di comparazione con Beni già appartenenti alla Lista UNESCO sono state passate in rassegna le schede pubblicate dei 114 paesaggi della Lista e tra questi, per sintesi, si riportano quelli che rivelano le maggiori affinità. Qui appresso i Beni presi in considerazioni per il confronto.

 

Siti palafitticoli preistorici  dell’arco alpino – Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Slovenia

Property: 274.2 ha; Buffer zone: 3.960,77 ha

I Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino sono una serie di 111 siti archeologici palafitticoli localizzati sulle Alpi o nelle immediate vicinanze. I siti si trovano in Austria, (5), Francia (11), Germania (18), Italia (19), Slovenia (2), Svizzera (56 siti). Si tratta dei resti di insediamenti preistorici databili tra il 5000.a.C.e il 500 d.C. che si trovano sott’acqua, sulle rive di laghi e di fiumi o in zone paludose. La tutela e del sito prevede un coordinamento tra le legislazioni dei sei paesi attraversati e delle relative comunità locali.

I siti palafitticoli preistorici delle Alpi non completamente scavati e studiati, appartengono allo stesso ciclo di tempo assai più ampio di quelli nuragici ma anch’essi, come molti luoghi archeologici sardi, necessitano interventi per la conservazione e la tutela. Inoltre l’area interessata è assai vasta benché i siti di questo Bene interstatale, siano al confronto piuttosto limitati.

 

Arte rupestre della Val Camonica – Italia

Property: 432.3 ha; Buffer zone: 1018.23 ha  

Le incisioni rupestri della Val Camonica costituiscono una delle più ampie collezioni di petroglifi preistorici del mondo. Sono stati inizialmente individuate oltre 140.000 figure anche se nuove scoperte ne hanno portato il numero ad oltre duecentomila. Le raffigurazioni, realizzate lungo un arco di tempo di ottomila anni fino al I millennio a.C., sono presenti su oltre 2000 rocce in oltre 180 località comprese in 24 comuni.

L’arco cronologico delle testimonianze dell’arte camuna è assai più ampio di quello dell’architettura nuragica mentre è meno consistente il numero dei siti  e indubbiamente risulterà  assai inferiore  alla Property e alla Buffer zone dei beni monumentali nuragici.

 

Complesso archeologico della Valle del fiume Boyne – Irlanda

Property: 770 ha; Buffer zone: 2 560 ha

L’area, circondata su tre lati dal fiume Boyne è dominata dai tre grandi tumuli neolitici-eneolitici con i corridoi dolmenici di Newgrange, Knowth et Dowth e comprende altre 40 tombe a corridoio che costituiscono un’area funeraria che ha mantenuto un grande significato religioso fino al medioevo.

A parte il numero assai più limitato delle aree e dei bei considerati, è diversa anche la proposta cronologica per questi monumenti funerari irlandesi rispetto ai monumenti nuragici, ma sul piano tipologico, per il taglio trilitico e la copertura  a piattabanda dei corridoi, sono  palesi le analogie con le più antiche tombe di giganti nuragiche, tipo Thomes di Dorgali. La copertura a tholos troncoconica della camera sepolcrale di Newgrange richiama quella dei vani dei protonuraghi (es. Su Mulinu di Villanovafranca, vano a).   

 

Dolmen di Antequera – Spagna

Property: 2,446.3 ha; Buffer zone: 10,787.7 ha

 

Il sito comprende  i tre sepolcri   di Menga, Viera e El Romeral, databili tra il Neolitico e l’Età del Bronzo e i due monumenti naturali La Peña de los Enamorados and El Torcal.

Il confronto per questi edifici funerari iberici  è  simile a quello istituito  per i sepolcri irlandesi  con New Grange,  poiché  essi sono caratterizzati da corridoi dolmenici di forme e cronologie molto prossime.

 

Tell Biblici di Megiddo, Hazor, Beer Sheba – Israele

Property : 96.04 ha; Buffer zone: 604.01 ha

 

I tre siti di Megiddo, Hazor e Beer Sheba contengono i resti di insediamenti strettamente legati ad eventi narrati nella Bibbia e sono ubicati in diverse parti di Israele: Tel Hazor presso il lago di Tiberiade, Tel Megiddo 50 km a sud est e Tel Beer Sheba 170 km più a sud presso il deserto del Negev. I tre siti conservano installazioni civili militari, religiose e sofisticati sistemi per l’approvvigionamento idrico databili tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro.

I tell di Megiddo, Hazor e Bersheva sono molto distanziati tra loro  e si distinguono in parte anche sul piano cronologico (Megiddo ha una storia più antica) ma sono legate dalle caratteristiche costruttive dell’età  mura e delle porte del tardo Bronzo. Straordinariamente ben conservata la porta ad arco in mattoni di fango di Hazor e  notevoli sono sistemi idraulici  dei tre siti. Di grande interesse sono le analogie di alcuni monumenti di Megiddo con quelli sardi, in particolare la porta della fortezza  utilizza, come gli edifici  nuragici, conci a taglio isodomo di colori diversi  ( basalto bolloso nero, e calcare bianco), il taglio del canale idraulico ha un tratto  con una sezione ogivale, e infine un edificio  circolare aggettane costruito con grandi massi poligonali  e provvisto di scala, richiama la camera -serbatoio dei templi a pozzo nuragici. Megiddo si trova nella regione a nord dei Filistei occupata intorno al 1200 a.C. dagli Shardana (Onomasticon di Amenemope), che nel Vecchio Testamento sono menzionati ora come Goyim, abitanti della Galil Ha Goyim (Galilea degli stranieri), ora come Sharid, riconoscibili nei Sardi. Alcuni manufatti in avorio, che raffigurano guerrieri, indirizzano alla stessa conclusione.

 

Arte rupestre del Arco mediterraneo de la península ibérica,

Un confronto per i monumenti della Civiltà nuragica può essere  istituito con il complesso dell’Arte rupestre dell’Arco mediterraneo de la península ibérica, incluso nel Patrimonio dell’Umanità con una dichiarazione dell’Unesco del 1998, sia per la notevolissima  vastità  dell’area  impegnata dai monumenti, sia per il numero elevato dei  beni considerati, 758, sia per la loro collocazione sparsa nei territori. Ovviamente non si può fare un confronto sul piano cronologico né su quello della categoria formale degli straordinari esempi di arte paleolitica  della penisola iberica.

 

Cerchi di pietra di Senegambia

Il sito è costituito da quattro grandi gruppi di cerchi di pietre che rappresentano una straordinaria concentrazione di oltre 1.000 monumenti in una fascia larga 100 km lungo circa 350 km del fiume Gambia.  I quattro gruppi Sine Ngayene, Wanar, Wassuu e Kerbatch coprono 93 cerchi di pietre e numerosi tumuli, alcuni dei quali scavati per rivelare materiale che suggerisce date tra il III secolo a.C. e il XVI secolo d.C. Insieme, i cerchi di pietra dei pilastri e i tumuli sepolcrali associati presentano un vasto paesaggio sacro creato in oltre 1.500 anni. Riflette una società prospera, altamente organizzata e duratura.

 

Questo bene comprende un numero notevole di monumenti, circa mille, disseminati su un territorio assai più ampio della Sardegna. La cronologia, così come la  tipologia, è  però notevolmente diversa da quella dei monumenti della civiltà nuragica.