SULLA SCIENTIFICA ESISTENZA DEI FENICI. Puntata ennesima 2. per cortesia non chiamiamo “fenici” le genti d’Occidente che frequentarono la Sardegna.

di Antonello Gregorini

L’amico Gerolamo Exana, persona che ha dedicato una vita allo studio dei Sardi Nuragici e delle possibili forme delle loro imbarcazioni, ci scrive in merito al post “Una narrazione scientifica che cambia – IL TEMPO DEI FENICI. Puntata ennesima” https://www.facebook.com/NURNET2013/posts/827026745737654 , firmato da chi scrive.

Sostiene Gerolamo che quanto esposto nella Tesi di Dottorato di Luca Cheri non sia convincente in quanto (core.ac.uk/download/pdf/33724284.pdf – 2016)

 “si attestano insediamenti fenici senza base di fondamento. Nello specifico, i siti insediativi fenici non sono mai stati trovati. Tale disguido viene risolto in modo antiscientifico proponendo ed inculcando verosimili fondachi o empori ancora da rintracciare. Seconda cosa: non sarebbe neanche giusto parlare di ibridazione, a meno che no si parli di punici, in quanto al contrario di quello fenicio, il DNA è stato riscontrato. … purtroppo, se ti leggerai le loro pubblicazioni (di ordine accademico NdR), scoprirai anche tu che per presenza dei fenici all’ottavo secolo non intendono assolutamente la ceramica cananea. Si tratta come nel caso di Sulky, di un coccio miceneo che ha incredibilmente innalzato di un secolo l’insediamento. insediamento … Indovina? Insediamento fenicio, per mano di un coccio miceneo. Questa è l’assurdità delle interpretazioni da parte di certi addetti ai lavori. In tutti gli altri contesti, egualmente si parla di ceramica fenicia intendendo quella iberica e punica prima della conquista. Niente di siro palestinese. Consulta anche tu le loro pubblicazioni e capirai che, quando loro ti parlano di Fenici, stanno in realtà comunicando con una lingua diversa, dove per loro il termine fenicio in Sardegna equivale a genti iberiche e puniche che adottavano usanze e riti diffusi, di potenziale origine cipriota e canaanite/palestinese. Diffida del termine fenicio, poiché in termini scientifici non stanno mai parlando dei cananei. … parlano di fenici in ogni caso, basta che ci siano cocci extra insulari e punici prima della conquista. Io però nelle pubblicazioni degli scavi non leggo tracce di vita cananea.”

Non avendo le sufficienti competenze per rispondere alle contestazioni di Gerolamo mi rivolgo ai lettori esperti, titolati, per capire quanto di vero ci sia oppure se a Gerolamo Exana manchi qualche lettura. Cosa peraltro possibilissima per lui e per tutti noi appassionati, ma possibile anche per gli attori professionisti.

Di seguito riporto qualche sunto degli studi e accertamenti fatti da Gerolamo sulla letteratura esistente. Il tema è intrigante, direi un tema chiave, risolto il quale cambierebbero tante visioni e storiografie della Storia del Mediterraneo Antico.

Effettivamente, andando a leggere i riferimenti bibliografici (per esempio https://www.academia.edu/852772/I_Fenici_a_Sulky_nuovi_dati_dal_vano_IIe_dell_area_del_Cronicario_in_Sardinia_Corsica_et_Baleares_8_2010_pp_27_36?fbclid=IwAR2npOuv2KlFqYe2RAvaA6QxItimgmkTOAtM0LGclKq7cuckawmWdeZo-1c)  si scopre che i reperti fittili richiamati sono del Protocorinzio Antico; così come tazza e piatto “tipici del repertorio fenicio” ma delle ceramiche fenicie d’Occidente. Ancora, un coperchio con appendice simile a “un esemplare documentato a Sarepta (Fenicia, Canaan) e Huelva (Iberia); una grande forma realizzata al tornio ma da vasai di tradizione nuragica (ibridazione culturale. Cfr Cheri); forme da mensa tipiche dei “centri fenici d’Occidente; un’ansa bifida con decorazioni tipiche fenicie d’Occidente; altre varie forme, sempre riferibili all’Occidente fenicio o alla tradizione nuragica, o propriamente nuragica compresa quella cosiddetta Sant’Imbenia. E infine è la stessa autrice Pompianu ad asserire che “osserviamo infatti lo sviluppo del repertorio vascolare in certi casi in maniera uniforme e condivisa con gli altri centri fenici di Occidente.

A onor del vero, anche io, nel leggere i corredi e le datazioni nel vasto testo del “Tempo dei Fenici (Ilisso)” ho avuto l’impressione che le datazioni siano sempre molto basse, appartenenti a un’epoca più riferibile ai Cartaginesi o altre cosiddette colonie fenicie d’Occidente, appunto, che ai periodi (fine del IX sec. a.C) in cui sono individuate tipicamente le fondazioni delle “città fenicie” in Sardegna.

E’ sempre richiamata la miscela di tradizioni (ibridazione culturale) e non è chiarissima la sequenza dei tempi in cui la cosiddetta “Civiltà Fenicia” si sviluppo nell’intero Mediterraneo. Ma questo lo dico con umiltà, senza pretese e con un solo senso interpretativo del lettore attento, ma non dello studioso professionista.

Per quanto concerne le navi e la navigazione fenicia, sempre Gerolamo, in più post e testi, annota che una nave fenicia vera e propria, di identificazione certa, non è mai stata trovata. In letteratura, però, si marchiano come fenicie delle imbarcazioni che in certi casi sono Assire, in altri addirittura Romane.

Le pochissime raffigurazioni di navi fenicie sono in realtà navi prettamente Assire. Svanisce di fronte a prove scientifiche, la storiella delle navi fenicie. Dopo i pochi relitti definiti fenici risultati in realtà di fattura e tecnica occidentale iberica sconosciuta in Oriente, oltre che contenenti mercanzie occidentali (puniche, iberiche e tirreniche e di Gozo)”

“i famosi Ippos fenici nascono nella letteratura greca trattando di gesta e navigli tutti greci; a parte le navi assire prese per fenicie; a parte i relitti definiti fenici risultati poi di fattura iberica;  la cosa assurda è l’insistenza sulla interpretazione forzata nel ritenere che alcune raffigurazioni in rilievo di navi romane, fossero quelle fenicie.”

Di seguito quindi Gerolamo riporta una serie di raffigurazioni comprovanti quanto affermato.

“Perché i fenici non hanno una sola raffigurazione di nave, o anche di nave con protome di cavallo, in terra loro? Possibile che le navi dei fenici,  le dobbiamo cercare in un fiume assiro?”

Procede oltre Gerolamo, contestando anche la presenza o fondazione fenicia di Cadice

“Il Tempio di Ercole mai trovato a Cadice

E si, il famoso tempio di Ercole che dovrebbe essere la prova che i fenici fondarono una colonia a Cadice, in realtà, non esiste e viene descritto come sicuramente sotto il Castello di San Pietro, sull’isola omonima, in base a dei reperti archeologici trovati nell’isola.

Detto questo mi preme sottolineare che oltre alla troppa fiducia data solo in base alla posizione (abbastanza equivocabile) descritta da Omero in primis come tempio situato nelle Colonne d’Ercole .. non esiste alcuna scritta o testimonianza inequivocabile che in quell’isola ci fosse il tempio di Ercole. Ci si affida a dei bronzetti egittizzanti erroneamente indicati come ritrovati nel tempio, mentre invece sono stati trovati in mare, i quali comunque non superano la datazione del 600 a.C., periodo di espansione punica.”

In conclusione. Prendo atto dello sforzo e dell’acculturamento degli studi volontari di Gerolamo, nei quali offre esempi concreti e bibliografia su cui verificare ciò che dice. Non usa un metodo propriamente canonico, tuttavia il metodo c’è, forte almeno tanto quanto la passione che dimostra.

Ciò che spesso viene contestato a certa letteratura di studi archeologici è, appunto, la non rispondenza di quanto riportato e affermato al “metodo scientifico” puro, dal momento che, frequentemente, non solo nel caso dei fenici, ci si trova davanti a deduzioni imposte per autorevolezza, oppure a stratificazioni di studi, costruzioni logiche e citazioni che fondano su assunti smentiti nel tempo e, forse, mai propriamente provati e verificabili.