Sa femmina accabbadora

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di Giorgio Valdès

La giornata era stata lunga e faticosa, ma gli occhi del giovane Kau brillavano ancora per l’eccitazione. Suo padre Danu, che adesso lo precedeva di qualche passo lungo il sentiero che fiancheggiava i Monti dell’Argento, oggi lo aveva introdotto nel “mondo dei grandi”, regalandogli il piccolo pugnale che ora stringeva in mano con orgoglio, dopo averlo inserito nel suo bel fodero di cuoio. La stessa mattina Danu lo aveva accompagnato all’interno del grande nuraghe per raccontargli che un tempo, in quel luogo sacro, si svolgeva il rito del lavacro degli occhi, al quale era sottoposto chi era sospettato di furto di bestiame o di altri misfatti che la grande dea madre non ammetteva. “Vedi”, disse Danu “spesso la dea madre era clemente, ma tante altre volte l’acqua toglieva la vista a chi non aveva osservato le regole che tutti sono tenuti a seguire”. “Devi anche sapere” continuò “che a quei tempi la stessa vita aveva un altro valore e se un uomo diventava vecchio e sofferente e non poteva più badare a se stesso, non era assistito come facciamo adesso con gli anziani, che sono sempre al centro delle nostre amorevoli attenzioni, ma si racconta fosse condotto sulla rupe ‘babaiecca’, così che la sua vita terminava nel sottostante dirupo. Ed anche ai malati erano risparmiate nuove pene quando ‘sa femmina accabbadora’, vestita di nero e velata, arrivava con il suo ‘mazzuolo’ di legno d’ulivo e con un rapido e pietoso gesto, poneva fine a tutte le sofferenze”.

Nell’immagine: il mazzuolo de “sa femmina accabbadora” conservato nel museo etnografico Galluras di Luras.