Le braccia e il capovolto

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di Marco Chilosi
La saggistica sulle stele antropomorfe (o menhir statue) è molto ampia, e non è facile ricavare una visione di sintesi su questa affascinante tipologia artistico/religiosa della preistoria, diffusa a livello mondiale in differenti civiltà ed epoche. Dal paleolitico e primo neolitico, in cui predominavano le raffigurazioni della “Dea Madre”, in figurine di modeste dimensioni e mutevoli stili, si è passati ad un dualismo maschio/femmina di notevole diffusione e, apparentemente, coerenza simbolistica, con progressiva prevalenza delle figure maschili ed incremento volumetrico, di tipo statuario. Vorrei in questa sede riprendere l’argomento di due post apparsi recentemente su Nurnet, riguardanti l’interpretazione dei rilievi dei menhir-statue di Laconi e paesi limitrofi [1,2]. Su queste bellissime ed enigmatiche stele restano senza risposte numerose domande: la cronologia precisa, la localizzazione originale, il significato delle figure rappresentate, ed il significato dei simboli su di esse scolpiti con rara maestria [3]. La proposta di una rilettura complessiva dei differenti elementi rappresentati sulle stele, iniziata con la rilettura del pugnale presente all’altezza della cintura delle stele [1,2], vorrei estenderla ora alle figure presenti nel tronco, descritte come “tridenti”, “ancore” o figure umane “capovolte” [4,5].
Cominciamo con l’analizzare, per metodo, le similitudini e le differenze evidenziabili tra le stele di Laconi con quelle coeve, quelle successive e, se possibile, quelle precedenti, che formano l’estesa casistica disponibile, comprendendo anche tipologie differenti di rappresentazione antropomorfa (in particolare sculture e statuine) [6,7]. Lo schema tipico e ripetitivo della casistica di Laconi è la tripartizione dei simboli, che comprendono: 1. una schematica rappresentazione del viso (tipicamente descritto come a “T”), molto simile alle stele della Lunigiana e quelle ampiamente prodotte nel Mediterraneo preistorico, 2. Una stilizzata figura interpretata “ufficialmente” come arma da taglio alla cintura (ed oggetto di discussione nel precedente post)[1,2]; 3. Il tridente o “capovolto”, figura enigmatica di foggia variabile ma certamente univoca nella sua simbologia. Un altro elemento stilistico molto evidente in questa comparazione è in “negativo”: l’apparente assenza delle braccia. Questo elemento stilistico, appare singolare a causa della divergenza rispetto ai canoni iconografici prevalenti nella casistica, dalle colonne di Gobekli alle più recenti stele dell’età del ferro (figura 1). Anche se con alcune differenze di posizionamento degli arti e delle mani, presumibilmente finalizzato ad evidenziare particolari elementi anatomici di pregnante simbolismo, prevalentemente collegati alla fertilità (seni, organi genitali, ombelico), la presenza di braccia e mani è diffusissima. Perché allora questa singolarità dei menhir antropomorfi della Sardegna pre-nuragica? Perché questa rappresentazione avulsa dal contesto di una così potente e costante tradizione, trasversale nel tempo e nello spazio? Necessità stilistica per consentire la rappresentazione del capovolto, seguendo l’ispirazione di una differente visione della vita e della morte, scegliendo di rappresentare su quelle stele la figura del “defunto” a testa in giù, come ampiamente sostenuto da autorevoli ricercatori? Questa interpretazione è tanto affascinante quanto, a mio avviso, poco plausibile.
Forse la soluzione del problema interpretativo è più semplice di quanto sembri: considerando il particolare talento stilistico delle rappresentazioni di Laconi, stile dotato di estrema sintesi ed astrazione. La distinzione si baserebbe sull’estetica, non sull’eresia. Osservando la forma delle diverse rappresentazioni del “capovolto” possiamo notare che tracciando linee che congiungano il capovolto alla base del collo (virtuale) della figura, tracciando con una linea immaginaria delle dita in posizione analoga alle altre stele antropomorfe, in effetti le braccia possono “apparire” (figura 2). Questa ricostruzione renderebbe compatibili con l’anatomia anche le figure in cui le ipotetiche braccia convergono a formare dei cerchi (vedi figura 2). Resta però da chiarire il significato dell’”asse” presente in verticale sul petto delle stele. Riferendosi alle tipologie antropomorfe primigenie, dal periodo “early pre-pottery neolithic B”, in particolare alla scultura di Urfa e simili [8], potremmo interpretare la figura come palese riferimento alla sessualità maschile, quindi un forte richiamo al culto della fertilità, che ci riconduce alla rappresentazione del toro. E questa sintesi appare più coerente e vicina alla simbologia del precursore di Gobekli come precedentemente ipotizzato, rendendo le stele di Laconi le più vicine a quella misteriosa simbolistica tramandata dai millenni precedenti. Le colonne di Gobekli presentano infatti un’analoga estrema schematizzazione delle caratteristiche antropomorfe, e la presenza di simboli, solo in parte decifrabili, tra cui una pregevole protrome taurina sul fronte della colonna 31 (figura 2 m). Ed in effetti, da abilissimi ideatori di sintesi estetiche, gli artisti di Laconi avrebbero realizzato una mirabile sintesi tra le braccia, in aderenza alla tradizione iconografica, e la figura del toro, come già ipotizzato da Gigi Sanna che pone palesemente il “tridente” tra le varianti del pittogramma “toro” (come in alcune domus de janas – figura 2 f) [9], e come precedentemente proposto da Desi Satta in un post del blog Honebu [10].
Se quanto qui sostenuto è condivisibile, almeno come germe di discussione, ne consegue che l’interpretazione autorevole ed ufficiale del simbolo come “capovolto” [4,5, 11], cioè rappresentazione di un defunto, andrebbe analizzata con maggiore attenzione. I punti a favore dell’ipotesi restano l’esile somiglianza con una figura umana ed il collegamento, scarsamente rilevante sul piano statistico, con i graffiti di Oniferi. I punti a sfavore dell’interpretazione “capovolto” sono invece articolati su diversi piani che comprendono la collocazione delle stele, finalizzata a segnalare luoghi sacri, sorgenti fluviali, zone di transito migratorio, importanti vie di comunicazione o confini da “proteggere”, e tra le zone sacre si collocano ovviamente i siti funerari, ma senza unifica attribuzione [7,12]. Il simbolo del tridente o capovolto è esclusivamente osservabile nelle statue maschili, e non sono state rinvenute delle “capovolte”. Nelle stele femminili si osservano invece altre tipologie simbolistiche di ignoto significato, ma potenzialmente riconducibili a glifi (figura 2 o, p). Infine,se si possono considerare le colonne di Gobekli-Tepe come “precursori” dei menhir antropomorfi dell’ampio bacino culturale megalitico euro-asiatico, compresi quelli della Sardegna del neolitico, sarebbe poco sostenibile un loro significato specificamente funerario. Resta invece estremamente stimolante l’ipotesi che le stele di Gobekli possano essere analizzate come sistemi di segni e riferimenti “ipertestuali”, finalizzati alla codifica di un testo culturale, articolato su diversi livelli di interpretazione, come trasmesso anche a quelle della Sardegna [13]. Seguendo questa ipotesi di lettura ed i suggerimenti di Gigi Sanna [9] potremmo ipotizzare che il tridente/braccia (ex-capovolto), con gli altri elementi, l’ex-pugnale remedelliano, ed anche la T occhi/naso, siano in effetti “glifi”, sacri segni pittografici, coerenti con il coevo sorgere della geroglifica egizia, con la tripartizione simbolistica,ed il riferimento al sacro, l’arcano enigmistico che più tardi, molto più tardi, sarebbe divenuto base per la genesi della scrittura nuragica.
Negli idoli/stele è quindi “scritto” qualcosa che i custodi di quei culti volevano trasmettere agli Dei ed a pochi come significato, ma ai molti ignari, come “segnale”.
Figura 1. L’ampia casistica di figure antropomorfe prodotte in molte civiltà preistoriche fin dalle epoche più antiche sono prevalentemente caratterizzate dalla rappresentazione delle braccia.
Figura 2. Ricostruzione della possibile sintetica rappresentazione delle braccia nelle stele antropomorfe di Laconi e siti limitrofi, sia nelle figuri maschili che femminili. La rappresentazione del tridente sulle stele di Laconi, appare compatibile con il simbolo “toro” come rappresentato in alcune domus de janas ed in graffiti pre-nuragici. Similitudine dei codici estetico/simbolici tra le iconografie delle colonne di Gobekli Tepe e le stele di Laconi.

Riferimenti
1. http://www.nurnet.net/blog/i-menhirs-la-stele-antropomorfa-di-laconi-il-pugnale-1/
2. http://www.nurnet.net/blog/i-menhirs-la-stele-antropomorfa-di-laconi-il-pugnale-2/
3. Merella Salvatore: I menhir della Sardegna. Il Punto Grafico, Sassari. 2009. https://www.academia.edu/6555241/I_menhir_della_Sardegna
4. http://www.lamiasardegna.it/images/storia-index/laconi_museo.pdf
5. https://www.menhirmuseum.it/
6. Carancini Gianluca. Aspetti dell’iconografia delle statue-stele e dei massi incisi in Europa tra Eneolitico ed antica età del bronzo – Confronti e convergenze con altre fonti archeologiche nell’ambito del bacino del Mediterraneo. Preistoria Alpina, 46 II (2012): 255-265
7. Leone Laura. Ancora sulle “Stele daunie”. http://www. bibliotecaprovinciale. foggia.it/capitanata/1995_1996/1995_1996pdf/1995_1996_03-04_141-170_Leone.pdf
8. Bernd Müller-Neuhof. An EPPNB Human Sculpture from Tell Sheikh Hassan: http://www.exoriente.org/docs/00066.pdf
9. Gigi Sanna. I geroglifici dei giganti. PTM editrice, 2016.
10. Ma quale capovolto…di Desi Satta. http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2010/05/il-capovolto-nei-menhir.html
11. Mauro Perra. Simboli, antenati e territorio: per un’interpretazione del fenomeno dei menhir e delle statue-menhir della Sardegna Preistoria Alpina, 46 II (2012): 275-280.
12. Spanedda L.. La edad del bronce en el Golfo de Orosei (Cerdeña, Italia). Tesi di Dottorato, 2006 https://scholar.google.it/citations?user=qpSk9M0AAAAJ&hl=it&oi=sra
13. https://www.academia.edu/8328806/Recent_Research_2013_14_Insights_into_a_new_Enclosure_at_G%C3%B6bekli_Tepe