Fede e poesie di tempi lontani

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di Giorgio Valdès Nel 1912 Raffaele Pettazzoni, così scriveva nel suo libro “La Religione Primitiva in Sardegna”: “Tutta la vita del popolo di Sardegna è ancora piena di sopravvivenze. Come la casa sarda con la sua pianta caratteristica a focolare centrale continua un tipo di casa preistorica, come nelle capanne (pinnetas) costruite oggidì dai pastori per temporaneo ricovero si ripete la linea e la struttura del nuraghe primitivo, così nell’anima del popolo canta ancora la fede e la poesia delle età lontane. Ascoltiamo una preghiera popolare: < S’arza, sa pinta, sa tarantula, s’abiòlu, s’iscopone mai non nde ida, Deus li malaigat, chin tottu sas puppias malas, chin tottu sas umbras de sa cussorza> .* E’ una specie di scongiuro che si recita nel Nuorese (Siligo e Siniscola) per non essere morsicati dai ragni e da altri piccoli insetti, quasi fossero mossi da spiriti maligni. Non par di sentire un eco di quanto riferisce Solino (scrittore romano del III secolo-nota mia) a proposito della solifuga: ‘un piccolo animaletto che ha forma di ragno, ed ha nome solifuga, perché fugge la luce del sole; abbonda nelle miniere d’argento onde è ricco il suolo dell’isola; striscia invisibile sul terreno, e chi per inavvertenza vi si asside sopra, ne è ammorbato’. Così pure, l’ammutadore – come si chiama l’incubo in dialetto logudorese – concepito, com’è, quasi in forma di dèmone, richiama la mente le visioni che agitavano nel sonno i Sardi antichi, i quali ricorrevano, per guarirne, all’incubazione presso le tombe”.

*la traduzione della preghiera riportata dal Pettazzoni potrebbe essere questa: “ l’argia, la malmignatta, la tarantola, il vespone, lo scorpione mai non ne veda, Dio li maledica, con tutte le cattive apparizioni, con tutte le ombre della contrada”. Non so tuttavia se s’arza e sa pinta siano due modi di nominare lo stesso ragno, appunto l’argia, di cui si parla in questo articolo di diversi anni fa. http://sardegna.blogosfere.it/2006/09/il-ritorno-dellargia.html