Sardegna ed Egitto, una lunga storia

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di Giorgio Valdès

In diversi post pubblicati nel corso degli anni si era accennato al probabile significato dei petroglifi incisi sulle pareti interne della così detta “tomba delle corna“, situata al confine nord occidentale della necropoli di Montessu a Villaperuccio, ipotizzando un riferimento alla “probabilmente coeva” cultura egizia di Naqada II, che si sviluppò tra il 3500 e il 3200 a.C.

Alla cultura di Naqada II si riferiscono i due vasi riportati in una delle immagini allegate ed anche la riproduzione della pittura parietale rinvenuta a Hierakonpolis. Sia nei vasi che nel dipinto appaiono delle barche, probabilmente cerimoniali, sormontate da un doppio naos.

Ci era apparsa abbastanza evidente l’analogia tra le barche egizie riprodotte sui vasi e nelle pitture di Hierakonpolis (la nera in particolare) e il petroglifo di Montessu ripreso in uno scatto di Sergio Melis.
Potrebbe trattarsi di un caso fortuito, ma è più ragionevole ipotizzare l’esistenza di stretti rapporti tra Sardegna ed Egitto, decorrenti quantomeno dal periodo neolitico. Se così fosse, e la circostanza è sostenuta da diverse autorevoli firme tra cui quella di Giovanni Ugas, si tratterebbe di comprendere in che modo siano avvenuti gli scambi culturali tra la Sardegna e l’Egitto e come (e se) la cultura dell’una abbia influito su quella dell’altro o viceversa.

Considerazioni simili possono riproporsi oggi in relazione ai petroglifi presenti in altre  domus de janas dove invece compaiono figure geometriche particolari, a volte sovrapposte in misure decrescenti. Ne sono esempio quelle riprodotte sopra i varchi realizzati sopra le pareti delle domus di: Santu Pedru di Alghero, Sa Cappella ‘e sas Fadas a Bono (Sergio Melis), Brodu di Oniferi e Sos Furrighesos di Anela (Nicola Castangia). Nella domus di Littu ‘e Toas di Villanova Monteleone (Nicola Castangia), due di queste figure geometriche sovrastano quella che viene generalmente interpretata come “falsa porta”, cioè lo “stargate” tra il mondo dei vivi e quello dei morti attraverso la quale secondo la comune tradizione dei sardi neolitici e degli egizi, l’anima del caro defunto poteva transitare per nutrirsi del cibo che nelle nostre domus veniva depositato in apposite coppelle.

Anche nelle belle immagini di  Marco Secchi, allegate ad un post pubblicato il 5 luglio scorso sulla pagina facebook di Nurnet, appaiono queste citate figure geometriche singole o sovrapposte, come anche un altro “misterioso” simbolo (a destra in basso in una delle foto ).

Quale interpretazione dare a questi petroglifi? Potrebbe al proposito venirci incontro la rappresentazione grafica del simbolo egizio “Ka”, nelle sue declinazioni geroglifica, ieratica e demotica (da sinistra a destra), tratta dal libro “Geroglifici” di Maria Carmela Betrò.

Rappresentazione che evidenzia una certa similitudine con i nostri petroglifi incisi nelle domus sopra indicate.

Scrive al proposito l’egittologa Betrò: “Il ka è una potenza vitale, che possiedono sia gli uomini che gli dei. Si trasmette di padre in figlio e, come tale, più che un elemento della personalità individuale, appartiene, usando concetti moderni, al patrimonio genetico ereditario di un uomo. Il dio vasaio Khnum forma sul tornio il ka di un uomo contemporaneamente all’uomo stesso w il ka si riunisce all’uomo, quando questi muore, grazie ai rituali eseguiti nel corso dei funerali. Dei vari elementi che compongono la personalità di un uomo nella concezione egiziana è il più vitale, legato ad un nesso profondo alla potenza sessuale (anch’essa chiamata k3=ka e connessa alla figura del toro – nota di chi scrive) e al cibo, come fonte di energia e vita (k3w=kaw). Secondo una delle interpretazioni più diffuse del segno, il gesto delle braccia protese potrebbe alludere all’offerta del cibo, come momento sacro del cerimoniale divino e funerario: lo attesterebbero alcuni vassoi rituali in pietra dell’età predinastica e protodinastica, dove il geroglifico delle braccia fa da contorno al piatto dell’offerta…”.

Piatto dell’offerta che nelle domus è invece rappresentato dalle coppelle come quelle scolpite sul pavimento di gran parte delle domus tra cui quella de S’Incantu a Putifigari, antistante una falsa porta (Bruno Sini).

E’ importante infine notare che il kaw, cibo inteso come fonte di energia e vita, veniva rappresentato affiancando o sovrapponendo una serie di due o tre braccia unite (due o tre ka) di misura decrescente.

In allegato: la rappresentazione grafica del ka egizio e un particolare della domus di Sa Cappella de sas Fadas a Bono in uno scatto di Sergio Melis.

Le altre immagini sono reperibili sulla corrispondente pagina facebook pubblicata in data 8 luglio 2018.