Sisara

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di Giorgio Valdès

Nella commemorazione di Adam Zertal pubblicata sull’Unione Sarda di ieri a firma del nostro archeologo Giovanni Ugas, si accenna alla presunta origine sarda degli Shardana e di Sisara, “capo dei Goyim (Stranieri) che si scontrarono con gli Israeliti nella valle del Megiddo”.

In un articolo di Aldo Baquis, diffuso dall’Ansa nel Giugno del 2010 e proposto qui di seguito nella sua interezza, è riportato un breve profilo di Sisara insieme ad alcune interessanti considerazioni formulate da Zertal.

Tremiladuecento anni dopo la sue gesta, il ruvido e possente condottiero Sisara desta ancora brividi di inquietudine fra i bambini ebrei che leggono la Bibbia. Se quel giorno a Meghiddo (Galilea), con le sue 900 bighe, avesse sopraffatto l’esercito di Barak, per gli israeliti sarebbe stato il tracollo. Invece – come narra il ‘Cantico di Debora’ – al termine dell’epica giornata Sisara avrebbe trovato la morte a tradimento, trafitto alla tempia con un picchetto da una donna, Giaele (Yael), che credeva amica. Chi fosse Sisara (in ebraico Sisra’) , con esattezza non si è mai saputo.

L’alone di mistero che ne circonda il ricordo comincia forse a diradarsi adesso con la pubblicazione di un libro del professor Adam Zertal dell’Universita’ di Haifa (‘Il segreto di Sisara), frutto di vent’anni di scavi e ricerche in uno dei siti archeologici più enigmatici di Israele: le rovine di al-Ahwat, su una collina che dominava la Via Maris, l’arteria che già all’epoca dei Faraoni conduceva dalla costa mediterranea verso la spianata di Meghiddo (l’ ‘Armageddon’ delle profezie apocalittiche) e verso la Galilea. Dallo studio integrato di reperti archeologici, di geroglifici egizi, di documenti accadici e del testo biblico, Zartal suggerisce che al-Ahwat fosse una cittadella fortificata nuragica – la più imponente della zona, al suo tempo – eretta dagli Shardana: un popolo di navigatori e guerrieri giunti dalla Sardegna. Erano stati fieri nemici degli egizi, che li rappresentavano con un elmetto su cui svettavano due corna. Ma una volta sbaragliati, accettarono di farsene vassalli e di presidiare per loro conto località strategiche. Per esempio al-Ahwat: dove il comandante Sisara – secondo Zertal – avrebbe stabilito il proprio quartier generale. Il suo nome non è semitico ed evoca radici Shardana, dice lo studioso. A riprova, cita reperti nuragici di Creta che menzionano una figura religiosa chiamata Saisara. ”Chi costruì al-Ahwat doveva essere un megalomane”, aggiunge Zertal all’ANSA, riferendosi alle peculiarità di questo sito inesplicabile. Le sue mura – cosa inaudita all’epoca – erano spesse cinque-sette metri. La loro forma esterna era ‘ondulare’, sconosciuta nella Regione. All’interno c’erano zone rigidamente suddivise da muri secondo criteri funzionali, e corridoi bassi, ciechi e lunghi, forse utilizzati come magazzini per le armi.

”Un’architettura del genere – afferma l’archeologo – esisteva allora solo in Sardegna e in Corsica. Ne deduco che fu ‘importata’ da combattenti Shardana”, che si sarebbero schierati al fianco dei canaanei di re Yabin contro gli israeliti per la partita finale: in palio c’era il controllo della vallata di Jezreel, d’importanza vitale per tutti. Assisteva a quegli eventi la donna-giudice Debora, un personaggio circondato da un’aura mistica. Tramandato di generazione in generazione, il biblico Cantico di Debora descrive l’inaspettata piega presa dalla battaglia quando un torrente in piena disperse le forze di Sisara per trascinarle via. E la fuga a perdifiato, tallonato da Barak, fino alla tenda della scaltra Giaele: luogo del suo destino, secondo la preveggenza dell’Altissimo.

Il Cantico di Debora è un testo difficile, con riferimenti non sempre chiari. Secondo Zertal, anche alla luce delle informazioni recuperate ad al-Ahwat, è tuttavia lecito interpretarlo ora come una conferma del fatto che Sisara fosse appunto un guerriero Shardana. Cosa che consentirebbe di comprendere meglio la storia di quell’antico popolo, tanto misterioso quanto evoluto, sviluppatosi in Sardegna fra migliaia di nuraghi. Ma senza lasciare ai  posteri testimonianza scritta di sé.