L’Isola che non c’è – 3

postato in: Senza categoria | 0

di Giorgio Valdès
Ripropongo alcune vecchie considerazioni sul mito di Fetonte (Ovidio “Le Metamorfosi”), rammentando comunque, e per l’ennesima volta, quanto affermato dal celebre archeologo belga naturalizzato italiano Louis Godart: “le vecchie leggende affondano le loro radici nella Storia ed è certo che alla base di qualunque mito narrato dagli Antichi vi è una verità storica che la critica moderna deve tentare di ritrovare e di spiegare ”.
In un post che conto di presentare a breve su questa pagina, vedrò di spiegare più dettagliatamente perché ho voluto richiamare in sintesi questo avvenimento mitologico, la cui traduzione completa riporto nel link consigliandone la lettura, poiché le descrizioni apparentemente fantasiose di Ovidio potrebbero ragionevolmente celare fatti reali di cui, come detto, conto di riferire prossimamente.
http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi/secondo.htm
Fetonte, figlio del dio solare Helios, un giorno ottenne dal padre il permesso di guidare i “cavalli del sole” lungo la volta celeste.
Tuttavia ne perse il controllo ed essi, imbizzarriti e galoppando all’impazzata combinarono un disastro epocale, incendiando e facendo tremare le terre che si affacciavano sul Mediterraneo, prosciugando l’acqua dei fiumi, spegnendo le foci del Nilo e facendo ritrarre i mari.
Al che Zeus, furibondo, lo abbatté con un fulmine. Cosa successe subito dopo ce lo racconta Ovidio nelle sue “Metamorfosi”, scrivendo che “Phaëton per caelum praecipitat et in Eridanum cadit ubi Naides Hespiriae in tumulo corpus condunt” (Fetonte precipita nel cielo e cade nell’Eridano, dove le Naiadi dell’Esperia ne seppelliscono il corpo in una tomba).
Il mito di Fetonte lo si ritrova anche nel “Timeo” di Platone, quando Crizia racconta a Socrate del vecchio sacerdote egizio che a sua volta raccontò a Solone tale vicenda (ne riporto solo una parte nella traduzione dal greco di Enrico Pegone), prima di addentrarsi nella descrizione dell’isola di Atlante:
“Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua, per moltissime altre ragioni, altre minori. Quella storia che presso di voi si racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quello che c’era sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra.. Allora quanti abitano sui monti e in luoghi elevati e secchi muoiono più facilmente di quanti abitano presso i fiumi e il mare: e il Nilo che ci è salvatore nelle altre cose, anche in questo caso ci salva da quella calamità mediante l’inondazione. Quando invece gli dèi, purificando la terra con l’acqua, la sommergono, i bifolchi e i pastori che sono sui monti si salvano, mentre coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare…”
Vi risparmio il seguito, dove il vecchio sacerdote cita in particolare il diluvio che causò ad Atene una ”immane rovina”, perché il significato sintetico della vicenda di Fetonte, descritta sia da Platone che da Ovidio, mi pare sia abbastanza intuitivo, in quanto vengono raccontati, in termini epici, disastri planetari causati dalla caduta di asteroidi e da inondazioni.
Tanto premesso, vorrei esporre una mia breve osservazione: Se si considera che nella versione della leggenda raccontata da Ovidio, Helios, terminato il suo corso quotidiano, scendeva nel giardino delle Esperidi e vi lasciava i suoi cavalli a pascolare, e con loro riposava durante la notte, e che le Esperidi erano figlie di Forco, re mitologico di Sardegna e Corsica, perché non pensare che Fetonte, una volta abbattuto dall’ira di Zeus, non fosse precipitato proprio in qualche parte della Sardegna?
Rimane però da comprendere che rapporto ci potesse essere tra la nostra isola e l’Eridano -fiume che secondo Virgilio era ubicato in quegli “inferi” posti notoriamente nel lontano occidente-, identificato a volte con il Po, a volte con il Rodano.
Sta di fatto che in altri precedenti post erano stati elencati i motivi a sostegno dell’ipotesi che la Sardegna potesse identificarsi con la terra leggendaria e felice, posta appunto nel lontano occidente, che accoglieva le anime di chi aveva concluso la propria vita terrena.

Il Paradiso in premio agli amici di Nurnet

Non solo, ma sulla costa orientale del Sarrabus, in corrispondenza della foce del Flumendosa e in prossimità dell’antico scalo portuale di Sarcapos, esiste una piana denominata “Eringiana”: nome che presenta una evidente assonanza con il fiume Eridano citato da Virgilio.
Ma al di là di queste ultime considerazioni, è probabile che quanto appena descritto rimandi a qualche evento catastrofico in area mediterranea, che potrebbe essere stato la causa principale dei tanti accadimenti che hanno caratterizzato la storia del mondo allora conosciuto e che, come tali, andrebbero attentamente indagati.