Il bipenne: maneggiare con cura

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di Giorgio Valdès Sul prospetto di un gran numero di menhir di Laconi (figura 1) sono presenti due segni: quello in alto simile a un tridente, che viene (a ragione) interpretato come l’anima dell’uomo che ritorna verso la madre terra, e quello in basso di regola assimilato a un pugnale a doppia lama (bipenne). Cosa c’entri la spiritualità del trapasso dalla vita alla morte con un coltellino pluri-lama tipo “Victor inox” proprio non è comprensibile; a parte considerare che se un’ascia bipenne è effettivamente esistita e aveva una sua funzione pratica perché dotata di un manico sufficientemente lungo per scongiurare pericoli a chi la brandiva, non altrettanto si può dire per un fantomatico coltello a lame contrapposte, assolutamente inutile e pericoloso per chi lo avesse impugnato. Quale può essere allora il reale significato di quel segno? Per ipotizzare una risposta razionale occorre riferirsi, ancora una volta, alla cultura egizia, con cui le nostre antiche popolazioni avevano stretto lunghi e costanti rapporti. Il simbolo di cui si tratta è difatti analogo all’emblema del dio itifallico Amon/Min che raffigurava un utero femminile (Betrò: “Geroglifici), giacché lo stesso dio era notoriamente androgino (2 e 3). Una conferma di tale ipotesi si ritrova nella figura (4), dove sono evidenziati in rosso sia il “bipenne” di un menhir conservato nel museo di Laconi, sia una tabella con varie rappresentazioni della vulva, tra cui in particolare una identica a tale presunto bipenne. Personalmente ritengo che il segno inciso su una statuetta di bronzo custodita nel museo di Madrid (5) e raffigurata nel libro “L’Arte dei Fenici” di Sabatino Moscati, possa offrire una soluzione al problema. Tale segno parrebbe difatti rappresentare l’apparato genitale femminile, con la vulva chiaramente visibile. Il “rovesciato” è presente inoltre nelle pitture parietali di alcune domus de janas, come quella di Sas Concas a Oniferi (6), mentre nella domus di Sos Furrighesos, ad Anela, la sua rappresentazione è molto più schematica (7) e simile, graficamente e per significato, al “ka” egizio, ideogramma geroglifico dell’anima (8). Un ulteriore indizio interpretativo, a conferma della tesi appena prospettata, lo fornisce un frammento di un così detto “vaso ka” (9), risalente alla dinastia egizia “0” (3150-3100 a.C.), dove in caratteri semi corsivi appare il nostro tridente, lo schema di una buca con acqua e una greca. Il tridente è ovviamente assimilabile al rovesciato, la buca con acqua è un segno geroglifico rappresentativo dell’utero e connesso ad altre parole tra cui “donna” e la greca è un geroglifico indicativo dell’acqua. Le figure nel loro insieme parrebbero quindi rappresentare l’anima dell’uomo che rientra nell’utero materno per intercettare l’acqua primigenia (rigenerazione della vita). Il concetto riportato sul “vaso ka” è peraltro analogo a quello presente sui menhir di Laconi, in merito ai quali si può anche osservare che se il segno in basso rappresenta Min e quello in alto il Ka, il senso delle due parole poste in sequenza non potrebbe essere più significativo. Per altro verso mi sia consentito di osservare come sullo stesso menhir sia raffigurata l’espressione tipica sarda “torranci in su kunnu” che oggi ha un’accezione offensiva e che invece, a quei tempi, poteva apparire come messaggio benaugurante di rinascita a nuova vita.