Fenici, colonizzatori o emigranti di ritorno?

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di Giorgio Valdès Mi sono sempre fatto un’idea bucolica di questi fenici, che intorno al IX secolo a.C. erano sbarcati sulle nostre coste provenendo da “su corru ‘e sa furca” per commerciare pacificamente le proprie mercanzie con le popolazioni locali, le quali al contrario proprio pacifiche non erano, se è vero che qualche secolo dopo avrebbero duramente sconfitto il generale cartaginese Malco, che in tale occasione perse quasi tutto il suo esercito, composto di ben 80.000 uomini. Circostanza riferita dallo storico romano Giustino (II/III sec. d.C.), quando scriveva che i cartaginesi “portata la guerra in Sardegna, furono gravemente sconfitti in una grande battaglia dove persero la maggior parte dell’esercito….” Sta di fatto che i fenici dovevano possedere anche una furbizia mostruosa se, con la scusa di mercanteggiare, erano riusciti ad appropriarsi delle migliori aree costiere sarde per realizzare importanti scali portuali come Nora o Tharros. Ipotesi sostanzialmente avvalorata dall’archeologo Raimondo Zucca, che in un articolo sulle statue di Monte Prama, apparso nell’edizione della Nuova Sardegna del 25 marzo scorso, affermava che “le vecchie tesi non reggono più e oggi si inizia a fare i conti con un crogiolo di culture in cui i colonizzatori fenici e le popolazioni autoctone per secoli hanno vissuto l’una accanto all’altra, convergendo in interessi e traffici economici”. A parte la frase sibillina sulle “vecchie tesi che non reggono più”, che sicuramente meriterebbe una spiegazione più articolata, è inquietante pensare che dopo quarant’anni dal dissotterramento delle statue di Monte Prama, “solo oggi” ci si decida a fare i conti con “un crogiolo di culture” dove non mancavano certamente i fenici, che dopo averci colonizzato avevano acconsentito, bontà loro, di coinvolgerci nei loro traffici. Salvo che questi presunti colonizzatori orientali, che avevano così abilmente raggirato i nostri progenitori rendedoli “currurus e appalliaus” non fossero invece, più semplicemente, degli emigranti di ritorno (o i loro pronipoti); ciò che renderebbe più credibile l’intera vicenda. A questo proposito Gerhard Herm (“L’avventura dei Fenici”) scrive che “i Cananei non si sono evoluti da navigatori costieri a navigatori d’alto bordo per le loro capacità intrinseche, ma sono stati messi in condizione di uscire dalle loro riserve per cimentarsi in altre maggiori, solo a contatto con gli invasori stranieri”. Tesi confermata da Dimitri Baramki, curatore del museo libanese di Beirut, quando sostiene (Herm) “che i navigatori costieri cananei, uscirono dominatori d’alto mare dopo l’integrazione con i Popoli del mare che avevano precedentemente devastato parte del territorio libanese”. Ma anche Leonardo Melis, nei suoi scritti, ricordava che secondo Sir Leonard Wooley, lo scopritore di Ur, “l’espansione marinara dei Fenici fu dovuta all’installazione degli ‘Asiani’ (così erano chiamati i Popoli del Mare) nei territori della Fenicia stessa intorno al 1200 a.C., lo stesso periodo quindi dell’ultima invasione dei Popoli del Mare che ne avevano occupato i porti”. Si può quindi sostenere la teoria che i fenici rientrati in Sardegna, altro non fossero se non i pronipoti di quegli shardana che all’inizio del XII secolo a.C. avevano conquistato i loro territori, integrandosi quindi con le popolazioni locali.