La pietra, l’acqua e i metalli

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di Giorgio Valdès

Su Casteddu ‘e Fanari domina il vasto tratto di Campidano che confina a sud est con lo stagno di S.Gilla. Nel territorio alle sue spalle si segnalano, tra gli altri, gli antichi siti minerari di Niu Crobu, Su Filixi, Tuviois, Monte Caboni, Monte Idda e la miniera di Trempa Concalis – Sa Rutedda. Si può razionalmente presumere che la valle sottostante, un tempo comprendesse alcuni affluenti del rio Mannu, oggi ridotti a semplici ruscelli, che in periodo nuragico potevano tuttavia contare su una portata idrica tale da consentirne la navigazione o quanto meno l’utilizzo per il transito delle chiatte che trasportavano metalli e minerali verso la laguna di S.Gilla. Quest’ultima era indicata, nelle vecchie mappe, come un sito forse più importante della stessa città di Cagliari, comprendendo uno scalo portuale che per secoli aveva svolto un ruolo strategico nell’ambito dell’intero bacino mediterraneo. Il ritrovamento nei dintorni di Su Casteddu ‘e Fanari di manufatti metallici di diverso tipo, tra cui le spade di Monte Idda e di S.Iroxi a Decimoputzu, fa presumere che in zona si svolgesse un’attività metallurgica fiorente, facilitata appunto dalla possibilità di agevole collegamento con le postazioni di imbarco dislocate all’interno della laguna di S.Gilla. Analoghe considerazioni valgono per il fiume Cixerri, il cui corso terminava nella stessa laguna passando in prossimità del nuraghe “Sa Domu ‘e S’Orku” di Domusnovas e dell’area di “Sa Duchessa”(bacino minerario da cui si presume provenisse addirittura l’argento di alcuni monili faraonici) e per il rio Gutturu Mannu, a sud est della riserva naturale di Monte Arcosu, con le miniere di S.Leone e l ’importante presidio nuragico di Fanebas, descritto da Nurnet in alcuni post precedenti. L’odierna visita a Casteddu ‘e Fanari, m’induce allora a ripresentare un’ipotesi, che mi auguro sia accolta benevolmente, essendo per certi versi piuttosto fantasiosa. Immaginiamo, allora, che una flotta importante si trovasse alla fonda nel porto di S.Gilla, i cui “servizi logistici” e la torre/nuraghe di guardia erano situati a “Sa Illetta”. La flotta comprendeva navi mercantili che si apprestavano a salpare per l’Egitto e per altre destinazioni mediterranee, dopo avere imbarcato i minerali e i metalli che provenivano dai territori di cui si è in precedenza riferito, ma anche imbarcazioni da guerra degli Shardana e degli altri popoli del mare. Improvvisamente “n’di calara su xelu”, piove a dirotto “per un giorno e una notte terribili”, e come capita spesso in questi frangenti, monta pure il levante. Col vento s’ingrossano le onde, i fiumi straripano riversando sulla laguna tonnellate d’acqua e di fango, le navi rompono gli ormeggi e colano a picco. La torre di controllo e le postazioni logistiche crollano e in poche ore S.Gilla si riduce a un’immensa pozzanghera che inghiotte un’intera civiltà, che non si riprenderà mai più da quell’immane cataclisma. Vi pare una cosa inverosimile? Non credo proprio perché, come ricorderete, nell’Ottobre del 2008 nello stesso luogo successe che in una sola notte di pioggia, quei fiumi un tempo navigabili e oggi ridotti a rii, combinarono un enorme disastro lungo tutto il litorale di Capoterra e sino a Poggio dei Pini, travolgendo auto, affondando barche, sommergendo case e causando persino vittime. Sono oramai passati sei anni e dai danni di quell’alluvione il territorio interessato non si è ancora risollevato, nonostante il prodigarsi della Protezione Civile e la disponibilità di escavatori meccanici e di tanti altri mezzi d’opera…. che in periodo nuragico ovviamente non c’erano

Nell’immagine: Intervento di recupero di anfore puniche da parte della OT.Sub del socio Nurnet Nicola Porcu (chissà cosa ci sarà ancora sotto gli strati inferiori di fango della laguna!).