L’ultimo Rituale- Racconto

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Capitolo integrale tratto dal Romanzo di Mauro Atzei "L’ultimo Rituale- romanzo Sherden"

Agli inizi del bronzo finale, una brigata composta da tre esperti guerrieri provenienti dalle isole a occidente, riesce a raggiungere le coste della Sardegna centro-occidentale. I due regnanti, Salthar e sua moglie Itria, da quel momento in poi useranno tutto il potere e la magia di cui dispongono per difendere il loro popolo dai possibili attacchi di sconosciuti nemici provenienti dal mare. Alla fine della tenzone, in onore dei guerrieri caduti, viene costruito un grande mausoleo spirituale, oggi conosciuto come necropoli di Monte Prama, con l’erezione di grandi statue celebrative scolpite nell’arenaria di tutti i guerrieri caduti in battaglia.

11° parte/ Onori, tributi e regalie

La piana dei campitani(*), durante i mesi estivi, era un’immensa distesa di vigneti profumati. Il dolce frutto, autoctono e conosciuto sull’isola dal II Millennio a.C., viveva un’epoca di rinascita straordinaria. Le favorevoli condizioni del clima, dopo secoli di freddo rigido, si erano assestate su temperature miti e temperate. La vendemmia d’ottobre prometteva un’annata straordinaria per gli abitanti della fertile vallata. Appena tornato in se e padrone del suo podere reale, Salthar, decise di far visita a tutti i Merre dell’isola, con l’intento di comunicare della guerra prossima ventura contro non precisati nemici provenienti da ‘marqu estu’, il mare dell’ovest. Il suo intento precipuo era quello di incassare le tasse per finanziare la guerra. I merre erano i principi coronati. Ognuno di loro aveva la responsabilità amministrativa, giuridica ed economica del proprio territorio, chiamato meriagu(**). In quell’epoca ogni meriagu possedeva almeno una fruttuosa vigna da vino, un ovile e diversi nuraki. I grappoli d’uva, secondo antica tradizione, erano torchiati con i piedi dai generosi meriagunini (i cittadini/sudditi del meriagu o anche solo familiari del merre) e il mosto ricavato doveva essere deposto in tinozze di legno e preparato per il successivo rito magico che lo avrebbe trasformato in vino. La vendemmia doveva essere svolta in condizioni di luna decrescente. In corrispondenza del primo giorno di luna crescente, fino al perpetuarsi della luna piena, il dolcissimo succo avrebbe decantato dentro i tini al centro della tholos di un nurake. Le luci alternate del sole, di giorno, e della luna, di notte, penetranti dalla sommità del nurake e dirette sul mosto in fermentazione, con le loro due energie, opposte e complementari, avrebbero “cosmizzato” il prezioso liquido che da acidulo intruglio si sarebbe trasformato in dolce nettare “divino”. Per Salthar sarebbe stato facile colloquiare con i merre. Gli fu sufficiente recarsi presso tutte le vigne a lui conosciute. Sellato con un apposito telo di lana, lavorata e multicolore, il suo cavallo bianco, partì veloce come il vento. Salthar doveva eseguire le ultime operazioni di buon governo prima del suo ricongiungimento con l’adorata regina consorte e con il suo esercito. Cominciò da occidente. Il primo principe che incontrò fu Murru, principe coronato dei meriagus dei Maurusi, i cacciatori d’uccelli. Gli parlò, si abbracciarono, brindarono con l’ultimo vino. Salthar raccontò gli ultimi avvenimenti. Alla sua partenza il principe fece dono al re, di un affilato stiletto d’ossidiana con il manico d’osso di cervo, tempestato di pietre preziose. Proseguendo verso sud fu la volta di Porku [nome di origine sumera derivante da bur + ku, aratro fertilizzante cioè agricoltore], il principe coronato dei meriagus degli agricoltori. Egli fu informato dei fatti da Salthar, e quando il re si congedò gli fu donato un piccolo aratro d’oro. E poi fu la volta del principe Lorrai, il profeta estatico, e di Orgiana che fu principessa del meriagu dei culti della profezia. Venne a contatto con Karramatzina (***), l’esorcista, e con Zudda [dal sum. Sud-da] l’uomo più alto del mondo e, ancora, incontrò Saba, il birraio della Marmiddha e poi Pubusa il ricco mercante dell’oro rosso (corallo). Inoltre, salutò e conversò con Piroddi, l’alto ufficiale dei giudici locali, e poi fu la volta di Kessa, il boscaiolo del nord, e subito dopo di Kerki il costruttore di nuraki. Fu celebrato e glorificato da Ka-ra, il sacerdote del dio sole che gli regalò una grande ascia bipenne d’argento. Fu invitato alla ricca tavola di Kamedda [dal sum. Kham-ellu, fulgido genitore] l’uomo più prolifico dell’isola con ben 43 figli avuti da due sole mogli. Quest’uomo concesse a Salthar ben dodici delle sue figlie adolescenti, da destinarsi al culto della prostituzione sacra, dato che, secondo la tradizione, dovevano prostituirsi almeno una volta prima del matrimonio. Non ci furono solo onori, tributi e regalie per Salthar. Il re, divenuto un riconoscibile guaritore a causa della luce splendente che emanava dalla testa e dalle membra, dovette imporre le mani per guarire la principessa Burranka [(W)araqu-m], divenuta invalida per una caduta da cavallo. Ella riprese a camminare, e la prostituta del culto, Brotzu [origine del nome dall’akkadico (plur.) Bur-rutu, servitrici del tempio], gravemente malata di sifilide, grazie alle cure del re sciamano, guarì immediatamente.

 

 

(*)=. Campitani, da Campu Idanu “territorio a vigneti” dal sardo ide “vite”. (**)= Meriagu, luogo destinato all’allevamento degli animali e al ristoro ombroso, dall’akk. Meru, ‘pregnanza, gravidanza’ + agu(m) circolo, cerchio, recinto circolare. (Dedola) (***)=Karramatzina dal sum. KARA – MASH + ina : ‘camera del prete, santo puro, esorcista della magia’. (Sardella)