Il lungo e sinuoso pensiero della mente nuragica giunto fino a noi.

pubblicato in: Senza categoria | 0
Share

“Per certi versi la Sardegna è eccessiva: troppo mare, troppe montagne, troppo sole, troppo selvatico, troppo strano. Ma di una cosa si deve essere certi: ci si ammala di mal di Sardegna, come si dice dell’Africa. E tutti i suoi abitanti hanno tale malattia, contratta sin dall’infanzia più tenera, e i turisti se ne ammalano sin dalla prima visita occasionale.” (Giovanni Caruso)

Anni fa divenni molto amico di un pastore che aveva l’azienda in una regione situata a nord di Cagliari, presso un paesino del quale, per ovvie ragioni, preferisco non rivelare il nome. Bravissima persona e grande lavoratore, come la maggior parte degli abitanti di quelle zone. Ricordo che gli regalai una bella “leppa” da pastore con lama affilatissima in acciaio satinato comprata a Cagliari da un prestigioso coltellinaio. In pochi mesi diventammo buoni amici. Un giorno, mentre si parlava del più e del meno, del suo lavoro di allevatore, del territorio, ecc – io sono molto curioso e faccio sempre un sacco di domande manco dovessi scrivere ogni volta un articolo per qualche giornale – egli mi fece un’inaspettata confidenza. Mi spiegò infatti, che nel loro mondo rurale (in seguito capii che si riferiva ad un territorio molto più ampio), vigeva una sorta di amministrazione parallela, uno Stato separato. A suo modo di vedere, si esercitava una sorta di sacra legge del clan, scritta col sangue e sulla pietra e proveniente dagli albori, forse anche precedentemente all’età nuragica. Secondo questo codice, ai meritevoli era consentito di andare sempre avanti, mentre chi si macchiava di colpe gravi come l’abigeato (considerata colpa gravissima), lo stupro, il ratto, il furto, la rapina, l’omicidio, ecc, veniva punito anche con la morte. Mi fece intendere che un tribunale di saggi del clan decideva come comportarsi, comandando le esecuzioni in seguito ad ampia discussione, dopodiché i pastori gerarchicamente inferiori avrebbero eseguito le loro decisioni

Rimasi di stucco naturalmente, e la prima cosa che volli sapere fu con quale sistema si poteva, per esempio, giustiziare un impenitente ladro di bestiame privandolo della vita e senza nessun contraccolpo o reazione da parte del sistema punitivo ufficiale, quello dello Stato Italiano insomma. Lui non si scompose e tranquillamente mi disse che in quei casi, di solito, “i capi” ordinavano che venisse inscenato un suicidio, e nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Dopo questa confessione smisi di fare tante domande…

Singolare resta il fatto tuttavia, che leggendo “i racconti della Nuragheologia” di Raimondo De Muro, riscontrassi delle descrizioni socio-antropologiche pressoché identiche a quelle descrittomi dal mio amico pastore e facessi pure un sobbalzo sulla sedia, tanta era l’assonanza tra quanto avevo scoperto anni prima e le testimonianze di De Muro sul mondo agro-pastorale. In buona sostanza, De-Muro sostiene che, in Sardegna sia esistita, e forse in qualche modo “sopravvive ancora, una sorta di ‘organizzazione comunitaria’, diffusa soprattutto nel mondo agro-pastorale, con proprie leggi e norme di condotta; un ordinamento sociale che, correndo parallelo alle vicende storiche ‘ufficiali’ dell’isola, affonda le sue radici nei millenni, risalendo fino all’epoca nuragica.” Da questo punto di vista debbo ammettere che le ricerche di De Muro collimano con le mie. De Muro parla anche di una primordiale bandiera ‘nazionale’ della Sardegna nuragica, a forma di Croce e Labirinto; Di sicuro precedente a quella imposta dai catalano-aragonesi. A dir il vero in Sardegna abbiamo uno dei primi esempi del Mediterraneo di questa simbologia nel graffiti del labirinto di Luzzanas a Benetutti (SS). Secondo alcuni studiosi, nell’antichità, il labirinto simboleggiava il tentativo di mettere ordine al caos primordiale razionalizzandolo, ovvero, creando uno schema grafico capace di sbrogliare il groviglio cosmico e sociale nel quale l’uomo si ritrovava imbrigliato. La soluzione al labirinto significa “trovare la via d’uscita”, e la schematizzazione del labirinto evidenzia la soluzione più breve. In parole povere, il labirinto, con la sua immagine a metà tra la raffigurazione di un cervello umano e una spirale cosmica rende bene l’idea della rappresentazione dell’arcano, cioè di due mondi sconosciuti alla maggior parte degli uomini, e fornisce contemporaneamente, per chi è in grado di utilizzarla, una chiave di lettura risolutiva. Il coraggio e l’intelligenza sono i due strumenti che occorrono per percorrere la via sinuosa del labirinto dalla partenza all’arrivo. Il mondo nuragico era diviso almeno in due categorie: da una parte il mondo rurale agricolo e commerciale; dall’altra il mondo degli allevatori. Il mondo rurale agricolo e industrioso (metallurghi compresi) dei sardi dell’età del bronzo era un universo che aveva bisogno di amministrare con saggezza il territorio per trovare autonomamente la via d’uscita dal labirinto. In quel modo fu possibile realizzare una fitta rete costruttiva che mettesse dei paletti all’anarchia giuridica e territoriale del pastore per riuscire a costruire uno stato di benessere senza precedenti. E questo lo vediamo proprio durante la fase del primo ferro, momento in cui la civiltà nuragica raggiunge il massimo splendore materiale, commerciale ed economico. Ma il mondo rurale della pastorizia, non si è mai assoggettato alle leggi imposte da altri (immagino ai limiti imposti dai contadini e dalla loro cultura pragmatica e desiderosa di utilizzare correttamente le risorse ambientali) né ha mai smesso di autoamministrarsi dotandosi di un codice giuridico interno piuttosto esoterico che poi diverrà diffuso, almeno nelle sue forme più note, come “codice barbaricino”. Esteso non solo alla Barbagia, come io penso che sia.

E questo è lo speciale filo conduttore che lega quella civiltà rurale antica a quella pastorale di oggi, tenendola per molti versi immutata. Quel filo dunque non è solo un mezzo di conduzione, è piuttosto uno strumento di condotta in cui si delineano (per noi cittadini in giacca e cravatta quasi incomprensibile rispetto a ciò che indica e che a noi pare impossibile) metodo, attenzione e continuità. Il labirinto dunque, ricorda un gomitolo di lana, un pensiero sottile e aggrovigliato disposto a dire che nulla è semplice e lineare: come se fosse un filo mentale che lega e intreccia i fili del nostro spazio esistenziale. Se dovessi esprimere un giudizio sulla continuità culturale di questo “stato parallelo”, di questo bisogno atavico dell’uomo rurale pastorale sardo di autoamministrarsi, di fare comunità a se, perché solo chi è dentro può capire a fondo i desideri, i bisogni e le necessità di quel sistema chiuso, direi che il labirinto di Luzzanas lo rappresenta molto bene: solo restando fedeli nei secoli ad un metodo (su connottu) si può arrivare al centro del problema, luogo dove vincere l’eterna lotta contro il male e tornare salvi al punto di partenza, trasformati, trasmutati e riniziati, con una consapevolezza molto maggiore di prima. (Mlqrt R)

Foto Igiemme: graffiti della domus de janas di Luzzanas – Benetutti (SS)