Nurras e Pozzi Sacri

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di Giorgio Valdès

“ Quei serbatoi temporanei nella roccia che provvedevano momentaneamente ai bisogni delle tribù, dovettero fornire il prototipo naturale a quella conca rupestre che fu il nucleo e l’elemento intrinseco onde poi si svolse il tempio a cupola. Anche oggi nelle regioni montuose della Sardegna centrale, e più precisamente nel Nuorese, s’incontrano spesso delle cavità circolari della montagna , specie di pozzi naturali, dove si sprofondano le acque povane, e dove talora per vendetta si fanno dai pastori sparire le tracce dei loro nemici. Queste cavità rupestri, misteriose e profonde, si chiamano ‘sas nurras’: e sembrano già dal loro nome accennare alle epoche remote che videro sorgere anche i ‘nuraghi’. Esse sono, a parer mio, una cosa sola con quelle primitive conche naturali, che furono ripetute ad arte dentro i santuari. Piovuta dal cielo o trasportata da una sacra fonte, una certa quantità d’acqua prodigiosa era deposta entro una conca rupestre, come in una vasca simbolica, gelosamente custodita sotto un edificio monumentale, nel quale si rivelò tutto lo sforzo di un’arte dalle secolari esperienze, ma ancora rude e incolta. Nella sacra cella forse il solo sacerdote scendeva ad attingere il magico elemento….” Questo scriveva Raffaele Pettazzoni, nel suo libro “La Religione Primitiva in Sardegna” a proposito del culto delle acque nella civiltà nuragica (a parte ogni considerazione sulla genericità ed opinabilità delle considerazioni sul cruento utilizzo delle “nurras” da parte dei pastori sardi).

Nelle immagini: uno dei due pozzi sacri di Matzanni a Vallermosa in una foto di Panoramio; la discesa nella “Nurra ‘e Leone” di Monte Coazza in una foto del Centro Speleo Archeologico Dorgali "Vittorio Mazzella".