SERGIO ATZENI, IL “SARDOCENTRICO MITOPOIETICO”

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“E se realizzassimo una balentia senza fucili?”, Così Sergio Atzeni nel maggio 1995.
Purtroppo quattro mesi dopo, 28 anni a oggi, moriva nelle acque di Carloforte, lasciando in tutti noi il vuoto di ciò che non poté esprimere.
Oggi, verosimilmente, il nostro caro Vate sarebbe accusato di sardocentrismo, sino all’estremo dell’accusa mitopoietico revanscista.
Giorni fa, nel corso dell’intervista presentazione del libro In Sardinia, a Oristano, si è chiesto chi è oggi l’erede di Sergio Atzeni. Nessuno, sarebbe la risposta corretta, perché ogni autore porta con sé le sue proprie caratteristiche irripetibili. L’unicità è l’originalità sono ragioni del successo. E Atzeni fu unico.
Tuttavia il suo messaggio lasciò molti eredi, le sue idee, espresse poeticamente, hanno permeato e permeano l’azione di tutti quelli che operano per restituire Storia e Identità al popolo della Sardegna, per il necessario.
Il “sardocentrismo”, identitario, Atzeni lo dimostra in ogni sua narrazione, sia quando racconta la giornata delle due “Bellas Mariposas”, forse cagliaritane di Sant’Elia o Is Mirrionis, appartenenti a qualsiasi non luogo, romantico ma degradato del mondo; sia quando, sul traghetto dell’emigrazione, il quinto passo dell’addio, si strugge nei ricordi della sua città e dei suoi attori; sia quando crea un’epica per un popolo che ne è privo in “Passavamo sulla terra leggeri”, dove utilizza le tecniche mitopoietiche, ispirando forme di patriottismo culturale.
Questo patriottismo culturale di Atzeni, non sardocentrico ma romantico, volto al recupero della memoria dei deboli, noi riconoscenti lettori, nella nostra attività volontaria e civica, social, lo riconosciamo come ispiratore della emersione di valori perduti o franati.
La nostra Identità è da restaurare: come per quei nuraghi dalla volta crollata, sommersi, demoliti e oscurati dalle aggressioni naturali, entropiche, o umane e artificiali; come le domus de janas offese dai volgari pittogrammi dei cafoni o dagli ignoranti demolitori di “false porte”, cercatori di tesori nascosti; come quei testi sedicenti scientifici riportanti non accertate verità.

Così ci disse Sergio prima dell’addio.

Antonello Gregorini