Coppellismo in Sardegna – di Dario Loddo

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Navigando sul vostro sito web della rivista sono deciso a sottoporre alla vostra attenzione una personale scoperta archeologica fatta recentemente nel territorio di Seulo. La scoperta di cui parlo è una formazione rocciosa dove una parte della sua superficie è stata abilmente incisa dall’uomo preistorico. Si tratta di una formazione geologica di scisto, in posizione pressoché orizzontale con orientamento sud/sud-ovest, a 400 circa s.l.m, dove in 4 metri quadrati sono incise circa trenta micro coppelle che secondo ipotesi già formulate per altri siti analoghi da esperti del settore sembrano rappresentare la volta celeste. La roccia è ubicata non lontano dal percorso sinuoso del Flumendosa da dove si scorgono i tacchi calcarei imponenti e minacciosi. Non è la prima volta che causalmente mi imbatto su queste espressioni di arte rupestre, esse si trovano spesso a diverse altitudini, in prossimità del fiume, negli altopiani calcarei medi fino a 1100 di s.l.m.

Per esempio. Una prima coppella si trova nella singolare Domus ‘e janas nell’altopiano di Tonnolù ed è impressa nella architrave della tomba megalitica costruita con blocchi di pietra a chiudere un’insenatura carsica che si sviluppa orizzontalmente nel calcare. Si tratta di una domu ‘e janas dalle caratteristiche singolari proprio perché a differenza di quelle scavate nella nuda roccia questa presenta una particolare modalità di realizzazione rara ed innovativa non rilevata in nessuna altra parte della Sardegna.

Un’altra coppella è rilevata in una roccia di origine scistosa a mezza costa in un declivio del Taccu ‘e Ticci non lontano in cui è presente l’entusiasmante monumento naturale Su Stampu ‘e su Turrunu. E’ incisa orizzontalmente e ha la forma di una scodella atta quindi a raccogliere liquidi. Da evidenziare che anche in quest’area sono presenti diverse domus ‘e janas. Altre coppelle sono presenti in un altopiano che conduce al monte Perdedu in un luogo eccezionale dal punto di vista naturalistico e della lettura della morfologia geologica del territorio e del paesaggio. Qui sono state incise su rocce vulcaniche di porfido in varie dimensioni e forme in posizione orizzontale quindi destinate alla raccolta di liquidi. Questo ennesimo ritrovamento dalle caratteristiche più interessanti, in quanto trattasi di microcoppelle peraltro in gran numero impresse in un luogo che sembra un osservatorio astronomico naturale, mi ha convinto a dare il mio contributo affinché il coppellismo emerga in Sardegna con tutta la sua portata che ritengo per la nostra regione non trascurabile. Il fenomeno coppellismo è una branca dell’archeologia che in Sardegna è asservita alle manifestazioni minori perciò poco studiata o volutamente dimenticata. Solo recentemente, e molto per merito di appassionati, sta emergendo un fenomeno archeologico diffusissimo in tutta la Sardegna che si manifesta nelle più svariate espressioni. Dalle cisterne di dimensioni notevoli, alle coppelle di medie dimensioni fino alle microcoppelle, dalle forme più assortite: quadrate, circolari a quelle più complesse, a volte solitarie oppure in raggruppamenti numerosi, spesso unite fra loro da canaletti comunicanti.

Si rilevano in gran quantità a Gesico, a Pimentel, a Orotelli, a Mamoiada, ad Alghero e così via fino a formare una presenza diffusa che in parte è ancora tutta da scoprire. Intanto sull’web cresce in modo esponenziale l’interesse e l’entusiasmo per queste pratiche singolari di culto neolitico dove l’acqua e/o il sangue impiegati probamente nei riti giocano un ruolo principale, cosi come gioca un ruolo da protagonista la pietra oggetto fondante nella vita dei neolitici sardi in un isola che è anch’essa di pietra. La pietra per costruire, per fabbricare armi, arnesi, da usare come oggetti contundenti, da raschiare, rompere, frantumare, da lisciare fino alla sua incisione per dar vita a questo fenomeno cultuale importante proprio perché omogeneo e capillare in tutta la Sardegna. Santuari e luoghi di culto quindi ideati e realizzati tenendo conto di tutti gli elementi universali come la madre terra, l’acqua e/o il sangue come simboli di vita, gli astri ammirati nella volta celeste e poi impressi, tali e quali, sulla dura roccia. Il tentativo forse di addomesticare quel mondo lontano e irraggiungibile, avvincente e misterioso, dove forse vivono le divinità che decidono il destino degli uomini. Divinità del bene e del male, sopra ogni cosa, che pretendono di essere adorate ed onorate per non scatenare la loro ira e il loro rancore. Da una parte, lo stupore di fronte alla bellezza dell’universo conosciuto ed infinito, il verde delle montagne e delle colline, l’immensità dell’acqua del mare azzurro e trasparente, il mistero delle notti illuminate dal chiarore intenso della luna, dall’altra, il terrore che diventa incubo dei temporali accompagnati dai tuoni e dalle saette, la distruzione dei raccolti, i terremoti e i maremoti tutto crea incertezza che stimola l’interpretazione, che porta l’uomo neolitico ad interrogarsi sul senso dell’esistenza e dell’aldilà. L’incidere sulla pietra diveniva al tempo stesso una forma di preghiera e di devozione, oltre che dotarsi degli strumenti del culto anche un segno della volontà umana di testimoniare la propria identità in transito. Non semplici contenitori per atti quotidiani ma strumenti di culto, di intima religiosità preistorica realizzati in luoghi non casuali ma opportunamente scelti. Altopiani di medie ed alte altimetrie, spuntoni di rocce ubicate in luoghi elevati o a mezza costa, sono i segmenti territoriali preferiti, dove non esistono ostacoli tra l’altare e l’immensa volta celeste brillante di migliaia di stelle. Molti interrogativi per questo fenomeno storico/espressivo/comunicativo a cui ancora gli archeologi non sanno dare risposte certe e definitive forse proprio perché di difficile discernimento e di conseguenza non sufficientemente studiato. Manca per esempio in Sardegna un censimento del fenomeno che possa quantificarne la consistenza e per questo motivo una risorsa preistorica a parziale rischio di depauperamento. Chissà quante coppelle sono state distrutte con l’aperture di cave, di bonifiche agricole, di opere viarie, di mezzi meccanici impazziti condotti anche involontariamente nei luoghi della cultura, di atti di vandalismo gratuiti e quant’altro. Quante né spariranno da qui a cinque, dieci, vent’anni. Capita anche che delle scoperte fatte e regolarmente segnalate alle soprintendenze non vengano prese in alcuna considerazione confermando il carente interesse culturale per questo genere di espressività neolitica. In conclusione il coppellismo è abbondantemente presente nel territorio Seulese così come numerose sono le Domus ‘e janas (localmente forreddus) alle quali quasi sempre si accompagnano. Un territorio, che vale ricordare, è interessato da scavi archeologici da parte della Università di Dhuram (Inghilterra) in collaborazione con le università di Oxford (USA) e Adelaide (Australia) in cavità sotterranee come le grotte Domus ‘e Janas di Addolì, Sa Ruta ‘e i Bitulleris, Su Longu Fresu e altre che stanno dando sorprendenti risultati dal punto di vista archeo-antropologico dell’età neolitica in Sardegna e dell’origine genetica dei sardi. Scavi sicuramente ancora allo stadio embrionale della ricerca che potrebbero portare a dei risultati davvero strabilianti nella conoscenza della preistoria in Sardegna. Perciò, queste manifestazioni di religiosità rupestre in questo caso a cielo aperto, mi riferisco alle coppelle, si aggiungono a quelle che già si stanno facendo in ambienti sotterranei di cavità carsiche abitate nel periodo medio e finale del neolitico sardo. Ciò prova che questo areale territoriale per le sue caratteristiche orografiche, geologiche, ambientali e di isolamento storico ha conservato gran parte delle azioni quotidiane, siano esse culturali economiche e sociali del sardo di 4000/5000 anni fa.